
Il 25 aprile scorso le problematiche elezioni locali in Cisgiordania e a Deir al-Balah sotto occupazione e aggressione israeliana.
Il 25 aprile scorso, data intrisa del significato di Liberazione in Italia, i palestinesi si sono recati alle urne per le elezioni locali in un clima di estrema tensione.
Nonostante la repressione e le restrizioni al movimento imposte da Israele, il voto ha rappresentato un atto di affermazione dell’identità nazionale e della volontà di autodeterminazione da parte di un popolo mai domo.
Si è votato in circa 183 autorità locali in Cisgiordania e, per la prima volta dal 2006, nella città di Deir al-Balah nella Striscia di Gaza, dove le autorità israeliane hanno impedito l’ingresso di materiale elettorale; i funzionari locali hanno dovuto produrre schede e urne artigianalmente per permettere il voto.
Il panorama politico si è presentato frammentato, riflettendo le profonde divisioni interne e le manovre autoritarie della leadership di Ramallah. Fatah ha presentato liste ufficiali (“Nahdat Deir al-Balah” a Gaza) e sostenuto candidati in Cisgiordania, ottenendo una vittoria significativa in termini di seggi. Indipendenti e liste locali hanno dominato la scena, rappresentando circa l’88% delle liste elettorali, spesso composte da professionisti e figure della società civile.
Hamas è stato formalmente escluso dal voto in Cisgiordania per un decreto di Abū Māzen del gennaio 2026 che richiedeva a tutti i candidati di firmare una dichiarazione che accetta il “programma nazionale” dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina – un apparente riferimento alle risoluzioni dell’Olp, che includono il riconoscimento di Israele, la rinuncia alla resistenza armata e la ricerca di una soluzione a due Stati.
A Gaza, Hamas non ha presentato candidati ufficiali ma ha permesso il voto a Deir al-Balah, pur minimizzandone il peso politico nazionale.
Il Fronte Popolare Per la Palestina (Pflp) ha mantenuto una posizione critica, denunciando lo svolgimento di elezioni locali in assenza di un percorso verso elezioni legislative e presidenziali complete.
Queste elezioni sono considerate il “test generale” in vista del prossimo Congresso nazionale di Al-Fatah. Per Abū Māzen e la “vecchia guardia”, i risultati servono a legittimare la propria leadership di fronte alle pressioni internazionali per riforme democratiche.
Il voto, per quanto poco partecipato (53% in Cisgiordania e 23% nella città di Deir al-Balah nella striscia di Gaza), ha mostrato una base elettorale giovane che spinge per un rinnovamento, guardando a figure che possano unificare il movimento oltre l’attuale status quo.
In questo contesto prosegue e si alimenta la campagna internazionale per la liberazione Marwan Barghouti e dei prigionieri politici palestinesi. La figura di Marwan Barghouti, definito il “Mandela palestinese”, grazie al ravvivarsi della campagna è tornata al centro del dibattito globale. Recentemente il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa è stato il primo capo di Stato in carica a firmare la petizione internazionale per la sua scarcerazione, paragonando la sua detenzione a quella di Nelson Mandela.
Resta aperta la ferita dei leader politici incarcerati prima degli Accordi di Oslo (1993). Tra questi, circa quarantotto leader storici rimangono nelle carceri israeliane, nonostante gli impegni presi decenni fa per la loro liberazione.
La liberazione di questi leader, quella del leader del Pflp, Ahmad Sa’adat e di Barghouti in particolare, è vista dalla popolazione come l’unica mossa in grado di rivitalizzare il processo di liberazione nazionale e superare le divisioni tra Hamas, il Fronte Popolare per la Palestina e Fatah.
