Nell’ambito delle celebrazioni per il centenario della nascita di Bruno Trentin, il 29 maggio scorso si è tenuta a Torino un’iniziativa sulla storia del movimento operaio e sindacale degli ultimi cinquant’anni: “Democrazia del lavoro. Dai Consigli di Fabbrica alle Rsu”. Un’importante occasione di riflessione e approfondimento sul passato del movimento sindacale italiano, con la testa rivolta alle sfide del difficile presente e con le conclusioni del compagno Maurizio Landini.

Istruttivo il contributo del prof Fabrizio Loreto, significativo l’intervento di Sergio Cofferati, importanti i contributi delle compagne Ilaria Romeo (Archivio nazionale Cgil) e Marta Nicoletti, vicedirettrice di Collettiva, di delegate e delegati dei Cdf di grandi aziende dei ‘70 e di delegate e delegati delle Rsu nel loro difficile ruolo in una fase di crisi e arretramento.

La differenza sostanziale è che noi, delegate e delegati degli anni ‘70-‘80, eravamo protagonisti di intense lotte e di scontro sociale ma anche di conquiste, in presenza di alta sindacalizzazione, politicizzazione e partecipazione, mentre oggi le delegate e i delegati vivono la solitudine e le difficoltà della rappresentanza, dovendo difendere conquiste mai acquisite per sempre.

La figura di dirigente sindacale e politico di Bruno Trentin è stata riconosciuta e ricordata, in particolare nell’intervento di Sergio Cofferati. Anche come protagonista dei due accordi interconfederali che segnarono la storia sindacale del paese e della Cgil: il contestato protocollo del 31 luglio 1992 tra Cgil, Cisl, Uil, Confindustria e governo Amato, nel quale, a fabbriche in ferie, si sancì senza consultazione la cancellazione della scala mobile. Quella firma portò alle dimissioni di Trentin e all’apertura di un duro confronto interno. Rientrate le sue dimissioni, fu protagonista dell’accordo interconfederale del 23 luglio 1993 con il governo Ciampi, stavolta sottoposto al voto delle lavoratrici e dei lavoratori. Non a caso, dopo le contestazioni, con il protocollo del ‘93 e il successivo accordo interconfederale del 20 dicembre si istituirono le Rsu in alternativa ai Cdf e alle Rsa. Quei due accordi interconfederali riscuotono ancora giudizi e valutazioni diverse.

La storia sindacale degli anni ‘70 fu segnata anche dal rapporto difficile tra dirigenti sindacali e classe operaia, tra la domanda proveniente dal basso di partecipazione e la chiusura organizzativa dei dirigenti e funzionari sindacali.

Il passaggio, nel 1971, dalle Commissioni Interne ai Consigli di Fabbrica non fu indolore: il ruolo del delegato eletto nel Cdf fu riconosciuto in un Comitato Direttivo nazionale nel 1970. Si entrava in una nuova fase sindacale. I delegati eletti su scheda bianca nei Cdf, nei luoghi di lavoro sopra i 15 dipendenti, esprimevano partecipazione attiva e democrazia collettiva, un bisogno che nasceva da una classe lavoratrice politicizzata e sindacalizzata ma si espandeva nella società. Le assemblee e il voto delle lavoratrici e dei lavoratori furono passaggi decisivi.

Gli anni ‘90, dopo l’accordo del ‘92, furono caratterizzati anche da una forte contestazione verso i sindacati confederali. Quel periodo segnò la più consistente rottura sentimentale. Furono gli anni dei bulloni e delle uova, dei plexiglass utilizzati a protezione dei segretari generali Cgil, Cisl, Uil nelle piazze durante i comizi.

Ma videro anche la nascita del Movimento dei Consigli contro le politiche del governo Amato, contro la cancellazione della scala mobile e la “concertazione a perdere”. Quel movimento sindacale, costituito da migliaia di delegati e delegate e che vide l’adesione di oltre 900 Cdf, portò in Piazza San Giovanni a Roma 300mila persone, dando vita alla più grande manifestazione sindacale autorganizzata. Per oltre tre anni contribuì alla tenuta della Cgil attraverso i suoi delegati, e fu protagonista di una stagione di rinnovamento democratico con la raccolta delle firme per i due referendum sociali su parti dell’articolo 19 dello Statuto sulla “maggiore rappresentatività” e per la cancellazione dell’articolo 47 che regolava i rapporti sindacali nel pubblico impiego. Contemporaneamente fu promotore di una proposta di legge sulla rappresentanza.

Nel 1995 i referendum furono vinti, e la cancellazione dell’art. 47 creò le condizioni per l’approvazione dell’attuale legge sulla rappresentanza nel pubblico impiego, mentre in Senato, grazie all’impegno del sottosegretario al lavoro del governo Prodi, il compagno Antonio Pizzinato, si arrivò ad approvare dieci articoli della legge sulla rappresentanza sindacale anche nel settore privato. Eravamo a un passo da quella legge che chiediamo da tempo, ma l’iter fu bloccato per l’intervento di Confindustria, della Cisl, di alcuni partiti e del ministro Treu. Oggi tutto questo è dimenticato o rimosso.

Resta ancora aperta la grande questione del valore della rappresentanza, della democrazia diretta e della democrazia sindacale.