
In Italia, i cambiamenti nel mercato del lavoro, verso una maggiore precarizzazione, e la dequalificazione del sistema produttivo hanno determinato un incremento nel numero di persone che percepiscono una bassa retribuzione.
Le analisi della Fondazione Di Vittorio mostrano una stagnazione salariale di lungo periodo e l’Italia, con 32.749 euro l’anno, è notevolmente al di sotto della media Eu27 di 37.863 euro. Negli anni recenti si registra anche un peggioramento: tra il 2023 e il 2022 si rileva un aumento dei salari per tutti i paesi europei (salvo la Svezia) che per l’Italia è notevolmente inferiore alla media (2,8% contro il 6,2%) e distante dai paesi dell’Est Europa (che superano il 10%).
I bassi salari si correlano al rischio di lavoro povero. Nel 2023, in Italia, secondo Istat, le famiglie in condizione di povertà assoluta erano 2,2 milioni (8,4% delle famiglie residenti) e quasi 5,7 milioni gli individui (9,7% dei residenti). L’incidenza è elevata anche per le famiglie con un portatore/trice di reddito da lavoro come operaio e assimilati (16,5%, in crescita sul 14,7% del 2022) o indipendente, soprattutto per lavoro autonomo diverso da imprenditore o libero professionista (6,8%).
Queste statistiche mostrano la punta dell’iceberg, utili ma imperfette per iniziare a capire il dramma che c’è dietro il lavoro povero, le cause, le soluzioni, numeri da cui partire per porci le domande: cos’è il lavoro povero? Come contrastarlo?
La ricerca pubblicata nel volume “Il lavoro povero” prova a rispondere a questi due grandi interrogativi, affrontando il lavoro povero come questione sociale, considerando il punto di vista degli attori, le loro esperienze, le loro proposte.
Nella ricerca, il lavoro povero è considerato come un fenomeno complesso e multidimensionale, in relazione con un ampio spettro di fattori: a) la condizione occupazionale e famigliare dell’individuo; b) il contesto aziendale e produttivo; c) il contesto sociale e istituzionale.
Il progetto è condotto in collaborazione con il Centro di Studi e Iniziative per la Riforma dello Stato (Crs).
Il capitolo di Lorenzo Coccoli contestualizza le analisi presenti nel volume con un punto di vista storico, nella consapevolezza che la concettualizzazione del lavoro povero e le dinamiche con cui si manifesta sono in stretta relazione con le iniziative di assistenza, contrasto al problema e governo dello sviluppo. Il saggio di Coccoli ci mostra che il rapporto tra lavoro e povertà assume concettualizzazioni differenti nel tempo e che la separazione tra lavoro e miseria è un principio chiave dell’azione del movimento operaio negli ultimi due secoli, in relazione a un’idea di cittadinanza fondata sul diritto al lavoro.
Valerio Tati analizza le dinamiche del lavoro povero negli anni più recenti. L’analisi dei dati statistici mostra che il lavoro povero è un fenomeno sempre più diffuso che contribuisce ad aumentare le disuguaglianze e la polarizzazione del mercato del lavoro, trainato da rapporti di lavoro precari e instabili. Nella difficoltà di misurare il lavoro povero, ne sono evidenti le caratteristiche: interessa maggiormente giovani, donne, migranti, professioni a bassa qualifica, contratti a termine, famiglie monoreddito, contesti produttivi meno innovativi in uno scenario nazionale di crescita promossa attraverso la compressione dei costi e l’aumento della flessibilità nel mercato del lavoro.
Salvo Leonardi affronta le ripercussioni nel quadro normativo italiano della direttiva europea sul salario minimo. L’Italia si contraddistingue per la più alta copertura contrattuale (stimata) di tutta l’Ue, e la peggiore dinamica salariale dei paesi Ocse. Questa contraddizione ha alimentato un dibattito – politico, sindacale e accademico – sulla tenuta complessiva del nostro sistema contrattuale e salariale. L’Italia è uno dei cinque Stati dell’Ue senza salario minimo legale e la direttiva 2022/2041 fornisce svariati stimoli per fare il punto e vagliare l’opportunità e gli indirizzi di una riforma. Leonardi passa in rassegna le tesi e antitesi del dibattito italiano, segnalando di ciascuna i punti di forza e di debolezza, per suggerire una sintesi verso una riforma giudicata improrogabile, procedendo con una sperimentalità incrementale in cui una soglia minima oraria, di derivazione legislativa, possa conciliarsi con un potenziamento della contrattazione collettiva, anche attraverso il sostegno di leggi come quella per la certificazione della rappresentanza.
I capitoli seguenti presentano i cinque studi di caso.
Il lavoro agricolo a Latina è stato indagato da Maria Teresa Ambrosio e Marco Omizzolo, con particolare attenzione al fenomeno del caporalato. Il settore dell’agricoltura si caratterizza per condizioni di lavoro molto dure, determinate dall’andamento stagionale e discontinuo del ciclo produttivo, per la prevalenza di figure professionali scarsamente qualificate, per la progressiva carenza di manodopera italiana sostituita da quella straniera, più ricattabile, per la presenza di comportamenti criminali e di sfruttamento del lavoro che arrivano al caporalato, per l’imposizione delle grandi imprese lungo le filiere. Istituzioni e sindacati cercano di fronteggiare questi problemi e si rilevano delle esperienze frammentate e eterogenee a livello nazionale, con contesti locali con iniziative più consolidate, e reti di intervento costruite nel tempo, e altri, come quello di Latina, in situazioni particolarmente drammatiche che necessitano di un rafforzamento delle politiche di contrasto.
Il settore delle costruzioni nel Veneto è stato indagato da Matteo Civiero, per comprendere quali sono state le azioni di contrasto in un contesto caratterizzato da numerose lavorazioni a bassa qualifica, dalla temporaneità propria dei cantieri e dai sistemi di esternalizzazione del lavoro. Il capitolo restituisce un’analisi dei numerosi interventi condotti sia a livello istituzionale che dalle parti sociali, mostrando come la qualità del lavoro possa essere garantita solamente considerando la qualità del processo produttivo e del contesto territoriale, nelle relazioni tra istituzioni, parti sociali e imprese.
I servizi sociosanitari per la non autosufficienza in Toscana sono stati analizzati da Sandra Burchi. In particolare, il lavoro di cura a domicilio rappresenta un elemento centrale per la qualità di vita delle persone, in primis i più anziani, eppure l’estrema frammentazione e i processi di privatizzazione rischiano di svalutare queste professioni. Lo studio approfondisce il sistema di sportelli istituito nella regione per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, attraverso l’intermediazione delle istituzioni come soggetto che orienta questa relazione, con il supporto delle parti sociali, mostrando anche in questo caso la stretta relazione tra qualità del lavoro e qualità del servizio.
Davide Bubbico analizza lo sviluppo di Matera conseguente alla promozione a capitale europea della cultura nel 2019. In questo contesto, le potenzialità degli investimenti erogati sono state svilite dalla difficoltà di governare l’aumento del turismo e lo sviluppo economico del territorio, per cui è venuto meno il ruolo istituzionale di indirizzo in favore di uno spontaneismo del mercato che ha generato occupazioni precarie e a bassa qualifica.
Il lavoro da remoto nelle aree interne delle Madonie, sia dipendente che autonomo, è stato oggetto di analisi da parte di Mario Mirabile, Fabrizio Ferreri, Maristella Cacciapaglia. Lo studio evidenzia le relazioni tra la gestione dello sviluppo locale, i servizi pubblici e la qualità del lavoro e della vita, mostrando che le opportunità occupazionali e la qualità del lavoro sono legati ai modelli organizzativi delle imprese e ai modelli locali di sviluppo.
Nelle conclusioni, Carmelo Caravella e Daniele Di Nunzio, provano a tracciare alcune sfide di ordine generale.
I fattori che determinano il lavoro povero sono così numerosi, articolati e dinamici nel loro intreccio che è necessario, da un lato, individuare tutele di ordine generale, universale, superiore ai contesti specifici (considerando sia il salario minimo che il reddito di cittadinanza non condizionato al lavoro), per difendere la persona in qualsiasi condizione si possa trovare, dall’altro, rafforzare la capacità di costruire interventi complessi e mirati, in relazione alle caratteristiche individuali, famigliari, aziendali e territoriali (tenendo insieme i livelli macro e micro dell’azione).
La riflessione interessa il modello di sviluppo, il ruolo degli attori sociali, la loro capacità di elaborazione collettiva, i loro rapporti di forza.
Siamo in presenza, da qualche tempo, di una ritirata dello stato dal campo sociale, accompagnata da continui interventi per rimuovere “lacci e lacciuoli” che ha certamente acuito i problemi evidenziati dai nostri studi. Al contrario, in questa fase storica appare fondamentale ricostruire i pilastri che definiscono (in termini qualitativi) e “misurano” (in termini economici, di spazi e di tempi) le prestazioni lavorative individuali e le forme organizzative dei processi produttivi. Per farlo è necessario definire degli standard fondamentali in termini di retribuzione oraria, di composizione del tempo di lavoro inteso sia nella fase produttiva sia in termini di altre attività che determinano lo spazio-tempo messo a valore per il lavoro (pause, formazione, conciliazione, strada per raggiungere i campi stagionali e il domicilio di chi ha bisogno di assistenza). Dunque, serve costruire meccanismi di relazioni industriali, concertazione e dialogo sociale in grado di definire una paga minima ma, anche, una paga giusta in relazione ai numerosi fattori che influiscono sul valore del lavoro.
In questo percorso, certamente, il sindacato deve rafforzare le proprie azioni con una prospettiva multilivello, in grado di connettere diversi bisogni ed esperienze di lotta, di ordine generale e specializzato, nei territori così come nelle filiere produttive.
Il volume si può scaricare in pdf:
https://www.fondazionedivittorio.it/lavoro-povero-volume-pdf-scaricabile-liberamente
