
La decisione della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen di avviare l’applicazione provvisoria dell’accordo commerciale Ue-Mercosur prima del voto del Parlamento europeo, e prima del parere della Corte di giustizia, non apre soltanto un problema democratico. Solleva anche una questione sociale: chi paga il prezzo del libero scambio quando le regole sul lavoro restano deboli o non vincolanti.
Il trattato tra Unione europea e Mercosur – Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay – creerebbe una delle più grandi aree di libero scambio al mondo, con oltre 700 milioni di persone coinvolte e una quota rilevante dell’economia globale. Per Bruxelles rappresenta un pilastro della strategia commerciale europea: eliminazione di dazi, apertura di mercati, rafforzamento delle catene di approvvigionamento e accesso a materie prime strategiche.
Proprio questa dimensione economica è ciò che preoccupa il movimento sindacale europeo. La Confederazione europea dei sindacati (Etuc) da anni critica l’accordo nella sua forma attuale, sostenendo che il commercio internazionale non può limitarsi a generare opportunità per le imprese ma deve contribuire a lavoro dignitoso, diritti sociali e sviluppo sostenibile. Secondo la posizione espressa insieme ai sindacati del Cono Sud, l’intesa Ue-Mercosur manca di strumenti efficaci per proteggere occupazione e diritti dei lavoratori lungo le catene globali del valore. Le clausole sociali e ambientali restano infatti inserite nel capitolo su commercio e sviluppo sostenibile, che però non prevede sanzioni reali in caso di violazione.
Anche le salvaguardie approvate da Parlamento europeo e Consiglio, da un lato testimoniano la certezza degli impatti negativi annunciati sul settore agricolo europeo, dall’altro, oltre che non riconosciute dalla controparte quindi di dubbia applicabilità, si rivelano aleatorie e del tutto inadeguate a cogliere l’impatto multidimensionale di un’apertura di mercato così ampia e repentina.
Per il sindacato europeo questo significa una cosa molto concreta: il rischio di dumping sociale. In altre parole, una competizione tra sistemi produttivi con standard sul lavoro molto diversi, che finisce per scaricare la pressione sui salari, sull’occupazione e sulle condizioni di lavoro.
È un timore che riguarda soprattutto i settori più esposti alla concorrenza internazionale – agricoltura, filiere alimentari, manifattura – e che si intreccia con un altro nodo politico: l’assenza di veri meccanismi di controllo sindacale sull’attuazione dell’accordo. L’Etuc chiede da tempo che i trattati commerciali europei includano clausole sociali vincolanti, basate sulle convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro e accompagnate da sistemi di monitoraggio e sanzione effettivi.
Questo conflitto tra logica commerciale e diritti sociali si riflette anche nelle mobilitazioni che stanno attraversando l’Europa. Il 6 e 7 marzo scorso oltre cento trattori provenienti da diverse regioni italiane sono arrivati a Roma su iniziativa del Coordinamento agricoltori e pescatori italiani (Coapi). Gli agricoltori hanno presentato una diffida formale alla presidente della Commissione europea contro l’applicazione provvisoria dell’accordo, accusando Bruxelles di ignorare la crisi delle piccole e medie aziende agricole.
Per i promotori della protesta il Mercosur rappresenta il simbolo di un modello commerciale che mette in concorrenza produzioni agricole con standard ambientali, sanitari e sociali profondamente diversi. Il risultato, sostengono, è una pressione crescente sui prezzi alla produzione e sui redditi agricoli europei.
La richiesta avanzata nella mobilitazione romana è radicale ma sempre più presente nel dibattito europeo: escludere cibo e agricoltura dagli accordi di libero scambio, e riconoscere il diritto al cibo e alla sovranità alimentare come priorità delle politiche pubbliche.
Il punto di contatto tra le critiche sindacali e le proteste agricole è evidente. In entrambi i casi emerge la stessa domanda: se i benefici del commercio sono globali, perché i costi sociali restano locali?
La scelta della Commissione europea di anticipare l’applicazione provvisoria dell’accordo rischia di rendere questa frattura ancora più visibile. Gli effetti economici del trattato potrebbero infatti iniziare a dispiegarsi prima che il Parlamento europeo abbia completato il proprio esame, e prima che la Corte di giustizia si pronunci sulla sua legittimità. In termini politici significa una cosa semplice: il mercato si muove prima della democrazia.
Per il movimento sindacale europeo questo non è solo un problema procedurale. È il segnale di un modello di governance commerciale che continua a considerare lavoro, diritti sociali e territori come variabili di adattamento della globalizzazione. E se questa percezione si consolida, viene messo in discussione non solo l’accordo Ue-Mercosur, anche la stessa legittimità sociale della politica commerciale europea.
