I bastoni fra le ruote dell’autonomia differenziata - di Alfonso Gianni

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E’ cominciato l’iter della discussione parlamentare al Senato, nella commissione Affari Costituzionali, in merito alla revisione costituzionale degli art.116 comma terzo, e art. 117, primo, secondo e terzo comma su cui si basa il tentativo della maggioranza di instaurare nel nostro paese un sistema di autonomia differenziata, che darebbe alle giunte di tutte le Regioni italiane, tramite una trattativa con il governo che escluderebbe il Parlamento, potere di legiferare su ben 23 materie, tra le quali la sanità, l’istruzione, aspetti rilevanti del lavoro, l’energia, i trasporti e via dicendo. Ovvero l’essenza del welfare state e della politica economica del paese.

Contemporaneamente, sempre al Senato, è in corso la discussione sul disegno di legge Calderoli – Atto Senato n.615 - che vorrebbe stabilire le modalità del percorso legislativo per conferire una simile autonomia alle varie regioni che la chiedono sulla base di un accordo con il governo. La discussione dei due disegni di legge procede parallelamente ma questi non possono essere associati in un unico dibattito per il loro carattere differente, essendo l’una - la nostra proposta di iniziativa popolare – di rango costituzionale, e richiede per la sua approvazione una doppia deliberazione da parte di entrambi i rami del parlamento; l’altra, quella del governo, di carattere ordinario.

Logica vorrebbe che la discussione sul disegno di legge di modifica costituzionale precedesse quella sul disegno di legge del governo, perché qualora venisse approvata, seppure in prima lettura, non avrebbe ragione di esistere la seconda, poiché verrebbero a cadere i presupposti costituzionali, introdotti dalla sciagurata modifica del titolo V operata nel 2001, su cui poggia il ddl governativo. Questa sarà probabilmente la richiesta che le forze di opposizione avanzeranno nei prossimi giorni. Ma, come quasi sempre accade, la logica ha poco da spartire con la politica, per cui è improbabile che tale richiesta possa passare.

D’altro canto, almeno per una delle componenti del governo - la Lega - l’approvazione entro l’estate del ddl Calderoli è questione di grande rilevanza, avendo il ministro più volte dichiarato che la sua presenza nel governo è legata all’approvazione del suo disegno di legge. Che però nel frattempo ha subito diversi colpi. Il più clamoroso dei quali sono state le dimissioni eccellenti di cinque “esperti” chiamati a fare parte di un pletorico comitato che, secondo Calderoli avrebbe dovuto definire i Lep, ovvero i livelli delle prestazioni essenziali da garantire in ogni caso. Il che, come ha più volte osservato la Svimez, non può avvenire con i fichi secchi ma richiede una spesa che si aggira tra 75 e 100 miliardi di euro, cosa che il governo si è ben guardato dal garantire.

Allo stesso tempo sono piovute sul progetto Calderoli un fiume di critiche, anche da fonte istituzionale, che hanno prodotto più di uno scricchiolio nell’impianto di legge governativo. Mi riferisco alle critiche avanzate da Bankitalia, dall’Ufficio parlamentare per il Bilancio, dall’ultimo rapporto annuale della Svimez, dallo stesso rapporto Invalsi sullo stato dell’istruzione nel paese. Anche nella chiesa si sono levate voci autorevoli e contrarie, da ultima quella dell’Arcivescovo di Napoli. Ciononostante Calderoli insiste nella speranza di concludere la discussione entro la pausa estiva dei lavori parlamentari.

Un obiettivo assai difficile, visto che l’illustrazione generale degli emendamenti al suo testo in commissione si è conclusa solo alla fine della scorsa settimana, e in quella entrante si dovrebbe passare al loro voto. Ma il loro numero è elevato e la stessa discussione sta mettendo in luce diverse incrinature nel campo della maggioranza, una parte consistente della quale, in particolare quella che fa capo a Giorgia Meloni, sarebbe soprattutto interessata a mandare avanti i progetti relativi al presidenzialismo o quantomeno al premierato.

Il Pd non è certo compatto sul tema, ma la spinta in senso contrario all’autonomia differenziata fornita dalla nuova segretaria Schlein, come si è visto anche nel recente appuntamento napoletano, sta dando voce e forza a chi, soprattutto tra i parlamentari meridionali, era già contrario o quantomeno fortemente dubbioso sugli esiti di un simile progetto.

Insomma, i mesi di battaglia politica che hanno accompagnato la raccolta di più di centomila firme sulle legge di iniziativa popolare hanno rotto il muro dell’indifferenza e contribuito a spostare, nel campo della sinistra e forse non solo, le opinioni preesistenti. Non diamo per scontato che il disegno dell’autonomia differenziata passi, per quanto preponderanti siano i numeri sui cui la maggioranza può contare. Non dimentichiamo che quei numeri sono stati ampliati da una legge elettorale incostituzionale, e che quindi non corrispondono alla reale maggioranza nel paese.

Per questo la manifestazione già prevista dalla Cgil e da 60 organizzazioni di attivismo sociale per il 30 settembre può assumere un ruolo determinante.

 
 
 
 
 
 
 
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