Alessandro Volpi, La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale, Laterza, pagine 224, euro 16.

Possiamo affermare che è in corso una guerra finanziaria, che rischia di minare il capitalismo della post- globalizzazione? La risposta cerca di darla Alessandro Volpi, economista, nel suo ultimo libro edito da Laterza “La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale”; il potere finanziario ha utilizzato la finanziarizzazione per far circolare liberamente i capitali, operando in modo trasnazionale, limitando fortemente l’azione democratica dei Parlamenti e dei governi, imponendo la trasformazione del valore di diversi beni: dal valore d’uso (citando Karl Marx) al valore di investimento, a favore dell’economia delle rendite. Ma questo è un fenomeno noto e, nonostante la crisi finanziaria negli Stati Uniti del 2007 e 2008 che ha innescato la grande recessione degli ultimi anni, il capitalismo predilige un sistema economico e di sviluppo dominato dai mercati finanziari.

Ma quello del potere finanziario è un mondo tutt’altro che pacificato e, anche all’interno dell’economia finanziaria, si assiste a uno scontro; ce lo spiega bene Alessandro Volpi: da un lato, i colossi della finanza che hanno sempre definito le politiche globali (BlackRock, State Street e Vanguard), dall’altra la finanza speculativa dei fondi hedge.

La politica non è estranea (ammesso e non concesso che lo sia stata in alcune fasi del capitalismo della globalizzazione) ai due fronti dei contendenti, perché la finanza delle ‘Big Three’ è sostenuta dai democratici americani (con il “beneplacito” di Joe Biden e Kamala Harris), mentre quella speculativa gode del sostegno di Donald Trump, James David Vance e di Elon Musk (nonostante la recente rottura con Trump). E quest’ultima è ispirata certamente a un capitalismo autoritario, a sua volta legittimato dalla destra americana sovranista che ha una forte connotazione culturale (a partire dai movimenti del Tea party e agli inquietanti movimenti fondamentalisti cristiani).

Fondi hedge, criptovalute e politiche protezionistiche diventano sempre più gli elementi costitutivi del modello economico mondiale della ri-globalizzazione, a forte direzione politica, in cui l’Europa fatica a trovare un collocazione. O meglio: scegliendo la politica del riarmo (e abbandonando quella dell’economia ‘green’) l’Europa rischia di rimanere sgretolata, in questa profonda crisi del capitalismo, tra il gli slogan del “Make America Great Again”, con Trump che impone alle imprese di adeguarsi all’agenda politica, e il gruppo della Cina e dei Brics, che stanno sviluppando un sistema di relazioni economiche e commerciali autonomo rispetto agli Stati Uniti e all’Unione europea.

A ben vedere la Cina, con il suo progetto ‘Belt and Road’, agisce in modo diametralmente opposto al protezionismo di Trump; la Cina dunque investe per lo sviluppo dell’economia mondiale, come ai tempi del Piano Marshall fecero gli Stati Uniti.

Il ‘decoupling’ tra Stati Uniti e Cina ha segnato la fine della globalizzazione basata sulla cooperazione delle due potenze; la Cina cessa di detenere il debito pubblico americano (fenomeno dovuto all’accumulazione di dollari provenienti dalle esportazioni cinesi) e persegue una politica di de-dollarizzazione, tenendo conto che buona parte del mondo non occidentale già da tempo nutre una certa diffidenza verso il dollaro come valuta di riserva nazionale (anche per l’effetto della minaccia di sanzioni: si pensi al caso della Russia, colpita dalle sanzioni, le cui riserve valutarie sono per la maggior parte in dollari).

In questo scenario di nuovo dis-ordine mondiale è complicato, secondo analisti ed esperti, fare previsioni, ma alcune questioni sono chiare ed evidenti: Stati Uniti ed Europa hanno mantenuto, dal dopoguerra in poi, l’egemonia economica grazie alla propria supremazia tecnologica (e militare, perché spesso le due dimensioni si intersecano); però attualmente non è più così: dal 2016 la Cina ha superato gli Stati Uniti per il numero di brevetti e il “Regno di Mezzo” è oggi la vera potenza tecnologica. La Nato continua a detenere il primato militare, supportata da un capitalismo che continua pervicacemente a investire nell’economia di guerra, e il re è nudo: il grande politologo inglese Percy Allum negli anni novanta rifletteva parecchio sul binomio, per alcuni indissolubile, tra capitalismo e democrazia liberale, oggi il capitalismo non è più interessato al capitalismo liberale, è capitalismo autoritario. E Trump e i suoi accoliti lo sanno bene…

Un’ultima riflessione: come afferma correttamente l’autore di questo bel testo, la finanza non riguarda solo i super-ricchi; i fondi di investimento gestiscono anche la previdenza, il sistema di welfare e la sanità: il lasseiz faire del mercato non ci piace, a maggior ragione nella finanza.