
Invece della “riforma” della giustizia del governo Meloni.
Il governo ostenta come un fiore all’occhiello la riforma della giustizia, che prevede tra le caratteristiche salienti l’introduzione della separazione delle carriere, il sorteggio per l’elezione dei membri del Csm, e introduce i test psico-attitudinali per gli aspiranti magistrati.
La sfera giudiziaria, sin da quando Montesquieu teorizzò la separazione dei poteri, rappresenta un punto nevralgico del funzionamento dello Stato di diritto. Come debba funzionare, senza tracimare al di fuori degli ambiti a lei preposti, deve essere necessariamente oggetto di dibattito pubblico. Dal momento che riguarda direttamente la vita democratica e la tutela delle libertà civili, ogni riforma non può prescindere da un consenso ampio, che coinvolga anche l’opposizione.
I padri Costituenti, per ovviare alle falle che si aprirono durante il regime fascista, con la magistratura facilmente addomesticabile alle direttive del regime, pensarono a un disegno che non aveva precedenti nel costituzionalismo moderno. Con l’istituzione del Csm indipendente dall’esecutivo, e la sovrapposizione tra funzione giudicante e requirente, provarono a porre il terzo potere dello Stato al riparo da ogni tentativo di egemonia politica.
La cosiddetta “democrazia bloccata” che caratterizzò l’Italia fino al 1992 trovò il suo contrappeso proprio nella magistratura, che arrivò ad esercitare, nel corso degli anni, quello che venne definito un ruolo suppletivo, che colmava i vuoti a livello politico. Diritti come l’aborto, il divorzio, il licenziamento per giusta causa, la parità di genere sono figli di decisioni della magistratura che evidenziavano come situazioni di fatto non venivano normate dalla sfera politica. L’inerzia più o meno colpevole della politica nei confronti di fatti eclatanti, come le stragi di Stato, lasciò ulteriore spazio a quei magistrati che indagavano sulle bombe, che per primi scoprirono le connessioni tra neofascisti, pezzi deviati degli apparati di sicurezza, attori che lavoravano per potenze straniere, spesso coperte dalla cosiddetta ragion di Stato.
Inoltre la magistratura operava, fino al 1988, all’interno di un codice di procedura penale di tipo inquisitorio, dove l’imputato non gode della presunzione di innocenza ma è chiamato a smantellare le accuse che gli vengono mosse. Si tratta di una differenza cruciale rispetto ad altri paesi, come l’Inghilterra, dove l’innocenza fino a prova contraria, il valore primario attribuito alle prove empiriche, costituiscono un argine sostanziale all’ineluttabilità delle accuse. Fu proprio all’interno del sistema inquisitorio che Enzo Tortora venne distrutto moralmente e fisicamente.
Il problema è rappresentato dal fatto che il superamento del sistema inquisitorio non ha marciato di pari passo al tramonto della cultura inquisitoria, che ancora pervade la magistratura italiana. Così Cosima Serrano e Sabrina Missieri, giudicate colpevoli del delitto di Avetrana, marciscono all’ergastolo sulla base di una coerenza logica e senza uno straccio di prova empirica a loro carico. La procura di Torino ha emesso mandati di cattura contro i No-Tav rispolverando le accuse di terrorismo, si tiene Alfredo Cospito al 41 bis sulla base dell’assunto che il corpo è un’arma (sic!).
Tuttavia, alla compagine governativa in carica, del superamento della cultura inquisitoria non sembra importare molto. Basta vedere come nel Dl sicurezza si siano riallacciati proprio alla suddetta “Norma Anti-Gandhi” relativa al caso Cospito, per espandersi fino a criminalizzare la resistenza passiva, le occupazioni di case, i blocchi stradali, e aumentare le pene. Basti pensare al decreto anti-rave, una surrettizia reintroduzione del reato di adunata sediziosa di mussoliniana memoria, al decreto Caivano, che smantella nei fatti uno dei migliori sistemi penali minorili d’Europa, o al progetto di introdurre il reato di gestazione per altri.
Nei fatti, la riforma della magistratura promossa dal governo Meloni non guarda nella direzione della tutela dei diritti dei cittadini, che dovrebbero avere la priorità.
Una riforma della giustizia degna di tal nome dovrebbe lavorare sulla decriminalizzazione dei reati minori, del possesso e del consumo di sostanze, dell’immigrazione clandestina, che costituiscono la causa principale di quel sovraffollamento delle carceri all’interno del quale allignano i suicidi. Una priorità sarebbe quella di dotare i tribunali di interpreti, di mediatori culturali, di sostegno alla difesa di quegli imputati, spesso migranti, condannati per mancanza di un’assistenza legale adeguata. Inoltre si dovrebbe assumere nuovo personale e procedere con l’informatizzazione per migliorare la macchina giudiziaria.
Al contrario, la vera cifra di questa riforma della magistratura è aumentare le prerogative dell’esecutivo e restringere i diritti dei cittadini. Non è quello che ci serve. È il caso di opporsi, e che la mobilitazione sortisca l’occasione per affrontare la questione del superamento della cultura inquisitoria.
