Gli ‘effetti collaterali’ di ogni guerra sono morti, feriti, distruzione. Lo sappiamo in partenza che ci saranno, prima di lanciare i missili, le bombe, i droni. L’Iran è stata colpita da un attacco militare congiunto di Israele e Stati Uniti, è stato ucciso l’ayatollah Ali Khamenei, guida suprema della Repubblica Islamica, ma a pagare il prezzo dei conflitti armati è soprattutto la popolazione civile, le alunne di una scuola, gli anziani che non riescono a fuggire, insomma chi non c’entra niente. A che punto è la notte? Lo chiediamo a Massimiliano Trentin, professore dell’Università di Bologna e storico delle relazioni internazionali specializzato in Medio Oriente.

La chiamano trionfalisticamente operazione ‘ruggito del leone’, i bombardamenti vanno avanti, hanno incendiato pozzi di petrolio, le nubi tossiche inquinano l’aria, il governo iraniano sta invitando gli abitanti di Teheran a lasciare la città. Quale è la situazione nel paese?

“Le comunicazioni tra il paese e l’esterno sono molto limitate, controllate. La cautela è d’obbligo. Fatta questa premessa, possiamo dire che la situazione è emergenziale, in un contesto di guerra. Una guerra aerea, condotta da Stati Uniti e Israele. E una anche sul campo, portata avanti dall’Iran. Sono state colpite installazioni militari, ma in parallelo i bombardamenti israelo-statunitensi si sono diretti verso obiettivi infrastrutturali, energetici come i depositi di carburante, e delle comunicazioni. Naturalmente i danni più seri sono quelli subiti dalla popolazione civile, non si tratta solo di fare la conta dei morti, dei feriti, di chi è stato costretto a scappare dalla sua città. Bisogna considerare anche i danni alla salute. Perché un comune denominatore delle guerre, penso a quelle degli anni novanta, sono i danni ambientali. E i danni ambientali sono anche danni alla salute delle persone”.

Professore, l’obiettivo dell’attacco è davvero un cambio di regime? Oppure è l’azzeramento delle capacità militari dell’Iran e l’instabilità del paese?

“Da quello che sappiamo – tenuto conto dell’ambiguità comunicativa che caratterizza questa amministrazione statunitense in tutte le ‘vertenze’ che ha aperto – possiamo dire che questa è un’operazione congiunta Stati Uniti – Israele. Nasce completamente, integralmente, strutturalmente come operazione congiunta. Per molti versi è un fatto nuovo. Un attacco preparato da tempo, lo scontro finale con la Repubblica Islamica dell’Iran. L’obiettivo di Israele è chiaro, il cambio di regime. La sua priorità è quella. Sul lato statunitense possiamo aggiungere che lo scopo sia quello, come è emerso dalle dichiarazioni ufficiali, di distruggere obiettivi militari, azzerare le capacità offensive e difensive della Repubblica Islamica, ridurre a zero le capacità nucleari, civili o potenzialmente militari che siano. Infine impedire l’intervento di alleati dell’Iran in quella regione. Il punto di partenza per Trump è questo, poi va da sé che sperano in un cambio di regime, considerano che una batosta militare possa portare anche a una crisi interna, facendo secondo me un errore di calcolo. Certo, se il regime non collassa a seguito dell’offensiva militare, l’ipotesi di un ‘regime change’ resta sempre in piedi, ci sono dei precedenti storici nella regione, con l’indebolimento del paese di turno, fomentando guerriglie, ansie separatiste e qualsiasi altro fattore che mantenga in uno stato di logoramento il potere centrale dell’Iran, il più a lungo possibile. In Siria è successo questo”.

L’attacco preventivo di Trump e Netanyahu, senza avvertire gran parte degli alleati occidentali, è stato giustificato con la necessità di cancellare le velleità nucleari di Teheran. Perché ora?

“Da vent’anni Israele rivendica la necessità di fare definitivamente i conti con la Repubblica Islamica. Hanno spinto gradualmente la politica statunitense ad appoggiare questa strategia, assecondati in modo trasversale sia dai democratici che dai repubblicani. Le due amministrazioni Trump hanno dato una sponda non solo ideologica, anche operativa. Un fattore decisivo, perché da sola Israele non ha le capacità, ha bisogno della potenza di fuoco degli Usa”.

Nel mentre Israele invade il Libano, bombarda Beirut e i coloni israeliani si stanno impossessando pezzo per pezzo della Cisgiordania. Non le sembra che questo concatenarsi di eventi possa provocare un’espansione incontrollata del conflitto?

“La guerra era già esplosa in tutta la regione mediorientale a partire dall’ottobre del 2023. Per come la vedo io, stiamo assistendo a un conflitto che riguarda la lotta per la la leadership. Da una parte Israele, con il pieno sostegno statunitense e di alcune monarchie del golfo. Dall’altra, il cosiddetto ‘asse della resistenza’. Uno scontro partito all’inizio del secolo, e che ha portato oggi a questa prova di forza fra due potenze che ambiscono alla direzione della regione, Iran e Israele. Sono stati aperti più fronti, penso al Libano, perché più gli stati sono deboli, più diventano oggetto delle mire altrui. É la storia del Libano, della Siria, e anche dello Yemen”.

Diritto internazionale e democrazie sembrano termini svuotati di significato, finiti anch’essi sotto le bombe e sotto una visione messianica delle relazioni internazionali. Cosa ne pensa?

“Di democrazia non c’è traccia, da nessuna parte. Per mantenere sottomessa una regione sono più utili i regimi autoritari, dispotici, non certo quelli in cui la popolazione possa esprimere liberamente il proprio pensiero, la propria autodeterminazione. In questo contesto, il diritto internazionale viene esplicitamente calpestato. Chi come me studia la regione mediorientale sa benissimo che purtroppo il diritto internazionale non è mai stato il criterio fondante l’azione dei vari attori sullo scenario bellico, sia delle potenze interne che di quelle esterne. Tuttavia è sempre importante riconoscere la necessità del diritto internazionale, perché senza un minimo di legittimità politica siamo al semplice e puro dominio della forza. Invece la legittimazione delle proprie azioni non passa solo dall’uso della forza, ha bisogno anche dal consenso. Con la forza delle armi si può dominare, lo diceva anche Gramsci, ma difficilmente si riesce a trovare sponda nella popolazione civile. L’autodeterminazione è un’altra cosa. Può funzionare nel breve periodo, soprattutto perché le popolazioni sono esauste, fiaccate dalla sofferenze. Ma appena riprenderanno respiro non legittimeranno mai la violenza pura e semplice”.

Il ministro italiano alla Difesa, Guido Crosetto, ha detto in Parlamento che siamo ‘sull’orlo dell’abisso’. Un’espressione molto forte. Adeguata alla realtà? Ed anche se i media non ne parlano o ne parlano solo marginalmente, nella Striscia di Gaza si continua a morire, ad essere affamati, a non ricevere cure mediche. E il ‘Board of peace’ non ha alcuna legittimità internazionale, la chiamano tregua ma la lista dei morti si allunga giorno dopo giorno, dopo giorno.

“Siamo all’orrore, alla barbarie. Anche chi non vuole riconoscere che Gaza rientra per tanti motivi nella categoria del genocidio, deve ammettere che ci troviamo di fronte a crimini di guerra, crimini contro l’umanità. Lo ripeto, siamo all’orrore. Non sorprende che il ministro italiano della Difesa utilizzi questi termini, però alle parole dovrebbero seguire dei fatti, delle azioni conseguenti, finendo con il prendere atto di quello che è successo, individuando le responsabilità”.

La parola diplomazia è sparita, seppellita da una folle corsa al riarmo. C’è la possibilità di invertire la rotta e tornare sui propri passi?

“Di diplomazia c’è sempre bisogno, e deve avere sempre spazio. Specialmente in un’epoca di rinnovato imperialismo, di logiche di potenza, di sfere di influenza. Un contesto in cui il riarmo è sempre elemento trainante e anche conseguenza dello stato delle cose. Speriamo che questa fase finisca presto, soprattutto per le popolazioni sotto le bombe, sono loro a pagare il prezzo più alto. Le guerre cancellano la possibilità alla società civile di potersi esprimere e, di conseguenza, di autodeterminarsi”.