Tacciano le armi. Prenda parola l’Onu - di Alfio Nicotra

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La guerra ci rimbalza addosso da tutti i teleschermi. Città sventrate, palazzi fumanti, folle di disperati in fuga dalle bombe e accatastati in qualche sotterraneo. L’umanità vilipesa e violentata riempie i nostri occhi mentre rullano i tamburi della propaganda di guerra. I corrispondenti delle tv coprono ogni città dell’Ucraina. Sembra di assistere a Tutto il calcio minuto per minuto, ma invece del rettangolo verde di gioco e il caracollare di 22 giocatori dietro un pallone, vediamo gli studi televisivi pieni di presunti esperti di geopolitica e di una classe dirigente che ripete frasi belliciste fatte con lo stampino.

L’elmetto plasma i cervelli in un pensiero unico. Chi pone obiezioni o ragionamenti viene additato come la quinta colonna di Putin. Anche Papa Francesco è stato preso di mira senza troppi complimenti, e l’Anpi e la Cgil fatte oggetto di una campagna di insulti per aver obiettato che aggiungere armi italiane alle tante già presenti in quel teatro non serve a fermare la guerra.

Se in questi anni avessimo avuto soltanto una minima parte dei corrispondenti o delle dirette televisive da San’a’, Aleppo, Mosoul, Raqqa, Tripoli, Gaza, Kabul, Bamako, Asmara o Mogadiscio, avremmo scoperto che, a febbraio, non è finita la pace con la vigliacca invasione russa dell’Ucraina, ma si è estesa anche lì la guerra mondiale a pezzi di cui parla, inascoltato, il pontefice. Una via crucis lunga trent’anni, quando invece dei dividendi di pace per la fine della guerra fredda, la guerra “calda” venne sdoganata come strumento “normale” per affrontare le dispute internazionali.

Al contempo la Nato, nel suo rilanciarsi come gendarmeria globale e allargarsi ad Est, marginalizzava l’Onu aumentando l’instabilità sul piano globale, e sostituendo il diritto internazionale con quello del più forte.

Quello che abbiamo davanti non è uno scontro tra il “mondo libero” e un dittatore, ma qualcosa che ha a che vedere con le sfere di influenza, con rapporti di forza imperiali e di accesso e controllo alle fonti energetiche.

Non esiste una soluzione militare alla guerra in Ucraina. Lo sanno benissimo anche Zelensky e Putin. Il primo punta tutte le sue carte su una “no fly zone” della Nato che comporterebbe l’estensione del conflitto ai Paesi confinanti e il rischio di guerra nucleare. Il secondo è impantanato in un Paese di 603.548 km² e di 40 milioni di abitanti che non si può occupare stabilmente con 150-200mila soldati, e che ha suscitato una fiera resistenza, anche di parte delle popolazioni russofile, all’invasione.

In questa situazione sono i Paesi terzi come Israele, Cina e Turchia – quest’ultima anche se è nella Nato non ha varato alcuna sanzione nei confronti di Mosca - ad elevarsi al rango di negoziatori tra le parti. Questi sforzi potrebbero essere premiati dall’egida delle Nazioni Unite, che potrebbero così rendere questa mediazione veramente multilaterale. È l’Onu infatti che può smilitarizzare i corridoi e congelare l’invasione sul campo, così come è l’Onu quello che può prospettare zone e paesi neutrali in grado di dare garanzia per la sicurezza ad Est e ad Ovest. Solo l’Onu è in grado di permettere che i corridoi umanitari non si trasformino in un semplice esodo dalle proprie case dei civili, preludio per la distruzione da parte dell’occupante russo delle città assediate. Questo consentirebbe il negoziato vero su tutti i temi sul tappeto, che fino ad oggi non si è voluto affrontare.

Il ritorno al diritto internazionale consentirebbe anche alla Ue di recuperare la sua originale missione, quella di unire i popoli europei e di garantire la pace. Una Ucraina nella Ue e non nella Nato andrebbe a rafforzare quei paesi neutrali che ne fanno parte come Finlandia, Svezia, Austria e Irlanda, e che hanno dimostrato di avere una qualità della loro democrazia non certamente inferiore alla nostra. Solo il cessate il fuoco e una garanzia internazionale consentirebbe agli ucraini di proseguire la resistenza all’invasore senza armi, attraverso la disobbedienza civile, l’organizzazione di comunità solidali, l’indisponibilità alla cancellazione delle proprie identità nazionali (che anche in Ucraina, sono diverse e non una sola).

Far tacere le armi significherebbe restituire la parola ai popoli, compreso quello russo, rompendo l’isteria militarista-nazionalista che anche in Russia addita chi si oppone alla guerra come disfattista e in collusione con il nemico. Una soluzione negoziata infine porrebbe il problema di un sistema di sicurezza continentale condiviso, bloccando l’assurda corsa alle spese militari, che amplificando un trend già in crescita negli ultimi 20 anni vede una corsa al riarmo degli Stati nazionali (la Germania in un colpo solo di oltre 100 miliardi di euro), che rappresentano una minaccia alla pace e annunciano nuove guerre per il futuro.

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