
Mark Rutte è probabilmente l’uomo delle verità involontarie. Nel tentativo di compiacere Trump, il segretario generale della Nato finisce per dire ciò che l’Alleanza cerca di nascondere. Prima rivela che l’Italia ha messo a disposizione degli Usa le proprie basi per circa 500 voli impiegati nell’aggressione illegale all’Iran, smentendo il governo Meloni. Poi demolisce la retorica sull’autonomia strategica europea, spiegando che il gigantesco aumento delle spese militari garantirà circa 195mila posti di lavoro negli Usa, con commesse per oltre 300 miliardi di dollari all’industria bellica americana. Più che un’alleanza tra partner, emerge così il rapporto di dipendenza dell’Europa agli Stati Uniti.
Il vertice Nato di Ankara del 7 e 8 luglio rappresenta la consacrazione di questa subordinazione politica, economica e militare. Un summit costruito per soddisfare le richieste della Casa Bianca, trasformando la sicurezza europea in un gigantesco affare per il complesso militare-industriale Usa.
L’impegno dei Paesi europei di destinare entro il 2035 il 5% del Pil alla spesa militare imprime alle loro già fragili economie un destino di lacrime e sangue per tutti coloro che non partecipano al business della guerra. Non un obbligo giuridicamente vincolante, ma una scelta politica che condizionerà i bilanci pubblici dei prossimi dieci anni. Secondo l’Osservatorio Milex, per l’Italia la differenza tra l’obiettivo del 2% e il nuovo traguardo comporterebbe circa 500 miliardi di euro aggiuntivi da qui al 2035. Una montagna di risorse che verrà sottratta alla sanità pubblica, alla scuola, alla previdenza, alla cooperazione internazionale e alla transizione ecologica. È il definitivo passaggio dal welfare al warfare.
L’Ue, nata come progetto di integrazione pacifica e di sviluppo sociale, rischia di ridefinire la propria identità attorno alla produzione di armamenti e alla preparazione della guerra. La sicurezza viene ridotta alla dimensione militare, trascurando le vere minacce alla vita delle persone: cambiamento climatico, disuguaglianze, precarietà del lavoro, crisi dei sistemi sanitari e povertà crescente.
Ad Ankara è emersa tutta l’evanescenza politica dell’Europa. Mentre gli alleati discutevano di riarmo, Trump decideva ancora una volta di bombardare l’Iran – e bloccare di nuovo il commercio internazionale nello stretto di Hormuz – senza neanche informare i partner europei. L’Ue continua così a finanziare una strategia militare che non controlla e non influenza, limitandosi a seguire le decisioni di Washington.
L’ex capo di Stato maggiore del Comando Nato del Sud Europa, generale Fabio Mini, ha osservato come il vertice abbia prodotto soprattutto promesse di armamenti, miliardi inesistenti e capacità produttive ancora da costruire. La Nato continua a giustificare un riarmo ventennale evocando una minaccia permanente nella Russia di Putin, senza interrogarsi sulla possibilità di percorrere la strada del negoziato e della sicurezza condivisa. L’insicurezza diventa così la principale risorsa economica dell’Alleanza.
Il nuovo pacchetto di aiuti in armi all’Ucraina, soldi europei con armi Usa e possibilità per Kiev di costruire ‘in house’ i missili Patriot, accentua il piano inclinato di un’Europa spinta sempre di più verso il conflitto aperto. Anche l’idea del francese Macron di costruire uno scudo antimissile europeo, Ucraina inclusa, e di rilanciare il proprio arsenale nucleare, ci fa capire come ormai balliamo sul Titanic senza alcun paracadute di una qualsivoglia iniziativa diplomatica.
Non meno significativa è stata la scelta della sede. Il summit si è svolto nella Turchia di Erdoğan mentre centinaia di amministratori locali, parlamentari e oppositori sono detenuti, tra cui Ekrem İmamoğlu, principale rivale politico del presidente turco e probabile candidato alle elezioni del 2028. La Nato è sempre meno un’alleanza di democrazie e sempre più un colossale comitato di affari, da conseguire con la forza bruta delle armi.
La crisi della democrazia si porta dietro il diritto internazionale. Emblematica è la dichiarazione del segretario di Stato statunitense, Marco Rubio, secondo cui la Corte penale internazionale starebbe conducendo “una guerra contro gli Stati Uniti” attraverso il diritto internazionale. Una frase che fotografa la volontà di delegittimare gli organismi multilaterali ogni volta che provano ad affermare il principio della responsabilità degli Stati.
Il vertice di Ankara lascia un’eredità pesante: un’Europa più subordinata agli Stati Uniti, più militarizzata e più lontana dalle ragioni sociali che ne avevano ispirato il progetto. Contemporaneamente Washington promuove un summit internazionale per la presunta lotta contro l’“antifascismo estremista”, invitando una sessantina di governi, tra cui quello italiano, in una inquietante rilettura maccartista degli equilibri mondiali.
La vera sicurezza dipende dalla pace, dalla cooperazione, dalla giustizia sociale e dal rispetto del diritto internazionale, tutto ciò che ad Ankara è rimasto completamente fuori dall’agenda.
Sta ai movimenti, a cominciare da quello della Pace e da quello operaio, invertire questa inesorabile tendenza verso il baratro.
