Cpr: la vergogna continua - di Ivan Lembo

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Cambiano i governi ma ad essere sempre presenti sono l’ipocrisia, l’approccio emergenziale e securitario, la narrazione tossica con cui il nostro Paese affronta il fenomeno migratorio. Emblematica è la vicenda dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr), da anni raccontati come strumento per espellere gli irregolari e garantire la sicurezza delle nostre città.

In questo quadro non poteva mancare la ferocia ideologica della destra al governo che porta a 18 mesi il tempo di permanenza massimo presso i Cpr, e aumenta di 7 milioni la spesa destinata al loro funzionamento.

E’ inascoltata la voce di chi quotidianamente denuncia la violazione costante dei più elementari diritti umani a cui sono sottoposti i migranti, detenuti in vere e proprie prigioni senza che abbiano compiuto alcun reato.

Sono ignorati i dati che dimostrano come la detenzione amministrativa, anche in virtù della totale inefficacia della politica dei rimpatri, alimenti il circuito dell’irregolarità, aumentando l’invisibilità di persone che, una volta uscite, diventano facilmente vittime di grave sfruttamento lavorativo e manodopera a basso costo della criminalità organizzata.

A Milano il centro di via Corelli ha riaperto come Cpr nel settembre 2020, da allora sono continue le inchieste e denunce sulle condizioni in cui sono costrette a vivere le persone che si trovano all’interno. L’ultima in ordine di tempo è rappresentata dal dossier “Al di là di quella porta. Un anno di osservazione dal buco della serratura del Centro di permanenza per il rimpatrio di Milano”, redatto dall’associazione Naga e dalla rete Mai più lager - no ai Cpr. Il periodo di osservazione del report va da maggio 2022 a maggio 2023 e le fonti utilizzate sono dati, testimonianze, ricerche, cartelle cliniche, accessi agli atti, accessi civici generalizzati, sopralluoghi, messaggi al centralino telefonico dedicato.

Due sono i temi generali che emergono dal dossier. In primo luogo, la costante violazione dei diritti in tutti gli ambiti che sono stati indagati: le modalità di accesso al centro, lo stato dei moduli abitativi e dei servizi, le condizioni di vita interna, l’informazione legale e il diritto alla difesa, il trasferimento presso altri centri e le procedure di rimpatrio, la tutela della salute, solo per dirne alcuni. In secondo luogo, l’ostruzionismo che viene opposto a qualsiasi tentativo di accesso al centro, e alla richiesta di informazioni rispetto a quello che succede all’interno.

Tutto ciò che viene descritto manifesta chiaramente come il Cpr di via Corelli a Milano sia una enorme ferita per la democrazia e lo stato di diritto. Persone che vengono “accolte” con visite mediche molto superficiali, da fare nudi, senza alcuna privacy, e con l’attribuzione di un numero progressivo che acuisce il profondo senso di disumanizzazione. Moduli abitativi sporchi, bagni privi di qualsiasi forma di igiene e senza porte. Freddo pungente durante l’inverno e caldo asfissiante d’estate. Pasti scaduti e a volte pieni di vermi.

La disperazione caratterizza la routine quotidiana: grida, richieste di aiuto, calci alla porta, tentativi di suicidio, ingestione di lamette, pile, tappi, tentativi di appiccare incendi. Di questo e altro racconta il dossier, anche attraverso le storie delle persone che a Corelli sono state detenute. Il diritto alla salute viene costantemente violato, il diritto alla difesa gravemente limitato o negato: risulta difficile nominare un legale di fiducia, e c'è una totale assenza di informazioni alle persone trattenute.

Nei pochi casi in cui avviene il rimpatrio, le persone vengono sedate, legate mani e piedi, attirate fuori dai moduli abitativi con pretesti e bugie, caricate di peso sull’aeromobile.

Il dossier descrive poi la progressiva “zombizzazione” delle persone, che non hanno alcuna attività da svolgere. Come emerso anche da una recente inchiesta di Altreconomia, l’ente che si è aggiudicato, per quattro milioni e 400mila euro, la gestione del centro, non garantisce affatto le attività previste dal capitolato d’appalto. C’è una totale discordanza tra quanto scritto nei documenti e la realtà della struttura di reclusione. Inoltre, alcuni degli accordi stipulati con associazioni e Ong “esterne” per migliorare la vita dei trattenuti sarebbero falsi. Viene da chiedersi in cosa consista il controllo della Prefettura.

 

Siamo di fronte ad un enorme spreco di denaro pubblico, che viene destinato ad aziende solo in teoria specializzate nella gestione dei Centri per i rimpatri, e che diventano parte di un sistema che viola costantemente i diritti più elementari delle persone. 

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