Il 5 gennaio ricorre l’anniversario della morte, in combattimento in Spagna nel 1937, del militante antifascista e comunista Guido Picelli.

La memoria di Guido Picelli è indissolubilmente legata alla vicenda delle Barricate di Parma degli inizi di agosto del 1922, quando i quartieri popolari della città e in particolare dell’Oltretorrente impedirono ad alcune migliaia di squadristi di occupare la città e distruggere le sedi del movimento operaio e socialista. Quello che riuscirono a fare in gran parte della valle Padana colpendo camere del lavoro, sedi di partito, cooperative a amministrazioni di sinistra.

Picelli organizzò e guidò gli Arditi del Popolo, una formazione di taglio militare (anche se con poche armi), di cui fecero parte alcune centinaia di giovani proletari. La sua convinzione era che allo scatenarsi della violenza fascista si dovesse rispondere organizzandosi sullo stesso terreno. Attorno a questo nucleo, radicato nei quartieri popolari di Parma e sostenuto dal combattivo e ribelle spirito delle classi popolari parmensi, confluirono anche altri settori sociali e figure politiche di diverso orientamento, come il cattolico Ulisse Corazza che cadde durante le cinque giornate di agosto.

La prima attività di Picelli al ritorno dalla “Grande Guerra”, dove aveva dimostrato il suo coraggio meritandosi una medaglia, fu di natura sindacale. Aderì alla “Lega proletaria mutilati, invalidi, reduci, orfani e vedove di guerra”. Nella visione di Picelli la Lega doveva diventare “l’avanguardia del movimento rivoluzionario”, in un contesto fortemente segnato dall’entusiasmo creato dalla rivoluzione sovietica. Inaugurando il vessillo della Lega, Picelli, ricorrendo ad una retorica non scevra da quello spirito teatrale che lo aveva affascinato in gioventù, dichiarava che quella bandiera “sarà domani alla testa dell’esercito rosso, sventolerà ove risiederanno i consigli degli operai, dei contadini e dei soldati”.

Con il crescere dell’offensiva fascista, Picelli si convinse anche della necessità di dar vita alla “unità proletaria” che consentisse quanto meno la costruzione di un fronte unico sindacale, dato che a Parma si contrapponevano diverse Camere del lavoro, tra cui quella sindacalista rivoluzionaria di Alceste De Ambris.

Eletto deputato nelle file socialiste per sottrarlo al carcere, entra in conflitto col Psi per la sua iniziativa di dar vita alle “Guardie rosse” e poi agli Arditi del Popolo. Nell’autunno del 1922 aderì al Partito Comunista. Confermato deputato, venne arrestato nel 1926 insieme a Gramsci e agli altri parlamentari comunisti e condannato a cinque anni di confino.

Lasciata Lipari, a Milano entrò in contatto con Fernando Santi con cui aveva militato insieme nel Partito Socialista, prima che le loro strade politiche si dividessero. Santi, che dopo la guerra sarà un importante dirigente della Cgil, testimoniò successivamente che l’antifascismo di Picelli “impetuoso e istintivo si era completato e maturato nella coscienza attiva di militante politico, nella disciplina del militante comunista”. Si era reso conto, aggiungeva ancora Santi, che “il fascismo era un fenomeno di classe” e che per allontanare “definitivamente questo pericolo era necessario mutare i rapporti sociali, dar vita ad una società più libera, più giusta, più umana”.

Riallacciati i contatti con l’organizzazione comunista clandestina, Picelli lasciò clandestinamente l’Italia attraverso la Svizzera. Per qualche mese girò la Francia, intervenendo alle assemblee dei numerosi italiani ivi emigrati denunciando i crimini del fascismo.

Nell’agosto del 1932 si trasferì a Mosca, dove sarebbe dovuto entrare in un’accademia militare. Nell’attesa diventò operaio in una nuovissima fabbrica di cuscinetti a sfera. Contemporaneamente svolse anche altre attività. Fu “professore rosso” della Scuola Leninista Internazionale, dove tenne un corso di questioni militari, poi, per un breve periodo, venne distaccato al fine di svolgere un lavoro al Comintern, quasi certamente nel settore politico-militare.

Nel marzo del 1935, per qualche ragione, venne rimandato in fabbrica e i suoi ulteriori tentativi di potersi addestrare e perfezionare nella strategia militare non ebbero successo. Ne restò profondamente deluso e, aggiungendosi a questo sentimento il coinvolgimento nei conflitti interni alla comunità di lavoratori italiani della fabbrica che gli costarono accuse di “frazionismo”, nel febbraio del 1936 chiese di tornare in Francia.

Questo desiderio divenne ancora più forte quando scoppiò la guerra civile spagnola, nella quale vedeva finalmente la possibilità concreta di tornare a combattere in prima fila il fascismo e sul terreno, quello militare, che lui riteneva indispensabile. Inizialmente il Partito Comunista sembrava orientato ad accogliere la sua richiesta, ma in giugno si pensò di tenerlo a Mosca come “riserva del Partito”.

La prospettiva, caduta la possibilità di entrare in un’accademia militare, non soddisfaceva Picelli che, saltando la direzione del Pci, si rivolse direttamente a Manuilski, uomo di fiducia di Stalin nel Comintern, che intervenne in suo favore sollecitando il visto dell’Nkvd, indispensabile per lasciare l’Urss. A metà ottobre, Picelli lasciò la terra sovietica attraversando la frontiera con la Polonia.

Arrivato a Parigi, entrò in conflitto con il centro estero comunista per il suo desiderio di recarsi immediatamente in Spagna, dove riteneva di poter apportare idee utili sul piano militare. Con il suo carattere impulsivo, l’invito alla prudenza gli sembrò un’inutile perdita di tempo o, peggio, una sottovalutazione delle sue capacità. Entrò in contatto col piccolo partito socialista massimalista e, attraverso questo, con Julian Gorkin, dirigente del Poum (una formazione comunista dissidente radicata in Catalogna), che era di passaggio a Parigi. Arrivò così a Barcellona, partendo il 7 o l’8 novembre 1936, e per pochi giorni risiedette nella Caserma del Poum. Gli era stato promessa la guida una compagnia, ma il Poum operava militarmente nella zona di Huesca, che aveva un ruolo secondario, e la sua colonna internazionale contava poche decine di combattenti.

Intercettato a Barcellona dal “compagno Salvatore”, ovvero Antonio Cabrelli, funzionario sindacale della Cgt con il compito di organizzare l’invio di volontari in Spagna e che avrà poi nella Resistenza italiana un ruolo tragico nella morte del Comandante Facio, viene convinto a rientrare nelle Brigate Internazionali.

Picelli, da un lato, attende inutilmente che il Poum mantenga le sue promesse per il ruolo militare che gli è stato promesso, e, dall’altro, riceve le notizie del ruolo che gli altri combattenti italiani stanno svolgendo per difendere Madrid. Picelli dichiarò allora: “Sono partito senza accordo col Partito per la febbre di fare più presto”. Arrivato ad Albacete il 10 o 11 novembre 1936 gli vennero subito affidati compiti di comando, anche se questa “sbandata” di Barcellona, in un momento nel quale la polemica tra il fronte repubblicano, in particolare i comunisti, e il Poum si stava facendo sempre più accesa, sollevò dei sospetti nei suoi confronti. Inviata una lettera di “autocritica” al comitato centrale del Pci, quest’ultimo decise di non prendere nessuna misura disciplinare.

Per un mese Picelli addestrò alcune centinaia di volontari italiani. Era più anziano di molti di loro e godeva dell’aura ormai leggendaria di essere stato la guida delle Barricate di Parma, e questo gli garantiva un forte ascendente. Destinato a comandare un secondo battaglione italiano, questo obiettivo non si realizzò perché si dovettero colmare i vuoti che il Battaglione Garibaldi aveva subito nella sanguinosa battaglia di Madrid. A metà dicembre gli viene comandato di condurre trecento volontari ad integrare le fila del Battaglione, dove viene nominato vicecomandante con il grado di capitano.

Il 1° gennaio 1937 sostituisce Pacciardi in un’operazione militare che libera dalle truppe franchiste il centro di Mirabueno. È chiamato nuovamente a mettersi alla testa di due compagnie italiane il 5 gennaio per dare l’assalto alla collina di El Matoral. Il compito affidato alle truppe guidate da Picelli è di proteggere il fianco sinistro del battaglione polacco che deve provare a prendere il controllo del monte di San Cristobal.

Arrivato in cima alla collina da cui fuggono i soldati franchisti che la presidiavano, Picelli cade colpito da una raffica di mitragliatrice o una scarica di fucile. Sarà possibile recuperare il suo corpo solo la mattina successiva.

Portato a Madrid, sarà commemorato dai partiti del Fronte Popolare e poi, a Barcellona, si terranno i funerali solenni accompagnati da un grande folla. Era caduto in terra di Spagna, mosso dal suo irriducibili spirito internazionalista e antifascista, “l’eroe di Parma”.

Dopo la guerra sono state diffuse molte leggende, spesso pure falsificazioni, sui suoi ultimi anni di vita e sulla sua morte, che ogni tanto qualcuno rilancia. Ma sulla collina di El Matoral, come dichiarò Giorgio Braccialarghe, che da giovane anarchico proveniente dall’Argentina fu vicino a Picelli nelle ultime giornate di vita, “non c’erano sicari”, semmai il meglio dell’Italia antifascista.