Con gli algoritmi, la fabbrica fordista pervade tutta la società - di Gian Marco Martignoni

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Lelio Demichelis, La Società Fabbrica, Luiss University Press, pagine 360, euro 24.

Dopo aver messo a fuoco nelle precedenti pubblicazioni l’irrazionale-razionalità della religione tecno-capitalista, ora con il libro “La Società Fabbrica” Lelio Demichelis, docente di Sociologia economica all’Università degli Studi dell’Insubria, analizza le conseguenze organizzative, economiche, sociali e culturali determinate dall’epocale passaggio dal taylorismo fordista al taylorismo digitale.

Sostanzialmente per Demichelis la catena di montaggio non solo non è tramontata, e perciò la vulgata post-fordista si è rivelata decisamente fallace, ma addirittura si è estesa e affermata come “catena di montaggio algoritmica su tutto il pianeta”, poiché la stragrande maggioranza delle persone è mobilitata incessantemente nella rete dalla pletora dei dispositivi digitali a disposizione, sia nei luoghi di lavoro che nelle mura domestiche.

Pertanto, mentre nel precedente regime di fabbrica solo una porzione della forza lavoro svolgeva mansioni parcellizzate e ripetitive, con frequenze intense e logoranti per via di un dispendio enorme di energia fisica e di attenzione, oggi la fabbrica diffusa ha generato una forza lavoro globale, retribuita o meno, dedita all’automatica produzione di dati per l’universo delle piattaforme informatiche.

Questa tesi può sembrare paradossale e provocatoria, ma di certo non pecca di realismo, se solo pensiamo che già nei primi anni sessanta Raniero Panzieri, l’animatore dell’esperienza dei Quaderni Rossi, aveva segnalato come “la fabbrica si generalizza, e quindi quelli che sono i tratti caratteristici della fabbrica tendono a pervadere tutti i livelli della società”.

Quindi, l’avvenuta digitalizzazione delle masse ha incrementato a dismisura la triade scambio-distribuzione-consumo, grazie a quella profilazione dei consumatori da parte del capitalismo della sorveglianza e il ricorso alle predizioni dell’ingegneria comportamentale. Mentre la potenza del ‘general intellect’, diversamente dalle fantasie post-operaiste rispetto allo sviluppo liberatorio della cooperazione sociale, è stata completamente sussunta dalla logica proprietaria e dominante delle compagnie multinazionali. Tanto che, non solo nel settore della logistica, è cresciuta la quota della forza lavoro dequalificata e ridotta a mansioni di carattere servile, peraltro usa e getta, nonostante la reiterata retorica sull’avvento della società della conoscenza.

Altresì, il trionfo del neoliberismo e della ragione strumentale anti-illuminista hanno favorito il dilagare di un senso comune individualista e competitivo. Di conseguenza l’ideologia della nuova comunità di fabbrica, stante il primato conferito alla presunta neutralità dell’apparato tecnico, si concilia esclusivamente con un certo spirito di adattamento e di collaborazione, in quanto come la rete informatica atomizza e de-socializza i soggetti, alla stessa stregua l’obiettivo del capitale è la deprivazione di qualsiasi coscienza di classe.

Perciò, in stretta consonanza con la teoria critica della Scuola di Francoforte (Theodor Wiesengrund Adorno, Max Horkheimer, Herbert Marcuse, ecc.), il tardo-capitalismo si contraddistingue per un evidente totalitarismo morbido, e una colonizzazione delle coscienze attraverso una artificiosa produzione di falsi bisogni. Ma, in ragione della policrisi di carattere ambientale, bellico, economico e sociale che da qualche decennio attanaglia il capitalismo internazionale, incrinando la mitologia dell’inarrestabile progresso umano, per Demichelis è auspicabile il rilancio da parte del movimento operaio e di quello ecologista di una ragione umanistica ed ecologica, in grado di effettuare un cambio di paradigma del modello di sviluppo rispetto a quello fallimentare della crescita illimitata e infinita.

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