I moderni sistemi penali, così come delineati da Cesare Beccaria in poi, si reggono su tre capisaldi: la presunzione di innocenza, la correttezza delle procedure, l’ammissibilità dell’evidenza. Si tratta di elementi cardine, che distinguono un sistema improntato alle garanzie per l’imputato e all’accertamento della verità da uno che funziona secondo criteri arbitrari, discrezionali. Tuttavia, quello che spesso si tralascia di considerare riguarda il processo che sottende alla costruzione e all’applicazione di questi tre elementi, dove spesso la disparità di status, le disuguaglianze materiali e simboliche, i pregiudizi e le rappresentazioni dominanti, entrano in gioco.

Nel caso di Rogoredo, con l’omicidio di Abderrahim Mansouri, la ricostruzione delle dinamiche che hanno portato alla tragedia, fornita dalle relazioni di servizio della polizia, la rappresentazione mediatica del fatto, il successivo accertamento della verità con le gravi responsabilità di uno dei poliziotti, esemplificano questo schema. I poliziotti implicati nel caso erano consapevoli di due aspetti: il primo è relativo alla disuguaglianza di status. Il secondo alle rappresentazioni sociali dominanti.

Le forze dell’ordine sono consapevoli di godere dello status di rappresentanti della legge. Una condizione che garantisce loro un livello di credibilità di gran lunga superiore a quello di un migrante con precedenti penali, per giunta spacciatore. Per questo motivo la versione ufficiale, quella della vittima che impugnava la pistola, poi pistola-giocattolo, che avrebbe causato allarme presso il poliziotto che avrebbe sparato, è risultata subito credibile.

Inoltre, e qui entra in gioco il secondo elemento, la credibilità della ricostruzione ufficiale combaciava con le rappresentazioni mediatiche, che descrivono le nostre città alla stregua di veri e propri gironi danteschi infestati dalla criminalità di strada che mette in pericolo l’incolumità pubblica. Una lettura securitaria propria di componenti significativi della coalizione governativa, alcuni dei quali hanno addirittura espresso il loro apprezzamento al poliziotto, dimenticando di avere giurato in nome di una Costituzione che mette al bando la legge della giungla.

La verità ufficiale, rispettosa delle procedure, logicamente coerente, suffragata dalle testimonianze dei colleghi, era già stata confezionata, spacchettata e servita. Ma si è messa di mezzo quella magistratura che si vorrebbe ridurre a più miti, governativi consigli, a colpi di riforma e referendum. Le indagini della procura milanese hanno potuto giovarsi di testimoni, di prove video, che hanno alla fine scardinato la coltre di solidarietà (o forse di omertà) che univa gli altri agenti in servizio. I quali, per non rischiare, hanno deciso di dire la verità e di accusare il collega, che si è trovato costretto a confessare.

Dalla vicenda di Rogoredo, è possibile trarre due insegnamenti. Uno prescrittivo. L’altro che fa da monito. Il primo ci dice che bisogna continuare a indagare, raccogliere prove, testimoniare, in quanto il controllo e la critica del potere costituiscono i principali ingredienti che strutturano una società democratica.

Sul secondo versante, bisogna stare attenti a non accontentarsi. Se da un lato siamo contenti che la verità è stata accertata, e che Abderrahim Mansouri avrà giustizia, dall’altro lato non possiamo limitarci alla condanna di Carmelo Cinturrino. Né alla sua demonizzazione. Perché è un cittadino italiano, e, come tutti gli imputati, sconterà la sua pena e tornerà ad essere un uomo libero. Come è giusto che sia in uno Stato di diritto.

Perché, soprattutto, cedere alla retorica delle mele marce proposta dal governo, seguire quell’alta carica dello Stato che parla di tradimenti, non ci basta. Non fa parte della nostra cultura e della nostra tradizione politica. Soprattutto, mira ad eludere il problema del rapporto tra forze di polizia e rispetto delle libertà fondamentali.

L’episodio di Rogoredo segue quello di Genova, quello di Verona, quello di Piacenza. Si inserisce in una scia di morti assurde che conosciamo da almeno vent’anni, ovvero dalla morte di Federico Aldrovandi. C’è qualcosa che non va nelle forze italiane di polizia.

Bisogna intervenire, anche per consentire ai lavoratori di polizia di svolgere il loro compito senza pressioni politiche e mediatiche. In questo senso, lo scudo penale in favore delle forze di polizia nell’esercizio delle loro funzioni, non risolve il problema. Piuttosto, è il problema. Parliamone e mobilitiamoci. Perché il caso Mansouri sia l’ultimo.