
A Santa Marta, in Colombia, dal 24 al 29 aprile scorsi si è tenuta la prima Conferenza sull’uscita dalle fonti fossili, organizzata dai governi di Colombia e Paesi Bassi. È stato l’avvio di un processo alternativo e complementare a quello delle conferenze Onu sul clima, per compensare l’immobilismo decisionale delle Cop.
La conferenza si è svolta in un momento di profonda crisi, dovuta a un modello capitalista che antepone il profitto alla vita, spingendo lo sfruttamento e l’estrattivismo oltre i limiti della natura, generando profonde disuguaglianze e una violenta lotta geopolitica per il controllo delle risorse, guidata da una destra imperialista e colonialista, che nega il cambiamento climatico, mentre continua il genocidio in Palestina. La chiusura dello stretto di Hormuz, per l’attacco Usa-Israele all’Iran, è l’ennesima conferma della connessione fra sistema produttivo fossile e guerre. Uscire dalle fonti fossili è un imperativo urgente per contrastare il cambiamento climatico, ridurre i conflitti, raggiungere la sovranità energetica.
La conferenza di Santa Marta ha contrapposto alla profonda crisi del multilateralismo un processo costruito con i governi, ma anche con organizzazioni sindacali, popoli indigeni, movimenti sociali, comunità locali, parlamentari e accademici, organizzazioni di afrodiscendenti, donne, giovani, contadini e pescatori. Ha alzato il livello dei negoziati sul clima dando per acquisita la necessità di uscire dalle fonti fossili per mantenere vivibile il pianeta, cercando soluzioni per abbandonare petrolio, gas e carbone, valutando tempi, strumenti, risorse e garanzie per tutelare le comunità e i lavoratori.
Il movimento sindacale ha partecipato al processo, con l’invio di contributi scritti, incontri online e partecipazione in presenza. Nei due giorni finali di confronto istituzionale è intervenuto sulla base del posizionamento “Giusta Transizione e democrazia energetica”, definito in quattro giorni lavoro condiviso, organizzato dalla Csa (Confederazione sindacale delle Americhe), le federazioni internazionali dei servizi pubblici Psi e dei trasporti Itf, la Tued (alleanza sindacale per la democrazia energetica) e le confederazioni colombiane Cut, Cgy e Ctc, ha cui ha partecipato, tra gli altri, la Cgil.
Il lavoro sindacale è stato raccolto nelle conclusioni dei governi co-organizzatori (Colombia-Paesi Bassi), a partire dal riconoscimento del coinvolgimento dei lavoratori e delle comunità nella pianificazione della trasformazione economica necessaria per l’uscita dalle fonti fossili, nella ristrutturazione finanziaria, nella diversificazione economica e per garantire una giusta transizione fondata sui diritti, l’accesso all’energia e il superamento delle disuguaglianze.
Le conclusioni affrontano i temi delle dipendenze strutturali dai combustibili fossili e dell’accettabilità sociale della transizione, riconoscendo il ruolo essenziale della partecipazione dei lavoratori, delle comunità e del dialogo sociale per garantire la tutela dei diritti, la riqualificazione professionale, la trasformazione industriale. Sottolineano anche l’importanza di piani territoriali per la transizione giusta, la reindustrializzazione, il ripristino ambientale e lo sviluppo dell’occupazione.
La conferenza, a cui hanno partecipato 57 paesi (anche se non tutti convinti dell’uscita dal fossile) ha aperto un nuovo processo multilaterale di rilevanza globale. Ad esempio l’Italia, rappresentata dall’inviato speciale per il clima, pratica oggi politiche energetiche opposte agli obiettivi di Santa Marta (prolungamento uscita dal carbone al 2038, contrasto a tutte le politiche Ue per il clima, rallentamento rinnovabili, espansione di progetti e infrastrutture fossili, anche attraverso le grandi partecipate pubbliche Eni e Snam).
Le conclusioni sono firmate solo dai governi che hanno co-organizzato la conferenza e non sono vincolanti. Eppure, la conferenza segna un punto di svolta di fronte alle prevedibili delusioni che accompagnano ormai ogni anno le conferenze Onu sul clima. Ha dato vita a una nuova speranza collettiva e ci consegna alcuni progressi positivi: il metodo partecipativo; il lancio del panel scientifico per la transizione energetica che fornirà raccomandazioni a livello nazionale per eliminare le fonti fossili e rispettare il limite di 1,5°C; la continuità, con una seconda conferenza nel 2027 a Tuvalo; la costituzione di un coordinamento permanente e l’interazione con i lavori della convenzione Onu sul clima; l’istituzione di tre linee di lavoro su road map nazionali per l’uscita dal fossile, sviluppo di sistemi commerciali liberi da fonti fossili, superamento dipendenze macroeconomiche e architettura finanziaria.
La strada per una giusta transizione è ancora lunga ma a Santa Marta abbiamo iniziato a scrivere una storia diversa. Il movimento per la giustizia climatica, di cui il movimento sindacale è componente essenziale, ha il compito di mobilitarsi per garantire l’avanzamento di questo processo e rendere possibile un radicale cambiamento centrato sulla pace, il bene comune, il benessere collettivo, la piena occupazione.
