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Relazione di Giacinto Botti alla riunione del Coordinamento nazionale - 23 febbraio 2021

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Care compagne, cari compagni, buongiorno. Ho scritto questa mia introduzione in una situazione in continuo cambiamento. Mancheranno degli elementi che sicuramente saprete colmare. Non la leggerò completamente per tenere in tempi decenti l’intervento e dare a voi il massimo del tempo per intervenire. Mi impegno a inviarvela come contributo al confronto tra noi.

Spero di cuore che stiate tutte e tutti bene, voi e le vostre famiglie. Abbiamo bisogno di un abbraccio collettivo, bisogna in Cgil “sentirci abbracciati”, come ha detto una compagna alla riunione del coordinamento nazionale della Filcams. A proposito di compagne e di donne, vorrei subito dire che come uomo sento la responsabilità di condannare con forza la violenza maschile e i femminicidi che continuano a insanguinare il paese. Ieri altre due donne, vittime di uomini che dicevano di amarle e invece volevano solo dominarle, controllarle, sottometterle, annientarne la libertà e la vita stessa; assassini imbevuti di un sessismo che rifiutiamo e dobbiamo insieme combattere, consapevoli che il maschilismo è nascosto e vive dentro ogni uomo, e potrebbe esplodere quando meno ce lo aspettiamo. La liberazione e la conquista della reale parità tra i generi, pur riconoscendo la differenza, è anche la lotta di ognuno di noi, di ogni uomo e di ogni donna, di coloro che vogliono una società e un mondo migliori.

Care compagne, cari compagni, avremmo voluto trasformare questo coordinamento nazionale a distanza in un attivo aperto, con la presenza fisica del nostro quadro dirigente, delle delegate e dei delegati, perché di vicinanza fisica, di confronto e di condivisione sentiamo tutti la mancanza. Come sentiamo la mancanza del rapporto diretto con le lavoratrici e i lavoratori, così coinvolgente, indispensabile e utile alla nostra attività sindacale. Non è stato possibile perché come sapete il virus circola ancora pericolosamente nel nostro paese e nei luoghi pubblici, nei luoghi della cura e della prevenzione, nei mezzi di trasporto e nei luoghi di lavoro. Siamo a un anno dal primo caso Covid e il paese è stato attraversato da una terribile tempesta che ancora ci sovrasta e porta morte e sofferenza.

La salute e la vita sono le emergenze primarie da affrontare; nonostante ci sia chi ha messo e sta mettendo ancora in questi giorni al primo posto la ripresa e l’emergenza economica, nell’opinione pubblica, in gran parte segnata dalla sofferenza, prevale il buon senso e la giusta paura: primum vivere. Il primo vero ed efficace investimento economico è quello di fermare la pandemia, sconfiggere il virus. Senza salute, sicurezza, cura, assistenza e prevenzione non c’è ripresa e non c’è vita sociale. Oggi il distanziamento fisico rischia di divenire distanziamento sociale, diffidenza, chiusura individuale, regressione relazionale ed emotiva tra gli esseri umani. Tra le tante prove di solidarietà, di passione civile, di militanza sociale di tante persone e associazioni che spesso hanno ricoperto vuoti e mancanze, dato assistenza e aiuto che lo Stato non è stato in grado di garantire, tra la popolazione, la più colpita e la più fragile in particolare, si apre la voragine della solitudine e dello smarrimento. Si perde la capacità di accoglienza, di solidarietà e di riconoscenza. Ci si inaridisce come persone, ci si ripiega su sé stessi. E questa, oltre a quella sanitaria, economica e sociale, dovrebbe essere riconosciuta come un’emergenza che può far perdere la fiducia nel futuro.

E non posso non fare un accenno alla sofferenza, alle morti, alla disperazione, alle difficoltà economiche e sociali a cui il virus ha sottoposto la popolazione, alle responsabilità gravi di certi amministratori, politici, giornalisti nel sottovalutare prima e non denunciare poi. A chi non si è assunto le proprie responsabilità, a chi ha negato l’evidenza sui ritardi, le negligenze che hanno determinato in Lombardia, e in particolare in alcuni territori, un numero di morti spaventoso, tra i più alti a livello mondiale. Noi non vogliamo e non possiamo dimenticare il ruolo irresponsabile di un pezzo del padronato lombardo, di Confindustria, e l’incapacità del Presidente scaricabarile e dell’Assessore regionale alla Sanità. Le fabbriche tutte aperte per rispondere alle pressioni padronali, il movimento di migliaia di lavoratori su mezzi di trasporto in condizioni pietose, la sanità pubblica e territoriale falcidiata per spostare risorse e servizi verso il privato, il taglio del personale medico e paramedico, la carenza di posti letto per la terapia intensiva, la noncuranza e la responsabilità di aver dirottato i malati di Covid verso le RSA sono le cause che hanno determinato l’enorme ecatombe che ha spazzato via un’intera generazione. È per le pressioni di imprenditori e commercianti che non si è istituita la zona rossa. Anche oggi, in presenza di una possibile terza ondata di un virus che, modificato e più contagioso, si ripresenta lo scontro perverso tra diritto alla salute, la vita e l’economica. La destra, la Lega, con i commercianti e i ristoratori e insieme a Confindustria, sono in prima linea per le aperture delle attività prescindendo dagli allarmi degli scienziati. Certamente i settori che stanno subendo i problemi economici e le difficoltà più pesanti vanno sorretti e aiutati con dei ristori adeguati e celeri in base dell’effettivo danno subito e non solo dichiarato. La salute e la vita rimangono priorità assolute. Noi non dobbiamo dimenticare, non vogliono dimenticare i parenti, i famigliari, i cittadini che hanno costituito i comitati per avere giustizia per sé e per i propri cari, affinché i colpevoli siano puniti e quello che è successo non accada più.

La pandemia ha messo a nudo i limiti e le condizioni del nostro sistema sanitario pubblico che nel corso degli anni, governo dopo governo, ha subito tagli e scelte che hanno privilegiato l’idea di una sanità come un’azienda di mercato, contenendo la spesa sociale e avvantaggiando il privato, facendo così venir meno quel diritto universale alla salute e alla cura sancito dalla nostra Costituzione. Nel contempo, con l’emergenza sanitaria è emerso in modo evidente quanto sia grande il bisogno di sicurezza e di salute della popolazione, insieme alla riconoscenza verso il sistema sanitario pubblico e le sue operatrici e operatori. La necessità di investire nell’economia della cura è uscita prepotente, ed evidenti sono apparsi gli errori di certe scelte e la strumentalità interessata di teorie ideologiche contro il sistema e il lavoro pubblico.

Occorre fare giustizia e chiarezza. Come non bisogna scadere nella retorica degli eroi, tanto mistificante e offensiva verso i medici, gli infermieri, le operatrici e gli operatori sanitari, il personale della ristorazione, delle pulizie, degli appalti che operano nel settore sanitario. A loro non servono medaglie o falsi elogi, ma diritti riconosciuti, un contratto, un salario decente e un orario di lavoro rispettoso della loro salute e di quella dei pazienti sottoposti alle loro cure e attenzioni. Troppo lavoro non riconosciuto, troppe condizioni non accettabili, troppi appalti, troppi carichi di lavoro e troppe ore di lavoro giornaliero. Troppo poco personale e troppa responsabilità sulle spalle di lavoratrici e lavoratori che in questi mesi non si sono certo risparmiati in termini di generosità e disponibilità. Per esperienza diretta come paziente Covid mi sono reso conto della distanza e della mancanza di conoscenza che abbiamo rispetto a molti lavori considerati “poveri” e non riconosciuti in generale, del lavoro che svolgono migliaia di donne e di uomini, in quel settore nevralgico come in tanti altri. Sono loro, tutti, tutte, che garantiscono il diritto alla salute, alla sanificazione degli ambienti, ai cambi delle lenzuola, alla distribuzione del cibo, a rifare i letti. Che ti garantiscono un sorriso e affetto. Anche per loro e insieme a loro non dobbiamo dimenticare, e dobbiamo mobilitarci per garantire la sanità pubblica dal Nord al Sud del paese, e garantire diritti costituzionali e contrattuali, dando valore alle persone e al lavoro di assistenza e di cura. La vaccinazione di massa è l’unica strada per uscire da questa pandemia che ci attanaglia. Ma la carenza dei vaccini ci riporta dentro a un altro gigantesco problema, il ruolo delle multinazionali in un settore vitale come quello della salute. Sono le grandi multinazionali, non rendendo disponibili i brevetti dopo aver usufruito di risorse pubbliche, a monopolizzare la produzione rendendo impossibile per i paesi, in particolare i più poveri, pianificare piani di vaccinazione efficaci e in tempi ristretti. Anche sui vaccini la logica del mercato e del profitto viene prima del diritto alla vita di milioni di persone. Occorre come CGIL sostenere la petizione a livello europeo che chiede alle multinazionali la cessione dei brevetti. E mi scandalizza che ci sia chi, Presidenti di Regioni di centrodestra ma anche di centrosinistra, possa pensare di ricorrere in proprio al mercato nero, o ricercare direttamente il rapporto con le multinazionali per avere vaccini per i cittadini della loro regione. È la rottura solidale e istituzionale del paese sul diritto alla salute. È una vergognosa babele tra Stato e Regioni, tra regioni ricche e povere, il risultato di quel titolo quinto voluto nel 2001 dal governo di centrosinistra e che ci si era ripromessi di modificare. Con questo governo non se ne farà nulla.

Mi sembrava opportuno e giusto iniziare da qui la mia introduzione, prima ancora di parlare della situazione politica nella quale è stato spinto il paese con le dimissioni di un Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, mai sfiduciato dalle Camere, e l’insediamento di un altro Presidente del Consiglio, Mario Draghi, indicato come il “salvatore della patria”, sorretto da un governo “ammucchiata” nel quale c’è tutto e il suo contrario. Abbiamo assistito allo spettacolo di una politica politicante che ha dato e sta dando il peggio di sé con alcuni suoi miseri rappresentanti, di un giornalismo senza dignità, asservito agli interessi di un gruppo ben definito e orientato. Ci vuole stomaco di ferro e una memoria di burro per indicare questo come il “governo dei migliori”, con certi ministri nei posti chiave che tutto possono fare tranne che cambiare radicalmente il paese, innovare e riorganizzare il sistema produttivo operando in discontinuità con il passato, rispondere al bene comune salvaguardando ambiente e beni pubblici. Riconfermiamo il nostro giudizio: il governo Draghi proprio non ci rappresenta. Non è il nostro governo, costruito non con neutralità ma con il peggior manuale Cencelli, come del resto è successo con quelli precedenti. Un governo che si sta caratterizzando come un esecutivo di restaurazione sociale ed economica, in un paese gattopardesco dove si cambia tutto per non cambiare realmente niente. La CGIL, mai come in questa fase complicata, è e deve restare autonoma nel suo giudizio, valutando i governi e i partiti per le politiche che propongono e attuano, per la coerenza delle azioni, per i bisogni e gli interessi che rappresentano. Siamo un soggetto politico generale di rappresentanza sociale con una forte autonomia di merito e di proposta, di cultura e di valori che affondano le radici nella storia del movimento operaio e nella nostra Costituzione repubblicana. I nostri elettori sono le iscritte e gli iscritti, i lavoratori e le lavoratrici, le pensionate e pensionati, il nostro riferimento è il lavoro di oggi e di domani. Su questo dobbiamo discutere e confrontarci in questa riunione, come rappresentanza collettiva di un’aggregazione della sinistra sindacale di maggioranza nella CGIL, plurale e democratica, coordinata collegialmente, leale e non chiusa in un recinto ma aperta e disponibile al confronto. Non una corrente di partito e neppure grilli parlanti, né “maestrini dalla penna rossa”, come ha scritto simpaticamente il compagno Andrea nella sua bella e appassionata introduzione al coordinamento nazionale della Filcams dal titolo significativo: “Ricordatevi di essere rossi”.

Anche in questa occasione è opportuno fare un richiamo allo scenario internazionale pur nella consapevolezza, com’è nella nostra cultura, della necessità di alzare lo sguardo oltre i nostri confini per capire, riflettere e studiare quanto sta avvenendo nel panorama europeo e internazionale a fronte di una pandemia che segna e sconvolge tutti i paesi sviluppati e non. Sulla situazione internazionale abbiamo la puntualità e la qualità del nostro periodico Sinistra Sindacale, su questa attenzione, e non solo, ringrazio il compagno Poldo.

Capire cosa significa la vittoria di Biden e la sconfitta di Trump, come si adatteranno le politiche americane alla nuova situazione, al bisogno di ricostruire egemonia e controllo di pezzi di mondo e garantire i propri commerci; come si affronteranno le tragedie della Siria e della Libia e il dramma dell’Ucraina fascistizzata.

Sapere come risponderanno l’Europa e l’Italia alla questione epocale delle migrazioni di massa. E ancora come si affronteranno le rivalità e lo scontro egemonico in atto tra Usa e Cina, il rapporto economico e politico con la Russia, il ruolo dell’Europa e del nostro paese nel tormentato scacchiere internazionale. Un sindacato confederale non può che avere una visione internazionale degli avvenimenti e operare con la CES e i sindacati mondiali per definire, possibilmente, una linea, un posizionamento e svolgere un ruolo da protagonista che oggi manca. Abbiamo bisogno di parlare e di intervenire per la libertà del popolo Curdo, denunciare il colpo di Stato in Birmania, chiedere giustizia e libertà per Patrick Zaki, non dimenticare Giulio Regeni, sostenendo la fine del commercio di armi con l’Egitto e il ritiro del nostro ambasciatore, come richiesto dai suoi genitori. Denunciare sempre la crudeltà, spesso nascosta anche dalla nostra complicità o indifferenza, di lasciare migliaia di persone a morire congelate sui passi balcanici, in fondo al mar mediterraneo divenuto un’immensa tomba o nei lager libici. Denunciare, accusare i regimi tirannici, oppressori delle libertà di espressione, delle donne, come quell’Arabia Saudita servita e riverita in modo vergognoso dal più indecente politico che abbiamo conosciuto in questo decennio: Matteo Renzi, un provocatore e un millantatore, l’altro ieri rottamatore della sinistra e della sua cultura, ieri demolitore del governo Conte e dell’alleanza progressista e di sinistra tra Pd, Movimento 5 Stelle e Leu, e oggi orgoglioso costruttore del governo Draghi, un governo politicamente ed economicamente spostato a destra, con la presenza decisiva dei ministri di Forza Italia e della Lega.

Occorre alzare lo sguardo, vedere i tanti conflitti e le guerre in corso, le atrocità nascoste, rimettere al centro delle nostre rivendicazioni la Pace, il disarmo, la riconversione delle fabbriche di armi. Nulla di questo è presente nella relazione programmatica di Draghi, definita di “alto profilo” anche al nostro interno e dal Segretario generale. Sul giudizio positivo sulla relazione Draghi in Parlamento abbiamo espresso, negli articoli e anche in occasione della riunione dei segretari generali, un nostro motivato dissenso, con senso di appartenenza e lealtà verso l’organizzazione e verso il Segretario generale, che abbiamo sostenuto nello scontro congressuale e che continueremo a sostenere, al quale esprimiamo solidarietà per l’attacco personale da parte di un giornale di destra come Libero. Noi non siamo per natura propensi al deleterio concetto di fedeltà che tanto fa male all’organizzazione e al suo Segretario generale.

Abbiamo espresso la necessità di avere cautela e autonomia nel giudizio; la CGIL non dovrebbe far parte del coro stonato di queste settimane, ma dovrebbe almeno attendere l’indicazione dei ministri e dei sottosegretari e la messa a terra delle proposte, la concretezza delle affermazioni generali espresse.

La CGIL è plurale o non è, siamo una intelligenza collettiva, di ricerca, di confronto e di unità e mai come oggi abbiamo bisogno di un largo confronto e di una forte e unitaria condivisione, di far vivere le pluralità di pensiero e di ricerca dentro al quadrato rosso. Siamo anche convinti che più che mai ci sia bisogno di una sinistra sindacale all’interno della maggioranza più rappresentativa e plurale e collettivamente organizzata.

In questo governo dove si sono dimenticati delle donne con una disattenzione vergognosa, sia da parte del Presidente incaricato sia di un Pd alle prese con problemi correntizi e un’identità ancora a dir poco confusa, tra i ministri proposti brillano gli amici e le amiche di Comunione e Liberazione; come mi ha fatto notare con preoccupazione il compagno Giancarlo Straini di ArciAtea, la laicità dello Stato potrebbe essere messa in pericolo. La stessa “sussidiarietà”, quel principio cattolico per cui il privato e le comunità locali sono sempre da preferire allo Stato, potrebbe diventare una delle risposte alla crisi, tornando ad essere usata, com’è stato sinora, per giustificare la privatizzazione strisciante del welfare che da diritto universale ha finito per assumere aspetti caritatevoli, sorretta comunque da sussidi pubblici e fatta pagare ai contribuenti attraverso deduzioni ed esenzioni varie. Lo abbiamo visto, come tra altro nella sanità convenzionata e nella scuola paritaria. Il ministero della disabilità, voluto dalla Lega, va nel peggior solco caritatevole e compassionevole del passato. Non hanno bisogno di un nuovo ghetto coloro che soffrono e vivono con una disabilità, ma di servizi, di strutture e di tutele sociali, di inclusione e di inserimento nel lavoro. Il cambiamento inizia anche da qui.

Nel Governo oltre a Draghi, che ha studiato al Liceo dei Gesuiti, acclamato al meeting di Comunione e Liberazione - non so se gli sia rimasto qualcosa come allievo di Federico Caffè, visti i suoi precedenti di Presidente della BCE e uomo di fiducia della finanza internazionale - convinto liberista e sostenitore delle politiche di austerity del passato, troviamo tutti gli amici e i sostenitori di CL e graditi ospiti ai suoi meeting: Patrizio Bianchi, teorico della collaborazione tra scuola statale e paritaria, Marta Cartabia, che si è distinta come giudice Costituzionale nell’opporsi a considerare “famiglie“ le unioni omosessuali, Renato Brunetta che ben conosciamo, Maria Cristina Messa ex rettrice della Bicocca, feudo di CL, Mara Carfagna, Maria Stella Gelmini, e infine il “migliore” della Lega, Giancarlo Giorgetti, amico di Mario Draghi e della Confindustria più liberista, cementificatore poco ambientalista, cresciuto nella gioventù fascista, zelante relatore della legge 40, quella mostruosità reazionaria sulla procreazione assistita demolita dalla Consulta, sostenitore del modello sanitario lombardo ospedale-centrico e dell’inutilità del medico di base.

Con questi ministri, con Consiglieri economici come Giavazzi, Colao e Gorno, Presidente della Cassa depositi e prestiti alla corte di Draghi, non pensiamo che si imboccherà la strada di quel cambiamento da noi indicato con il Piano del Lavoro e la Carta dei Diritti, dal nostro Congresso, nelle piattaforme unitarie. È prevedibile che dopo la scelta dei sottosegretari, sempre con il Cencelli, ci ritroveremo un governo ancor più piegato e condizionato dalla destra, con il capo della Lega, nella nuova veste di governo e di opposizione, come se fosse il vice presidente in continua e spregiudicata campagna elettorale razzista in attesa delle prossime elezioni politiche. E con il centrosinistra disperso e in crisi. Aspettiamo la messa a terra del programma, ma nella relazione di Draghi ci preoccupano di più le cose non dette che quelle dette. Certo diverse ma non distanti da quelle sentite nel ‘93 da Ciampi, nel ‘95 da Dini e nel 2011 da Monti. Altri governi, ma tutti voluti dal Presidente della Repubblica per “salvare la patria”. Come si vede la crisi e il fallimento del sistema democratico e politico non datano da oggi. Certo i paragoni possono essere fuori luogo, diversi i contesti, le storie personali dei Presidenti, le crisi attraversate in un paese sempre in bilico.

La differenza è che in quei contesti eravamo in presenza di politiche di austerità e si doveva tagliare la spesa e riformare le pensioni, per rispondere ai vincoli e ai ricatti imposti dal patto di stabilità europeo, oggi invece ci sono immense risorse da distribuire e si possono fare politiche espansive con i miliardi messi a disposizione che non sono però una regalia, perché la maggior parte è a debito, che qualcuno in futuro dovrà sanare. Il contesto è diverso ma le emergenze sanitarie, sociali ed economiche sono ben più gravi, e siamo dentro a una crisi epocale del sistema capitalistico e di accumulazione: le sfide per un radicale cambiamento sono in un campo aperto dove tutto è cambiato.

Come ne usciremo, chi pagherà questa crisi e come sarà ridisegnato il futuro, queste domande sono la vera posta in gioco. Come nei precedenti governi di unità nazionale e del Presidente, lo scontro tra gli interessi e il rapporto tra capitale e lavoro rimangono centrali. Sappiamo com’è finita in passato e forti di quelle esperienze storiche esprimiamo dubbi e una sana diffidenza verso i salvatori della patria e gli uomini soli al comando.

Nessuno è neutro e nelle scelte non esiste la neutralità del cambiamento in un paese dove le diseguaglianze, le povertà, la disoccupazione sono esplose e si sono aggravate dentro la pandemia. Abbiamo bisogno di confronto collettivo, del coinvolgimento di tutto il gruppo dirigente, delle delegate e dei delegati, della convocazione degli organismi decisionali, non solo dei segretari generali, per una discussione e una riflessione aperte, laiche e coerenti su come la CGIL dovrà affrontare questa inedita fase da protagonista e non da spettatrice.

Avevamo bisogno di un Governo. Il governo atteso, cercato e voluto è arrivato. Il governo dei “migliori”, di salvezza e di ammucchiata nazionale, con il ritorno in cabina di regia di Confindustria, degli industriali del Nord con la loro visione liberista, la centralità dell’impresa, del mercato e del profitto. La Confindustria è già in campo richiedendo di attenuare la progressività fiscale, la riduzione dell’IRAP, di non prolungare per tutti il blocco dei licenziamenti, rimarcando che l’interesse delle imprese coincide sempre con l’interesse del paese. Un dogma, e come tale non discutibile. La destra sociale ed economica sta già facendo sentire la sua voce e sta proponendo le sue ricette e le sue condizioni. Il governo dei migliori dovrebbe ridisegnare il sistema economico e avviare la “grande Ristrutturazione”. Il governo dei “tecnici” del Presidente Monti, nel suo insediamento al Senato il 17 novembre 2011, aveva trovato più modestamente la definizione di governo di “Impegno nazionale”. Per la cronaca Monti, in un governo con la sola opposizione della Lega, ottenne un consenso parlamentare maggiore di quello di Draghi, con un Pd guidato dal segretario Bersani, letteralmente schiacciato su di esso, e che pagherà con una perdita di oltre tre milioni e mezzo di voti alle elezioni politiche. La storia non va dimenticata o rimossa. Il consenso popolare di Monti, insediato dal Presidente Napolitano dopo la caduta verticale del Presidente del consiglio Berlusconi, non solo per uno spread oltre il 570%, superò il 75%, contro il “misero” 60% di Draghi.

Oggi siamo in presenza di un governo senza aggettivi, senza colore politico, senza identità se non quella che gli deriva dal suo Presidente, il salvatore della patria, il raffinato uomo politico, il prestigioso banchiere che ha salvato l’Euro e che oggi ha il compito di salvare la povera “Italietta”, e di sostenere l’Europa futura, in difficoltà tra non molto per la prossima uscita dalla scena politica tedesca di Angela Merkel, una vera statista soprattutto se paragonata agli uomini di potere, ai Presidenti che conosciamo in Europa.

Riconosciamo, non siamo prevenuti, che il neopresidente Draghi gode di grande prestigio in Europa e nel mondo, che possiede una forte credibilità sui mercati finanziari e presso tutte le cancellerie e che questo ci potrà tornare utile. Ma noi non crediamo all’uomo solo al comando, e ai salvatori della patria che mirano solo al bene comune o si muovono nell’interesse generale del paese. Siamo, per fortuna, ancora in una democrazia parlamentare e non presidenziale come alcuni vorrebbero. Il Parlamento, i partiti, le istituzioni, le rappresentanze sociali degli interessi, i movimenti, le associazioni e la società civile sono parte integrante del paese Italia, fonti e forze essenziali, in difesa della nostra democrazia rappresentativa.

Anche nella pandemia, come detto, si sta riscrivendo e riadattando il rapporto tra capitale e lavoro, ma anche l’identità, la ragione stessa dell’esistenza di una sinistra che sappia far vivere la differenza e il conflitto, quanto mai attuale, con una destra sempre più becera e reazionaria. E non siamo tutti sulla stessa barca, non ci sono condizioni materiali e sociali uguali in un paese così segnato da grandi diseguaglianze e povertà sempre più diffuse. Il Covid colpisce e produce sofferenze e conseguenze non egualitarie. C’è persino chi riesce ad arricchirsi sulla pelle delle persone. Inoltre abbiamo bisogno di capire il futuro anche con la demografia. L’Italia non cresce più da anni, abbiamo una decrescita costante e continuativa della popolazione italiana. Solo con l’immigrazione e una politica di sostegno, una nuova organizzazione dei tempi di lavoro e di vita si può arginare un fenomeno che ha un impatto socio-economico rilevante.

Noi ci chiamiamo fuori dallo stucchevole e mieloso coro che circonda il Presidente Draghi, un coro spesso irriconoscente verso il precedente governo e quanto ha fatto, a cominciare da come ha affrontato una pandemia senza precedenti che ha colto impreparati tutti gli stati del mondo. Non rimuoviamo di certo i ritardi, i limiti, gli errori del governo Conte bis, ma è chiaro che non è per questo che è caduto, ma per un chiaro disegno politico con dei mandanti e un cinico esecutore.

Siamo lettori attenti e non prevenuti, e non vediamo nel programma di Draghi a sostegno del suo insediamento quell’alto profilo o elementi di novità così eclatanti. A sostegno di Draghi in Parlamento abbiamo sentito dichiarazioni vergognose e senza dignità da parte di alcuni Deputati e Senatori.

Come quelle di Davide Faraone, renziano, “Non chiediamo più il Mes perché il nostro Mes è il Presidente”. A proposito, quel Mes evocato e richiesto da molti, strumentalizzato per fini politici e sostenuto con molte falsità, a partire da Renzi, nel programma è sparito senza colpo ferire. Spirituale la dichiarazione della forzista Bernini; “Noi di Forza Italia ci sentiamo un po’ nutrici del vostro governo. Noi vogliamo il futuro buono e saremo i custodi del culto. Lei sarà il sacerdote e noi saremo custodi del culto”. Impressionante ma indicativo di dove siamo.

Preoccupa anche lo scenario politico. Questo Governo di unità nazionale ha come opposizione politica di partito solo la populista fascistoide Meloni di Fratelli d’Italia, che raccoglierà prevedibilmente consensi elettorali alle prossime elezioni, insieme a tutta la coalizione di centrodestra. Lì finirà il teatrino dell’unita nazionale e dei salvatori della patria. Tra non molto si dovrà votare, e non sappiamo ancora con quale legge elettorale non essendo citata nel programma del neo Presidente, nonostante gli impegni assunti da chi, anche a sinistra, ha sostenuto il taglio della democrazia rappresentativa e plurale, dopo il nefasto referendum sulla riduzione dei parlamentari. Il rischio concreto è di consegnare, purtroppo, il paese alla peggiore destra, vista la disastrosa situazione della sinistra, del fronte riformista e dei 5 stelle. Sarà la destra a utilizzare una gran parte dei miliardi del Recovery fund, perché quei soldi tanto richiamati con bramosia di interesse, non sono a disposizione solo oggi ma per i prossimi tre anni con un utilizzo di sei. Sono soldi in buona parte a debito, anche se mutualizzato a livello europeo, andranno ad alimentare il debito pubblico ormai ad oltre il 160% e che qualcuno dovrà ripianare in futuro. Non saranno solo scelte tecniche ma politiche a indirizzare l’utilizzo delle tante risorse economiche, pur dentro i vincoli imposti dalla UE. Ci sono alcuni pilastri chiave nel Next Generation Eu: transizione verde, trasformazione digitale, crescita, coesione sociale e salute declinati in 11 punti.

Dei 750 mld messi a disposizione dalla UE, come sappiamo ben 209 sono destinati all’Italia. Sovvenzioni e prestiti disponibili appunto per tre anni, di cui i governi possono chiedere fino al 13% di anticipo, sotto vigilanza del Consiglio. Il 37% del bilancio indirizzato al clima e il 20% alle azioni digitali. Il regolamento prevede che il piano presentato dai governi passi solo a patto che riceva una valutazione A su 4 delle 11 materie considerate fondamentali: l’equilibrio di bilancio, il rafforzamento della crescita, la transizione ecologia e quella digitale. La UE dà i voti. Se non ci sono le A e se lo Stato non raggiunge gli obiettivi previsti, il pagamento potrà essere sospeso e in assenza di correzioni persino revocato. E questo, per un paese come il nostro che disperde e non utilizza le risorse come si dovrebbe, potrebbe essere anche un bene.

Non è l’Europa del passato ma non è neppure quella sociale e della solidarietà che vogliamo. Questa è ancora da conquistare come l’europeismo non è irreversibile. Basti pensare che dopo la pandemia già si prevede il ritorno del patto di stabilità e dei vincoli di crescita e di bilancio per ora solo sospesi. Significativo è che la richiesta di cancellazione del debito degli Stati posseduto dalla BCE, avanzata dal Presidente del Parlamento europeo Davide Sassoli e sottoscritta da oltre 100 economisti, sia stata respinta da Christine Lagarde con la motivazione che sarebbe una violazione dei principi fondanti del Trattato Europeo. È bene saperlo.

Tornando alla relazione programmatica di Draghi, ci preoccupa di più per quello che non c’è scritto non certo per dimenticanza ma per equilibrio e scelta politica. Nulla sulla questione centrale del ruolo dello Stato in economia, manca il lavoro e la condizione lavorativa. Nulla sui limiti strutturali del nostro mercato del lavoro, sul lavoro nero e sfruttato, sulle morti sul lavoro e le malattie professionali, sui salari tra i più bassi dell’Europa industriale. I diritti universali, il ruolo della contrattazione e del CCNL, i contratti pirata non accennati, come neppure la legge sulla rappresentanza e il ruolo e la funzione del sindacato confederale. Capitoli, non a caso, presenti nel programma del Governo Conte bis.

Lo “Ius soli” mai accennato, il fenomeno epocale dell’immigrazione in due banali righe, degli immigrati senza volto e diritto e schiavizzati neppure l’ombra. Per non parlare del fenomeno corruttivo, della mafia, della criminalità diffusa, visti solo come mali del Sud, sebbene le mafie siano pronte a dividersi la torta dei progetti come denunciano molti magistrati. Nulla sulle corporazioni, le lobby di potere, sulla speculazione edilizia e la cementificazione del paese e sulla corruzione politica. Cioè nulla che possa infastidire o disturbare qualcuno. Nulla sul nostro servizio sanitario nazionale ridotto e sacrificato per le politiche monetarie e i vincoli che ben conosciamo. C’è la necessità di fare una riforma fiscale generale nel principio costituzionale della progressività, ovvietà presente in tutti i programmi, ma nulla sul fatto che la base di ogni vera riforma, se si vuole ridurre le tasse sul lavoro, è garantire le entrate fiscali allo Stato per garantire i servizi sociali, la scuola e la sanità pubblica e i diritti costituzionali. Occorre allargare la base imponibile, recuperare l’evasione e l’elusione fiscale, rivedere le troppe esenzioni, agevolazioni, decontribuzioni e defiscalizzazioni e tassare le grandi ricchezze che si accumulano nel paese. I soldi della Ue finiranno, ma i debiti rimarranno e non sappiamo con quali risorse si faranno le riforme, a partire da quella degli ammortizzatori. Sino a quando il paese potrà dare ristori e fare intervenire a debito, dopo averlo fatto per oltre 140 miliardi? Come si terrà in piedi e si riuscirà a cambiare il paese con un’evasione di oltre 100 mld l’anno? La nostra Costituzione repubblicana non è neppure accennata, mentre per noi il cambiamento deve percorrere la strada tracciata dai nostri padri fondatori e non deve iscriversi dentro le leggi di mercato. Sui licenziamenti e la proroga del blocco una dichiarazione enigmatica e non chiara: dire che è “un errore proteggere tutte le attività economiche, ma è necessario proteggere i lavoratori” non sappiamo cosa significhi concretamente. Certamente non ci pensa a introdurre l’art. 18 e a rivedere o cancellare il jobs act. Scrive Draghi che vuol lasciare un buon pianeta e non solo una buona moneta. Noi aggiungiamo un pianeta più giusto, solidale, egualitario, non devastato e senza sfruttamento degli esseri umani. È troppo?

Noi della CGIL vogliamo lo sviluppo sociale e civile del paese e non solo la sua crescita: quest’ultima, senza modificare il modello di consumo e il sistema produttivo e sociale, potrebbe non produrre alcun reale cambiamento sociale ma più diseguaglianza, più povertà per molti e ricchezza per pochi, più ingiustizia e meno diritti.

Infine non voglio dilungarmi sulla grave situazione che stiamo vivendo, la conosciamo bene e la subiamo sulla nostra pelle insieme a milioni di lavoratori, di pensionati e cittadini. Mai come ora dobbiamo parlare della dimensione di lavoratore e di cittadino. Affrontare le ansie, i problemi, le aspettative e i bisogni di chi entra nel luogo di lavoro e vive fuori come cittadino. La contrattazione sociale incrocia queste dimensioni e fa vivere il valore e la dimensione della confederalità, uscendo dalla dimensione corporativa e settoriale.

Abbiamo impatti diversificati della pandemia e della crisi di sistema, da approfondire per settori, per territori, per filiere e per gruppi sociali che allargano a dismisura divergenze tra Nord e Sud, tra centro e periferia, tra città e paesi. Tra generazioni e tra generi. Gli impatti più gravi sulle attività lavorative si sono verificati nei settori ad alta intensità di relazioni personali come il turismo, la ristorazione, le attività di cura e di svago e i servizi in generale. Quando usciremo dalla pandemia ci troveremo in una situazione sociale preoccupante e inedita, con la peggiore combinazione conosciuta in Europa e nella nostra storia repubblicana: un altissimo debito pubblico, un aumento della disoccupazione derivante dall’uso della tecnologia e da un sistema produttivo arretrato e ridotto. Una disoccupazione di genere e dei giovani, una bassa presenza degli under 35 nel sistema produttivo e una bassa scolarità. Potremo trovarci con un innalzamento del numero delle persone che non studiano, non lavorano e non sono in nessun percorso formativo visto che da noi manca in qualità e in quantità. La scuola pubblica, l’istruzione, la formazione continua, la cultura sono il perno del nostro futuro. Democrazia significa uguaglianza nei diritti e nelle possibilità, per questo dev’essere sbloccato l’ascensore sociale del paese. Forse dovremmo rispolverare e dare forza ai nostri vecchi slogan mai cosi attuali: lavorare meno per lavorare tutti, pagare tutti per pagare meno.

È una grande sfida che abbiamo davanti, un impegno gravoso per chi ha una visione generale e solidaristica, per chi vuol cambiare la società e il suo modello di consumo e di crescita; la CGIL deve ridivenire oltre che il luogo dell’abbraccio anche quello dell’ascolto, della militanza, della partecipazione consapevole, dell’azione collettiva di generazioni di donne e di uomini che si riconoscono, e costruiscono ponti e speranze. Deve offrire una solida nave per stare nel mare in tempesta. Per farlo dobbiamo cambiare anche noi, il nostro modo di fare sindacato, come siamo organizzati, come ci siamo anche burocratizzati. Ricomporre la classe frantumata e divisa dalle crisi e dalle riorganizzazioni del lavoro, arretrata sul piano culturale è dura. Il quadro è disarmante ma non possiamo per storia, militanza, convinzione piegarci o arrenderci alla realtà. Sappiamo dei difficili rapporti di forza, ma la partita la vogliamo e la dobbiamo giocare costruendo un fronte ampio con le associazioni sparse nella società, con coloro che hanno firmato l’appello “UNIAMOCI PER SALVARE L’ITALIA”, per una grande alleanza democratica e antifascista contro la restaurazione dei vecchi e fallimentari modelli economici e valoriali, sulla strada tracciata dalla Costituzione.

Noi, sinistra sindacale, ci siamo nella forma e nel percorso che abbiamo indicato nel documento di accompagnamento alla nostra costituzione; una aggregazione programmatica di sinistra sindacale di maggioranza nell’ambito delle regole statutarie, con senso di responsabilità e di appartenenza alla nostra CGIL. Sentiamo il peso della nostra insufficienza e dei nostri limiti e per questo rimaniamo aperti al confronto senza rinchiuderci in un recinto. Siamo parte di una CGIL unita e plurale, impegnati a costruire una sinistra sindacale più larga e innovata per una CGIL più forte e rappresentativa. Siamo una risorsa che vorremmo maggiormente riconosciuta e non osteggiata, per noi, per la CGIL e per le persone che rappresentiamo.

Grazie della vostra alta partecipazione a questa nostra riunione nazionale.

 

23 febbraio 2021

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