La violenza neofascista è una pratica strutturale delle organizzazioni dell’estrema destra. Lo sappiamo da sempre, ma dal 13 febbraio scorso possiamo dire che la matrice di queste forme di violenza è riconosciuta da una prima importantissima sentenza.

Sono state centinaia negli ultimi anni le aggressioni di stampo neofascista mappate dall’Osservatorio sulle Nuove Destre, dall’Anpi e da organizzazioni democratiche e antifasciste. Ma troppo spesso vengono derubricate da media e forze dell’ordine a “rissa tra bande” o “scontro tra opposti estremismi”. Non è così.

La sentenza del Tribunale di Bari del 12 febbraio 2026 – per come emerge dal dispositivo in attesa delle motivazioni – è uno spartiacque perché fa due cose insieme: riconosce la matrice fascista dell’aggressione del 21 settembre 2018 e la collega, senza ambiguità, alle condotte vietate e punite dalla legge Scelba. Si stabilisce che a Bari è stata praticata dai militanti di Casa Pound Italia con il metodo squadrista.

Il punto giuridico e politico è decisivo. Il collegio ha condannato 12 imputati: cinque a un anno e sei mesi (più multa) per il capo 1, e altri sette a due anni e sei mesi (più multa) per i capi 1 e 2 unificati dalla continuazione, cioè per violazione della Scelba e per lesioni. Per tutti, il Tribunale ha disposto anche la privazione di specifici diritti politici per cinque anni. Ha inoltre riconosciuto risarcimenti in favore di noi persone aggredite e delle parti civili (Anpi, Regione Puglia, Comune di Bari, e forze politiche come Rifondazione Comunista), ed ha assolto cinque imputati “per non aver commesso il fatto”.

E’ importante perché inchioda al suo nome una prassi: l’idea che la violenza organizzata non sia una “devianza” occasionale, ma la loro modalità di azione politica. E dentro quella frase – “metodo squadrista” – c’è un pezzo di storia italiana e della città di Bari che torna, con le stesse dinamiche: un gruppo, una sede, un territorio, l’uso di armi improprie, l’agguato a chi esce da una manifestazione. La legge Scelba rende effettivo il divieto costituzionale di ricostituzione del partito fascista e, quando viene applicata a fatti come questi, non punisce “opinioni” ma pratiche concrete, a partire dal metodo squadrista.

Torniamo a quel 21 settembre, al clima di quei giorni a Bari. I movimenti antifascisti avevano convocato la manifestazione “Bari non si lega” in risposta alla visita di Matteo Salvini, poi saltata. Salvini era vicepresidente del Consiglio e volto politico del “decreto sicurezza”. Insieme a Luigi Di Maio guidava l’attacco alle Ong che allora, come oggi, fanno Search and Rescue nel Mediterraneo. Quella piazza non era solo legittima: era necessaria. Una mobilitazione larga contro le politiche del governo gialloverde e la normalizzazione della violenza e del razzismo.

Finito il corteo, nel quartiere Libertà, stavo rientrando insieme a un gruppo di persone, tra cui l’allora eurodeputata Eleonora Forenza, il suo collaboratore Antonio Perillo e altre persone scese in piazza. In quel tragitto siamo stati assaliti da una quindicina di neofascisti usciti dalla sede di Casa Pound.

Parlando di metodo squadrista non sto usando una categoria storiografica, parlo di quello che ho visto. Mazze, catene, cinghie, pugni e calci. Nulla di casuale in quell’assalto, un’azione voluta, mirata a colpire chi usciva da una piazza democratica e antifascista contro le politiche di Salvini e del governo.

Oggi quella verità è scritta in una sentenza. Io sono una delle persone aggredite e parte civile in questo processo.

La domanda politica non riguarda solo Bari: che cosa significa, concretamente, riconoscere per via giudiziaria la natura fascista e squadrista di una organizzazione e delle sue pratiche? Se la legge è stata applicata, se la matrice è stata nominata, se il metodo è stato descritto per quello che è, allora la partita non può fermarsi al titolo di un giornale.

La sentenza – e il lavoro antifascista che l’ha resa possibile – chiama in causa una responsabilità pubblica: chiudere le sedi neofasciste, impedirne la normalizzazione, pretendere che l’antifascismo sia un criterio di governo della vita democratica.

Nei giorni successivi all’aggressione, Bari ha mostrato l’altra faccia della città: una mobilitazione enorme e plurale. In piazza c’erano Cgil, Anpi, Arci, ma anche movimenti e centri sociali, società civile, organizzazioni studentesche e migliaia di liberi cittadini antifascisti. Tutte e tutti con una richiesta chiara: chiudere la sede di Casa Pound, a Bari non c’è posto per i neofascisti e la loro violenza. Senza quella spinta collettiva – senza i presidi costanti del coordinamento e dei movimenti antifascisti – non sono certo che saremmo arrivati a questo esito e a questa rilevanza pubblica della sentenza.

Questa decisione del Tribunale di Bari non chiude una vicenda: la riapre, nel modo giusto. Ci dice che chiamare le cose col loro nome non è radicalismo ma il primo passo per respingere i movimenti neofascisti in Italia, in Europa e nel mondo.