Alcuni siti francesi di orientamento sovranista avevano chiamato a bloccare tutto il paese nel corso della giornata del 10 settembre, per protesta contro la politica del governo di François Bayrou. Un’indicazione ripresa e fatta propria da settori sindacali, associazioni e partiti di sinistra che aveva dato luogo a scioperi, raduni e blocchi stradali, con la partecipazione di centinaia di migliaia di manifestanti.
L’intersindacale che raduna otto organizzazioni di lavoratori dalla Confédération générale du travail (Cgt) alla Confédération française démocratique du travail (Cfdt), da Force ouvrière (Fo) a Solidaires, aveva poi indetto uno sciopero generale per il 18 settembre, con manifestazioni che hanno visto la presenza di circa un milione di giovani, lavoratori e cittadini.
Di fronte ad un governo che aveva presentato per il 2026 un bilancio con pesanti tagli al welfare e che era stato appena sfiduciato, e di fronte ad un presidente sempre più disprezzato dalla popolazione, sembravano messe insieme tutte le condizioni per un autunno caldo. Ma per ora si deve constatare che la stagione non si è riscaldata, nonostante l’ampia disponibilità alla mobilitazione espressa dal moltiplicarsi degli scioperi locali, dalle occupazioni degli studenti, dallo spirito combattivo dei cortei e da nuove forme radicali di lotta.
L’occasione è stata sprecata perché le organizzazioni sindacali hanno accettato, su spinta della moderata Cfdt, di rinviare ogni ulteriore iniziativa a dopo l’incontro che il nuovo governo di Sébastien Lecornu aveva proposto loro per il 24 settembre. Come largamente prevedibile l’incontro con l’esecutivo non ha dato alcun risultato, portando così l’intersindacale a indire uno sciopero per il 2 ottobre (due settimane dopo la prima mobilitazione) se non altro per salvare la faccia, sciopero risultato un mezzo fallimento.

Dallo sciopero generale allo sciopero per procura

La debolezza della risposta sindacale dipende certo anche dal calo dei tassi di sindacalizzazione, in costante declino, e dalla sovrarappresentazione del settore pubblico rispetto al settore privato (rispettivamente il 18% degli iscritti nel pubblico e l’8% del settore privato). Ciò significa che precedenti movimenti sociali su larga scala promossi dai sindacati, come quello contro l’innalzamento a 64 anni dell’età pensionabile, sono stati guidati da una fascia della popolazione con scarsa incidenza diretta sulla vita economica del Paese. Per compensare questa debolezza, gli scioperi sono stati condotti per procura in settori strategici e ancora fortemente sindacalizzati, anche mediante l’attivazione di casse di solidarietà: ferrovie, trasporti pubblici, raffinerie, talvolta porti e gestione dei rifiuti. A rischio di isolare settori combattivi, più facilmente circoscrivibili, o di innescare una deriva corporativa.
La serie di movimenti sindacali senza esito ha avuto una tendenza smobilitante sui lavoratori, a causa del costo significativo degli scioperi in termini di energia, denaro e rischi professionali, di fronte a governi riluttanti a lasciare che “la piazza comandi” e poco preoccupati da una sinistra divisa.
A tutti questi problemi si somma la ricerca di un fronte unito che si fa tenendo conto delle rivendicazioni delle organizzazioni più corporative, più filo-governative o vicine al Partito Socialista, a detrimento di quelle più combattive. Così si raggiunge un compromesso al ribasso, con un effetto deleterio rispetto alla base sempre più reticente ad impegnarsi in lotte considerate come perse in anticipo.
Molti settori sociali al di fuori dei sindacati si autorganizzano, come ha dimostrato anche il movimento dei gilets jaunes. Non va sottovalutato il lavoro di molti militanti sindacali impegnati nell’organizzazione di vertenze locali e settoriali che a volte, come quelle delle donne delle pulizie dei grandi alberghi, sono state coronate da successo.
La base sindacale in diverse realtà è riuscita a creare un’alleanza con studenti, cittadini, ecologisti, allargando il sostegno alle loro rivendicazioni senza timore di affermare un chiaro rifiuto dei governi macronisti e di invadere lo spazio della politica, mentre i gruppi dirigenti delle organizzazioni si allineavano spesso sulla “politica del compromesso” dei socialisti con l’area dei sostenitori di Emmanuel Macron, perdendo credibilità agli occhi dei lavoratori.
Sacralizzando l’unità sindacale e il “dialogo sociale” con il governo, i sindacati hanno scoraggiato il movimento popolare di questo autunno con la loro strategia perdente dello “sciopero scaglionato”. Mentre la base sindacale ha negli ultimi anni forgiato nuove alleanze e nuove modalità di lotta, la dirigenza continua a rifiutare qualsiasi ripensamento della propria fallimentare strategia.
(28 ottobre 2025)