Il canto libero di Moni Ovadia - di Riccardo Chiari

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Quante ne ha cantate Moni Ovadia al congresso della Flai Cgil. Alla follia della guerra; ai potenti che stanno avendo mano libera per ferire sempre più gravemente il pianeta; ai governanti che, salvo qualche eccezione, hanno smesso da tempo di ascoltare i governati. Di fronte a chi parla di armi come si parla di calcio al bar, a chi continua a dire di andare avanti “fino alla vittoria finale”, l’artista errante nato 77 anni fa in una Bulgaria che dette la cittadinanza a tutte le famiglie ebraiche in fuga dall'orrore nazista, ha ricordato agli smemorati e ai distratti che solo la pace, l'uguaglianza e la fratellanza fra i popoli possono fare argine alla pazzia.

Alle delegate e ai delegati del congresso Flai, Ovadia ha donato una lezione civile indimenticabile. A partire dalle accuse invariabilmente ricevute a chi cerca di dar voce alle ragioni della pace: “Io putiniano? Nella Russia di Putin sarei in galera, perché se vivessi a Mosca protesterei contro i diktat anti-omosessualità del governo. E non si può dimenticare che Putin guida un paese basato su grandi oligarchie. Ma anche in Ucraina c'è la stessa situazione, così come in un Occidente, dove gli oligarchi si chiamano Musk, Gates, Besos. Ma da noi fa più chic non chiamarli per quello che sono”.

Alla fine, lanciando il suo appello a sostegno delle iniziative pacifiste del 24 e 25 febbraio prossimi lungo l'intera penisola, l'artista errante si è rivolto a chi vuole restare umano: “Noi continueremo a dire no a tutte le guerre. A quelli che si scandalizzano per l’Ucraina, chiedo dove fossero quando c’era la guerra in Iraq, in Afghanistan. Cosa dicono per il macello dei Curdi, strumentalizzati per combattere l’Isis e poi lasciati a se stessi? In Yemen c’è una guerra sanguinosa, con la gente che muore di fame, con le armi dell’Occidente che vengono date all’Arabia Saudita. Sono buffoni, oltre che delinquenti”. L'ovazione della sala lo ha salutato, ringraziandolo.

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