
Nel 1937 E. E. Evans-Pritchard pubblica “Stregoneria, oracoli e magia tra gli Azande”, un’opera magistrale che sintetizza un lungo lavoro di ricerca dell’antropologo inglese presso gli Azande, una popolazione dell’Africa centro-orientale che era organizzata attorno a un complesso sistema magico-rituale. L’opera rende conto di un pensiero altro rispetto a quello occidentale cui apparteniamo noi (e cui apparteneva Evans-Pritchard), che si colloca su premesse incomprensibili se osservate esclusivamente alla luce della nostra ragione illuministica. L’autore non giudica: pur consapevole della propria alterità, prova a collocarsi in uno sguardo interno al sistema di pensiero che sta descrivendo, giungendo alla consapevolezza che non è possibile, per gli esseri umani, pensare l’erroneità del proprio stesso pensiero. Dato un sistema di pensiero, esso produrrà le sue conseguenze. In un passaggio illuminante della sua opera, Evans-Pritchard afferma: “Chiunque può produrre un nuovo fatto: il punto è produrre una nuova idea”.
Siamo partiti da così lontano perché pensiamo che questo tempo richieda coraggio politico, idee nuove e non solo fatti nuovi. Le sfide che abbiamo davanti impongono di immaginare una nuova sintassi del presente e pensare da capo le forme in cui si organizzano i bisogni e le istanze delle persone che lavorano. Davanti all’emergere di una nuova alleanza tra i fascismi e i poteri economici, questa volta a livello globale, abbiamo bisogno anche noi di allearci. Altrimenti a pagare il conto delle trasformazioni che il mondo sta attraversando sarà chi è più fragile.
Nei due anni passati i giovani della Cgil sono stati impegnati in un articolato percorso di discussione. Il risultato è un libro, dal titolo “Ci siamo – pensare un mondo e una Cgil possibili”, che sintetizza e mette nero su bianco il punto di vista di oltre 400mila under 35 che sono iscritte e iscritti alla Cgil.
“Ci siamo” è una presa di parola collettiva. Potevamo scegliere tanti modi per presentare questo lavoro, ma abbiamo deciso di farlo in maniera corale, per rappresentare un metodo che non è solo forma ma sostanza. Un metodo che ha valorizzato tutti i punti di vista, anche quelli marginali, perché oggi i margini sono la zona più aggredita dalla povertà, dal disagio e dallo sfruttamento lavorativo; è da lì che dobbiamo tessere un discorso capace di aggredire il presente e costruire un senso collettivo di futuro.
Ci serve istruirci e organizzarci perché solo così la fantasia che questo tempo richiede potrà segnare un solco profondo. Ci serve agitarci, perché i potenti stanno conducendo una lotta contro i poveri e gli oppressi. Solo se saremo all’altezza di questa lotta potremo vincere. E dunque: come ri-pensare, oggi? Come produrre non solo nuovi fatti, ma nuove idee?
È necessario anzitutto costruire una pratica organizzativa che riparta dal basso: dalle Camere del Lavoro, dai luoghi di lavoro diffusi, dai grandi luoghi del lavoro frammentato, come centri commerciali, hub logistici, stazioni. Luoghi condivisi da migliaia di lavoratori, che però, spesso, non hanno relazioni, non condividono una pratica sindacale, non dispongono dei servizi che in passato avremmo dato per scontati in una grande fabbrica, e fanno quindi fatica a percepire la dimensione collettiva della propria condizione. Quei luoghi vanno ricomposti attraverso spazi fisici e una pratica sindacale che si ponga la sfida di conquistare nuovi diritti, non solo conservare quelli acquisiti. I territori e i luoghi di lavoro sono i due poli intorno a cui ruota la riflessione articolata in “Ci siamo”.
Non a caso per la presentazione è stato scelto Spin Time, a Roma, spazio occupato in cui abitano circa 450 persone di oltre cento nazionalità, ma anche laboratorio civico, doposcuola, luogo di socialità, teatro e tanto altro. Un luogo che ricostruisce dal basso un modello di città possibile: inclusiva, comunitaria. Una scelta che indica anche una precisa direzione nell’attuale discussione sui modelli di sicurezza urbana, dicendo che essa si costruisce con la comunità, con i servizi, con l’inclusione, con la cura. È necessario aprire, per le nuove generazioni ma non solo, una fase di conquista di nuovi diritti: che tengano conto di come è cambiato il lavoro ma anche di come è cambiata la società, che sappiano superare le logiche coloniali che hanno plasmato il secolo breve, che sappiano immaginare il lavoro e le città come due dimensioni in costante dialogo e che richiedono rivendicazioni e lotte complesse.
Chiudiamo questo articolo con la stessa citazione che abbiamo scelto per la premessa di “Ci siamo”: Bruno Trentin, in “La città del lavoro”, scrive: “Il lavoro non è più il luogo dell’alienazione soltanto, ma può diventare il luogo della libertà. Il sindacato deve farsi carico di questa sfida, o resterà fuori dalla storia”. Non solo il lavoro, ma anche le città, ci viene da dire.
Pensiamo che la lezione di Trentin rappresenti una bussola attualissima per il tempo che viene.
