Giovanni Mottura. Un maestro silenzioso - di Francesco Carchedi

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Giovanni Mottura, intellettuale, militante della sinistra e credente appartenente alla chiesa Valdese, inizia ad impegnarsi politicamente nei movimenti giovanili che animavano Torino (dove nacque nel 1937) nell’immediato dopoguerra. I suoi interessi politici e sociali si delineano nella critica dello sviluppo ineguale del “miracolo economico”, e delle innovazioni organizzative apportate nelle medio-grandi fabbriche senza adeguate attenzioni alla condizione operaia, nelle sue diverse articolazioni. Quindi non soltanto le componenti operaie della Fiat o degli altri grandi gruppi, ma anche quelle delle piccole/piccolissime aziende, comprese quelle agro-alimentari che costituivano il reticolo del proletariato urbano e rurale della provincia torinese. Interesse che nel 1956 spinge Giovanni Mottura - e un ristretto gruppo di compagni (tra cui Vittorio Risier) – a Partinico per collaborare con Danilo Dolci (dove conosce Goffredo Fofi).

Partecipa alle lotte bracciantili e inizia con questo gruppo di coetanei (erano perlopiù ventenni) l’attività d’inchiesta sociale nei quartieri di Palermo e nei paesi circostanti. Questa esperienza dura circa un anno, ma segnerà la traiettoria umana e scientifica di Giovanni Mottura. Torna a Torino ed entra in contatto con Raniero Panzieri che animava la rivista dei “Quaderni Rossi”, e collaborando con la Cgil svolge altre inchieste sociali. Nel primo numero dei Quaderni Rossi (settembre 1961) è pubblicata la “Cronaca delle lotte ai Cotonifici Valle di Susa”. Conosce Emilio Sereni (Responsabile per il Partito comunista dell’agricoltura) che insegnava a Portici con Manlio Rossi Doria, a sua volta vicino alle battaglie di Danilo Dolci. Rossi Doria offre a Giovanni Mottura un incarico di ricercatore al Dipartimento di Economia Agraria dell’Università di Napoli Federico II. Qui conobbe Enrico Pugliese, con il quale iniziano a fare inchiesta insieme nelle aree rurali campane, in particolare nella Piana del Sele.

Studiano gli effetti della Riforma agraria nel Mezzogiorno, l’introduzione massiccia delle macchine agricole e gli effetti che determinavano, da un lato, sulle condizioni occupazionali dei lavoratori agricoli più vulnerabili (contadini poveri e braccianti), e dall’altro nei ceti imprenditoriali. In sintesi riscontrano un ampio divario economico tra le due classi che determinerà i “moti di Battipaglia” (aprile del 1969); e causerà inoltre la ripresa dell’emigrazione verso il “triangolo industriale” e in primis verso l’Europa settentrionale e le Americhe.

Nei primi anni Settanta, Giovanni Mottura si traferisce all’Università di Modena, continuando a studiare il mercato del lavoro restando ancorato alla piccola impresa e ai lavoratori più fragili. Non trova sempre un ambiente disposto a confrontarsi sulle questioni occupazionali e di sviluppo locale con l’approccio dell’inchiesta sociale che aveva sperimentato e consolidato nell’esperienza torinese e napoletana. L’uso eccessivo dei dati statistici, diceva spesso, nasconde la pigrizia o l’incapacità a scendere sul campo, a “sporcarsi le scarpe” come aveva imparato a fare nelle campagne salernitane. Sporcarsi le scarpe significava per Giovanni Mottura fare politica, andare dove emerge la sofferenza, ascoltare i protagonisti coinvolti e dialogarci. In altre parole farli sentire dei “sapienti”, riconoscendo, in tal maniera, la forza della loro esperienza. E conferirle pari dignità.

Questo approccio Giovanni Mottura lo applica ancora nella sua pienezza quando, nei primi anni Novanta, inizia a interessarsi dei lavoratori stranieri dirigendo l’Istituto Servizi Immigrazione (del Comune di Bologna), o quando alle soglie del 2000 è tra i fondatori del Rapporto “Immigrazione e Sindacato” (già Ires Cgil); oltre che per tutti i trent’anni successivi. Nei lavoratori stranieri ritrovava – quando studiava quelli occupati in agricoltura - una parte delle caratteristiche sociali che aveva riscontrato, senza confondere i diversi periodi storici, nelle campagne meridionali. Così quando interloquiva con i lavoratori egiziani o ghanesi occupati nelle fonderie di Reggio Emilia non poteva che richiamare alla mente gli operai metalmeccanici meridionali di Torino. Comparava le modalità attraverso i quali i primi si rapportavano - e i secondi si rapportano - alle organizzazioni sindacali e come queste a loro volta si rapportavano/si rapportano con gli uni e con gli altri.

Giovanni Mottura non lesinava critiche al sindacato – in genere costruttive, spronandolo a investire più risorse - per non comprendere appieno la trasformazione strutturale determinata nella composizione della classe lavoratrice con la presenza dei lavoratori migranti.

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