Il compianto Alessandro Dal Lago, analizzando il panico morale suscitato dalla microcriminalità, in particolare dei migranti, parlava di tautologia della paura. La paura di essere vittimizzati, associata a certi gruppi sociali, produce una maggiore attenzione dell’opinione pubblica e delle forze dell’ordine a zone specifiche della città, particolari reati e autori, dimostrando la fondatezza del panico morale. Ne consegue il varo di una legislazione repressiva più stretta, la cui applicazione ne autogiustifica l’esistenza.

A leggere i dati del ministero dell’Interno sull’andamento della criminalità in Italia, sembra di assistere a un’ennesima replica della tautologia della paura. Oppure dello schema “si faccia una domanda e si dia una risposta”. L’esecutivo ha vinto la competizione elettorale facendo leva sulla lotta alla criminalità. Con particolare riferimento ai fenomeni criminali di strada, agli stili di vita eccentrici (il decreto anti-rave), agli attivisti politici, ai migranti, ai minorenni, ai rom. Sono seguite le norme che aboliscono la custodia attenuata per le donne, quelle cosiddette anti-Gandhi, e vari decreti sicurezza, l’ultimo rivolto ai cosiddetti maranza, ovvero i giovani delle periferie.

Il dispiegamento di un apparato repressivo massiccio, tuttavia, non ha sortito l’effetto di consolidare il consenso del governo Meloni. La crisi economica, la questione palestinese, le mobilitazioni che sono seguite, hanno strappato la foglia di fico securitaria, mettendo a nudo la pochezza progettuale della compagine insediata a palazzo Chigi. Al contempo, tragici eventi che vedono protagoniste le forze dell’ordine, come quelli di Ramy El Ghaml e Abderrahim Mansouri a Milano, o quello, ancora sotto inchiesta, di Abderrahim Fakir a Bologna, hanno confutato l’assioma meloniano secondo cui criticare i poliziotti è pericoloso. Dimostrando che semmai è vero il contrario. Gli scudi penali si traducono in un aumento degli abusi e dell’impunità, rivelandosi un modo surrettizio di aggirare il reato di tortura.

Sul versante politico, alla sconfitta del referendum si affianca l’incalzare del generale Vannacci. Come se non bastasse, i dati del ministero dell’Interno restituiscono un quadro sull’andamento della criminalità tutt’altro che allarmante. I fenomeni di violazione della legge, in questo paese, non solo rimangono stabili, ma, addirittura, diminuiscono, sia per numero dei casi appurati dalle forze dell’ordine, sia per le denunce. L’allarme criminalità non esiste, né i provvedimenti del governo in carica lo hanno risolto. Semmai avrebbero potuto aggravarlo, coi vari decreti sicurezza che estendono il perimetro della penalità.

I dati non portano acqua al mulino della campagna elettorale del centro(?)-destra. Ecco che allora si cerca di concentrare l’attenzione su alcune cifre legate ad alcuni cavalli di battaglia del governo. Per esempio, dal Viminale ci informano che il 44,1% delle persone fermate nelle zone rosse è di origine migrante. Un dato che vorrebbe confermare la legittimità della misura, quando invece ne mostra tutta l’infondatezza e l’iniquità. Si è più volte sottolineato, anche in questa sede, come le zone rosse si basino sulla discrezionalità delle forze dell’ordine, le quali difficilmente chiederanno i documenti a chi indossa grisaglie o ostenta secchielli stilizzati. Una vera e propria violazione del principio di uguaglianza di fronte alla legge, suffragata dal 73,1% delle persone fermate che vengono allontanate dalle zone rosse. Le quali funzionano in modo predittivo, per cui chi ha dei precedenti penali viene ritenuto potenzialmente colpevole di reiterare le condotte criminali. In altre parole, il dato ci dice che l’istituzione delle zone rosse è fallimentare e alimenta la tautologia della paura.

Altri dati ostentati riguardano i cosiddetti “alloggi liberati”, ovvero le abitazioni occupate abusivamente e sgomberate. Una pratica che si avvale delle prerogative del nuovo decreto sicurezza, e che si fonda sulla scelta di considerare un diritto costituzionale, come la casa, aggravato dalla crescente precarietà economica, alla stregua di un reato. Così come l’aumento del 34,1% dei rimpatri, che deve la sua crescita alla maggiore attenzione delle forze dell’ordine verso i migranti, e non ci dice quanti di questi rimpatri vengano effettivamente eseguiti. Anche in questo caso, la sovrapposizione tra questione sociale e questione penale balza agli occhi.

Non c’è una questione criminale, e, qualora esistesse, il governo risulta del tutto inadeguato ad affrontarla. Se volessimo considerare il tema nella sua giusta collocazione, sarebbe necessario sviscerare i dati di altre condotte: morti sul lavoro, violazione delle norme ambientali, mancato rispetto dei contratti di lavoro, vittime di abusi delle forze dell’ordine, suicidi nelle carceri (conseguenze delle condizioni inumane di vita). Gli omicidi a sfondo razzista, di cui Amendolara e Bakary Sako rappresentano i casi più famosi.

Di questa criminalità, signora premier, signor ministro dell’Interno, vorremmo sapere di più. Come mai non ci dite niente?