La carovana dei migranti sfida Trump - di Vittorio Bonanni

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“Cosa vogliono ora gli Stati Uniti, se invece di condannare hanno scelto di avallare l’intronizzazione di un governo illegittimo, frutto di una colossale frode elettorale, che ha militarizzato la sicurezza pubblica, fatto crescere la povertà e criminalizzato la protesta sociale?”. Le parole di Bertha Oliva, coordinatrice del Comitato dei familiari dei detenuti scomparsi in Honduras (Cofadeh), spiegano bene l’evento che sta sconvolgendo l’America Centrale in questi giorni: migliaia di migranti, soprattutto honduregni ma in parte anche salvadoregni e guatemaltechi, fuggono da paesi corrotti, violenti e ingiusti, con i governanti responsabili di una terribile crisi umanitaria che sono sostenuti da Washington.

In condizioni di “normalità”, dall’Honduras fuggono circa 300 persone ogni giorno. Come succede in Africa e nel Mediterraneo, preferiscono rischiare la vita in un viaggio pericoloso per arrivare in Messico e negli Stati Uniti, piuttosto che restare in patria dove la vita si rischia comunque, senza prospettive di miglioramento. MA stavolta questa migrazione di massa, partita il 13 ottobre scorso, è andata ben al di là della cifra citata. All’appuntamento di San Pedro Sula il numero è rapidamente aumentato fino ad assumere, nel giro di dieci giorni, proporzioni inimmaginabili, che hanno messo in allarme Trump.

Il governo del contestato presidente Juan Orlando Hernàndez, eletto il 26 novembre del 2017 malgrado il candidato dell’opposizione Salvador Nasralla avesse cinque punti percentuali in più, ha messo in atto una campagna mediatica secondo la quale almeno duemila persone sarebbero tornate a casa grazie agli autobus e agli aiuti economici messi a disposizione dal governo. Ma non è certo con questi espedienti che si risolvono problemi che hanno le loro radici in decenni di politiche economiche e sociali che non hanno fatto altro che aumentare povertà e violenza.

Tutto il Centro America subisce da tempo il pesantissimo condizionamento degli Usa, che hanno sempre osteggiato con metodi violenti ogni tentativo di emancipazione dei paesi dell’area. Dal Guatemala al Salvador, dall’Honduras al Nicaragua, nessuno è sfuggito a questa regola. In particolare la storia dell’Honduras - da dove appunto proviene la maggioranza dei migranti in marcia - è stata caratterizzata da tentativi progressisti presto stroncati da colpi di stato militari. E’ il caso, nel 1957, del presidente Ramòn Villeda Morales, fautore di una riforma agraria e di un rafforzamento dell’istruzione, abbattuto per questo, nel 1963, da un colpo di stato sostenuto da Washington.

Questo fu l’inizio di una lunga sequenza di dittature militari, terminata almeno formalmente nel 1980 con le elezioni politiche vinte da Roberto Suazo Cordova, che diede vita però ad una pesantissima repressione contro l’opposizione di sinistra. Negli anni ’80, il paese divenne una vera e propria base di partenza per le incursioni della “Contra antisandinista”, che fiaccò l’esperienza rivoluzionaria nicaraguense di Daniel Ortega e compagni.

Altro momento cruciale fu la cacciata, nel 2009, attraverso un provvedimento della Corte Costituzionale, del presidente progressista Manuel Zelaya Rosales, eletto nel 2005. Zelaya venne deportato in Costa Rica e i suoi sostenitori in patria sottoposti ad una pesantissima repressione dal governo golpista di Roberto Micheletti. Solo nel 2010 il deposto capo dello stato ritornava in patria, ma malgrado ciò vennero organizzate nuove elezioni vinte da Porfirio Lobo Sosa, il cui governo non venne riconosciuto dalla maggioranza dei paesi del continente, governati allora dalla sinistra.

Il tratto comune di tutte queste esperienze governative è stato, da un lato, l’attuazione di un modello economico liberista, dall’altro la messa in atto di una terribile violazione dei diritti umani, trasformando l’Honduras in uno dei paesi più pericolosi dell’America Latina, in particolare per i difensori dei diritti ambientali. Lo dimostra il caso di Berta Caceres, assassinata il 3 marzo 2016 da sicari inviati da dirigenti della Desa - l’impresa che si occupava della costruzione della diga contro la quale si battevano Berta e la comunità indigena Ienca - in accordo con funzionari del ministero della difesa.

A questo aggiungiamo la presenza di una violenza sociale estrema, che accomuna l’Honduras ai vicini Guatemala e Salvador, a fronte della quale le autorità agiscono ignorando ogni garanzia per i cittadini, sparando contro pacifici manifestanti, senza contare aggressioni e pestaggi. Un quadro aggravato dall’instaurazione del coprifuoco, dal primo dicembre scorso. In definitiva uno scenario desolante, che spiega perché migliaia di persone intraprendano un viaggio così disperato. “Invece devono andarsene loro – dice sempre Bertha Oliva, riferendosi ai governanti - non c’è altra soluzione. Qui la gente chiede una Costituente, per rifondare il paese”.

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