“Difendere il diritto al dissenso significa difendere una scuola pubblica democratica, inclusiva e libera, che educa davvero alla cittadinanza attiva, capace di mettere in discussione il presente e costruire, insieme, un futuro più giusto”. C’è ancora speranza, la si tocca con mano nella lettera aperta di un centinaio di prof delle scuole occupate fiorentine, decisi a fare lezioni in piazza perché “come lavoratrici e lavoratori ci riconosciamo nelle ragioni che hanno spinto le studentesse e gli studenti alla mobilitazione”.

Di fronte all’incubo del “no future for you” evocato dai Sex Pistols già mezzo secolo fa, nel loro accidentato viaggio verso il mondo dei grandi gli under 20 trovano un approdo sicuro in chi osserva che “alla radice di questa mobilitazione c’è la scelta consapevole di non accettare passivamente una realtà sempre più ingiusta e che produce e alimenta disuguaglianze, di non arrendersi all’impotenza e di non cedere all’indifferenza”.

Detto fatto, davanti ai portoni delle scuole in agitazione si tengono lezioni di vita: “Siamo qui per esprimere solidarietà ai nostri ragazzi, per non lasciarli soli. E lo facciamo con i nostri strumenti”. Libri, poesie e racconti di chi ha guardato negli occhi la follia della guerra, spiegazioni scientifiche sulle responsabilità degli stravolgimenti climatici, istruzioni per l’uso di quel sentimento così potente che è l’amore adolescenziale, sempre a rischio di deragliare in volontà di possesso.

“In questa età in cui dovremmo avere sogni e aspirazioni – riflette una ragazza – ci dobbiamo trovare senza prospettive, con l’idea che il nostro futuro è già segnato. I grandi spesso non lo capiscono, ma il nostro è un modo di diventare adulti molto doloroso”. Ma per non arrendersi a quelli che benpensano e a chi continua a seminare tempesta incurante delle sofferenze di miliardi di esseri umani, dieci cento mille lezioni in piazza danno ancora speranza.