
Paola Rivetti, Storia dell’Iran. Rivoluzione, guerra e resistenza 1979-2025, Laterza, pagine 258, euro 22.
Paola Rivetti, docente di Relazioni internazionali alla Dublin City University, nel suo saggio “Storia dell’Iran. Rivoluzione, guerra e resistenza 1979-2025” ribalta il punto di osservazione comune, mettendo al centro i movimenti sociali. Il libro è di grande utilità per capire le contraddizioni del regime teocratico ma soprattutto la grande resilienza della società civile. Invece di leggere gli eventi a partire dalle figure apicali – Khomeini, Khamenei, Ahmadinejad – il volume, frutto di un ventennio di ricerche sul campo in relazione ai soggetti sociali, a partire dai movimenti femministi, segue le proteste che creano “bagagli di resistenza” e influenzano la politica iraniana e globale.
Della situazione odierna l’autrice ha parlato in alcune interviste, notando, tra l’altro, che sulla gioia per la morte della Guida suprema prevale il terrore per le bombe, che cadono su obiettivi militari ma soprattutto su ospedali, scuole e altri obiettivi civili, come si è visto con la strage nella scuola femminile di Minab.
Molti temono una frammentazione del Paese secondo linee identitarie, con Israele e gli Usa che sostengono la formazione di piccoli Stati indipendenti per ciascuna minoranza etnica, o un tentativo “alla venezuelana” di far emergere una fazione dell’élite prona agli interessi israelo-statunitensi.
Il libro analizza la crisi – economica, di legittimità politica e di efficienza – che il Paese attraversa da anni. L’allargamento dei movimenti di protesta e la loro accresciuta intersezionalità hanno portato alle grandi contestazioni del settembre 2022. In quell’anno l’inflazione ha superato il 50% e in seguito la situazione economica è persino peggiorata, anche perché la Repubblica islamica vive da sempre una situazione di isolamento internazionale, negli ultimi 25 anni con sanzioni economiche particolarmente gravose.
Per controbilanciare questo andamento i governi iraniani hanno adottato politiche neoliberali con il taglio sistematico a sussidi e servizi, al costo del lavoro e ai salari, hanno deprezzato la moneta, sperando di stimolare l’imprenditorialità privata. I risultati sono stati contrari: una popolazione più povera, sottopagata e precaria, senza accesso ai servizi e al sistema educativo.
Anche la situazione ambientale è disastrosa: a causa della crisi climatica, sono spariti fiumi e laghi. La mappa delle proteste degli ultimi dieci anni ne parla chiaramente, con il protagonismo delle aree rurali e del sud, che vive da anni una condizione di insufficienza idrica e gravissimo inquinamento. Sono le zone da cui si estraggono e si raffinano petrolio e gas, del drenaggio delle risorse naturali da parte di grandi multinazionali, da Eni a Shell.
La Repubblica islamica ha sistematicamente represso ogni esperimento democratico. Ma il dissenso non è scomparso. Si esprime e si organizza in maniera diversa, più precaria e frammentata. I movimenti hanno lasciato sempre un’eredità di contropotere vivo: saperi militanti trasmessi di generazione in generazione, pratiche, reti che possono essere mobilitate quando serve.
L’autrice mette in evidenza come il dissenso sia sopravvissuto alla repressione spesso grazie a disparate forme di attivismo e militanza: dall’impegno nel mutualismo e nella cooperazione dal basso, alla partecipazione in comitati e lotte locali. Lo insegna, in particolare, la storia delle donne. Ci sono le battaglie femministe che hanno avuto moltissima visibilità negli anni ‘90 e ‘2000. Ci sono i e le prigioniere politiche, alcune delle quali femministe con grande visibilità nazionale e internazionale, come Nasrin Sotoudeh e Narges Mohammadi.
Anche le proteste dei mesi scorsi, come quelle del 2017-2018 e del novembre 2019, nate come denuncia del carovita si sono tramutate in vere e proprie insurrezioni con rivendicazioni di tipo politico. Ancora forte è l’influenza del movimento “Donna Vita Libertà” del 2022, che ha avuto un successo senza precedenti nel tenere insieme rivendicazioni nel campo dei diritti personali con aspirazioni di liberazione collettiva, sociale, razziale ed economica.
Emblematica delle proteste del 2022 è stata la composizione generazionale con un forte protagonismo di giovani e teenager. Ma vi è stata anche una partecipazione intergenerazionale: i pensionati erano in stato di mobilitazione da mesi a causa di una truffa ai loro danni dell’ente dei servizi sociali. Da un altro lato mobilitazioni di tipo più tradizionale, di organizzazioni locali e nazionali esistenti da tempo: quelle degli studenti universitari o il sindacato semi-legale degli insegnanti, che ha guidato un’ondata di scioperi a livello nazionale.
Per Rivetti, è fondamentale riconoscere che queste proteste sono un attacco al cuore dello Stato perché nascono e si sviluppano intorno alla questione del controllo del corpo delle donne. Si tratta di movimenti con un potenziale emancipatorio enorme perché intersezionale, le rivendicazioni e le proteste si inseriscono in una genealogia lunga e ricca che dà loro senso politico e strategico.
