
La sentenza del Tribunale di Milano sul caso Torre Milano rappresenta un passaggio importante nel contenzioso che negli ultimi anni ha investito l’urbanistica milanese. L’assoluzione degli imputati, con la formula “il fatto non costituisce reato”, segna una battuta d’arresto per l’impianto accusatorio della Procura: costruttori e dipendenti comunali hanno agito in buona fede, seguendo le prassi comunali e la giurisprudenza di quegli anni. Le motivazioni saranno depositate nei prossimi mesi e consentiranno una valutazione più approfondita.
Sarebbe però un grave errore politico utilizzare questa sentenza per sminuire e archiviare il dibattito sul modello di sviluppo urbano perseguito dall’amministrazione comunale. Una cosa è stabilire se siano stati commessi reati; altra è interrogarsi sugli effetti sociali, economici e territoriali delle scelte urbanistiche compiute. Anche senza commissione di reati, resterebbe aperta una domanda fondamentale: quale città è stata costruita e per chi?
Milano è certamente diventata una città più attrattiva per investimenti, capitali internazionali, grandi operatori immobiliari. Tuttavia questa crescita ha avuto costi sociali enormi. Il prezzo delle case e degli affitti ha raggiunto livelli incompatibili con i redditi di una parte crescente della popolazione. Giovani, lavoratori, studenti, famiglie a reddito medio e basso sono stati costretti a destinare quote sempre maggiori del proprio reddito ai costi per l’abitazione, fino a non farcela più, spinti fuori dalla città, se non costretti a rimanere senza un tetto a costi sostenibili.
In questo quadro, il tema delle politiche urbanistiche della giunta milanese è tutto politico. L’amministrazione ha spesso considerato la crescita immobiliare come un obiettivo in sé, confidando probabilmente che nuovi interventi edilizi generassero automaticamente benefici diffusi. Gli stessi oneri di urbanizzazione sono stati bloccati per 16 anni, risultando i più bassi d’Europa per le grandi metropoli, salvo poi prevederne un rialzo con diverse clausole di sconto a favore degli immobiliaristi. I risultati raccontano una realtà ben diversa: mentre aumentavano i valori immobiliari e si moltiplicavano operazioni di rigenerazione urbana ad alta redditività, la crisi abitativa diventava una delle principali emergenze cittadine.
Il nodo centrale riguarda proprio il rapporto tra trasformazioni urbanistiche e diritto alla casa. Per anni Milano ha visto sorgere torri, complessi residenziali di pregio, studentati privati e grandi operazioni immobiliari, senza che si sviluppasse un’altrettanto ambiziosa strategia per l’edilizia pubblica e sociale. Il patrimonio comunale e quello pubblico non sono stati valorizzati con la necessaria determinazione per aumentare l’offerta di abitazioni accessibili. Le liste d’attesa per l’edilizia pubblica popolare continuano a essere molto lunghe, mentre migliaia di persone vivono condizioni di precarietà abitativa sempre più gravi.
La questione casa oramai non riguarda soltanto chi è in condizione di fragilità economica. Milano è diventata una città selettiva, accessibile soltanto a chi dispone di redditi elevati o di patrimoni consistenti. Ma una città che espelle progressivamente lavoratori, insegnanti, operatori sociali, giovani professionisti e interi pezzi del proprio tessuto sociale, perde anche una parte della sua vitalità economica e culturale.
Quindi la sentenza non può essere letta come un’assoluzione politica delle scelte urbanistiche degli ultimi anni. Anche se i procedimenti amministrativi sono stati adottati in buona fede e nel quadro normativo allora vigente – secondo le prime informazioni diffuse dal Tribunale – resta il fatto che la città si trova di fronte ad una crisi dell’abitare senza precedenti, che le politiche dell’amministrazione non si sono dimostrate sufficienti a contrastare.
La questione non è se Milano debba continuare a trasformarsi. E’ stabilire a vantaggio di chi avvengano queste trasformazioni. Se l’obiettivo è una città per tutti, che garantisca il diritto all’abitare e la permanenza dei suoi abitanti, allora occorre cambiare paradigma: più edilizia pubblica e sociale, sostegno agli interventi a proprietà indivisa, più regolazione del mercato immobiliare, più tutela degli affitti accessibili e una pianificazione urbanistica che consideri la casa non come merce e strumento di profitto, ma come un diritto fondamentale.
L’obiettivo deve tornare ad essere garantire il diritto alla città, ossia il diritto ad accedere, vivere e partecipare attivamente alla trasformazione dello spazio urbano. Vuol dire plasmare la città secondo i bisogni di chi la abita, contrastando l’esclusione sociale e la speculazione. Su questo terreno, ben oltre i tribunali, si misura il bilancio politico della stagione urbanistica della giunta Sala (e non solo!). Qui si dovrà misurare la capacità di cambio del paradigma: dall’estrazione alla redistribuzione della ricchezza per avere una città che, invece di correre, cammini con il passo di tutti.
La città deve essere di tutti, non solo di chi ha i soldi per comprarsela.
