
Il 12 febbraio scorso, dopo tre mesi di una malattia devastante, ci ha lasciati il compagno Riccardo Ferraro. Era nato il 12 ottobre del 1963. Ci eravamo conosciuti nei primi anni ’80, prima in Democrazia Proletaria, poi, poco dopo la scelta consapevole di chiedere l’iscrizione alla Cgil, io in Fp perché avevo fatto un concorso per la Regione Toscana, e lui, prima come giovane in cerca di occupazione e poi, dopo l’assunzione alla allora Sip, nella categoria che oggi si chiama Slc. Categoria che ha rappresentato la sua vita sindacale, dove ha rivestiti importanti ruoli sia sul territorio che in segreteria nazionale, per poi tornare a svolgere il ruolo di segretario generale del comprensorio di Firenze-Prato-Pistoia e anche quello di coordinatore regionale.
La nostra militanza in Dp ci portò a aderire, consapevolmente, alla Terza Componente. Abbiamo condiviso riflessioni, scelte politiche e sindacali per anni, dalla scelta di partecipare alla costruzione di Rifondazione Comunista fino alla comune appartenenza alla minoranza della Cgil. Ma quello che ci ha sempre unito, oltre alle comuni scelte politiche e sindacali, è stato un legame profondo di affetto e rispetto del nostro sentire e vivere la politica e il sindacato. E lui, nonostante avesse quasi dodici anni meno di me, spesso riusciva a mitigare la mia impulsività e disobbedienza. Mi prendeva da una parte e, pazientemente, mi faceva ragionare.
Durante gli anni, non pochi, nei quali siamo stati a Roma, io in Fp e lui in Slc nazionali, nonostante la vita non proprio rilassante e piacevole che fa ogni militante sindacale che si trova in quella condizione di “sradicamento”, quando gli impegni ce lo permettevano ci vedevamo a cena, assieme ad altri compagni della Fiom o della Filctem o della Filcams che, come noi, condividevano quella vita un po’ randagia, per avere un momento di discussione piacevole al di fuori dell’ufficialità dell’organizzazione. Momenti gradevoli, nei quali si sono cementate amicizie altrimenti impossibili. Momenti che spaziavano dalle riflessioni sul capitalismo e sul sindacato alle disgrazie delle squadre di calcio, momenti nei quali la stima e il rispetto fra noi tutti si sono incrementati proprio perché “liberi” dall’ufficialità delle riunioni formali.
Riccardo non era solo un compagno rigoroso nelle analisi politiche e sociali e competente nella materia sindacale. Riccardo era molto più di questo. Era un amico e un compagno leale e sincero, una persona che non creava problemi ma contribuiva a risolverli, una persona dedita agli altri, dalla parte dei lavoratori. Aveva la tendenza a trascurarsi anche nella salute: si è reso conto che non aveva scelto il medico di famiglia da anni perché “non ci ho pensato, stavo bene e avevo da fare al sindacato”. Dava così tante energie per gli altri che, io credo, non gli rimaneva sufficiente spazio per prendersi cura di sé.
Mi piace raccontare due episodi che testimoniano il suo grande senso del dovere e la sua attenzione verso gli altri.
Nel 1988, se ricordo bene le date, ci fu la raccolta di firme per un referendum promosso da Dp. Un pomeriggio lui parte, con la sua auto, per recarsi a Roma a consegnare le firme raccolte e certificate. Arriva, stanchissimo, fa quel che deve fare e il compagno Alfio Nicotra, che capisce quanto sia provato, gli chiede di rimanere a dormire da lui; ma Riccardo, testardo come solo lui sapeva essere, dice che il mattino dopo ha un impegno e riparte a notte fonda verso Firenze. Si svegliò sotto a un camion, per un colpo di sonno, vivo solo per una casualità: nell’impatto era scivolato sotto il sedile. Il suo senso del dovere, il suo pensare agli altri prima che a se stesso aveva prevalso, e solo per un caso non lo aveva ammazzato.
Poi, pochi giorni fa, il 9 gennaio, stava male; mi telefonò perché lo accompagnassi in ospedale ma io non sentii squillare il telefono. Pochi giorni dopo, mia moglie ed io andiamo a trovarlo in ospedale e mentre lei, giustamente, mi brontolava per quell’episodio lui trovò comunque la forza di scusarmi “Via, può succedere di non sentire il telefono, mica l’ha fatto apposta”; anche in quel momento, in quel letto, tormentato dal dolore e dalle preoccupazioni, il suo pensiero era rivolto agli altri.
Ecco, Riccardo era così: un comunista, un uomo dedito agli altri, ai lavoratori e agli oppressi. Addio Riccardo, amico sincero e compagno rigoroso e acuto. Senza di te sono, siamo tutti più soli.
