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Introduzione di Giacinto Botti alla videoconferenza: “Next Generation Eu: occasione da non perdere. Quali politiche e quali risorse per un cambiamento radicale"

Buongiorno a tutte e a tutti.

Siamo ancora dentro la pandemia e obbligati all'uso di questo strumento a distanza che, pur non essendo il nostro preferito, ci consente almeno di tenere questa iniziativa.
Ringrazio gli ospiti per la loro disponibilità e per il contributo che porteranno a questo confronto che avviene all'interno e non fuori della CGIL. Per noi vuole solo essere un'ulteriore occasione di approfondimento e di riflessione nel merito del corposo, articolato e complicato “Piano di ripresa, e resilienza”, ovvero il Next Generation Eu.
Ieri si è svolta l’Assemblea Generale CGIL, che ha visto un dibattito ricco e articolato che deve trovare continuità, perché la situazione è complessa e la condizione sociale delle persone, dei cittadini e dei lavoratori dipendenti è e rimane molto difficile.  

Voglio proporvi alcune riflessioni di ordine generale e di merito su quanto scritto e non scritto nel piano. Non è facile condensare in poco tempo le 330 pagine presentate dal governo e approvate senza dibattito da un Parlamento da tempo svuotato del suo ruolo legislativo e di rappresentanza.
Abbiamo necessità di continuare a studiare, approfondire, confrontarci e riflettere su cosa contiene e rappresenta questo mastodontico piano di 248mld (inclusa la quota aggiuntiva italiana), su cosa comporta l’utilizzo di tanti miliardi in un paese come il nostro.
Di per sé avere dei miliardi a disposizione non costruisce un paese migliore e più giusto, visto che dobbiamo porci delle domande su come e per che cosa verranno usati e su chi avrà il potere di decidere come farlo. E non sappiamo come potranno essere realizzate in sei anni le riforme e gli interventi suddivisi in sei missioni presenti nel piano, con i condizionamenti delle indicazioni europee e i controlli rigidi, in un paese con una compagine governativa caratterizzata dalla presenza pesante della destra politica e sociale e una realtà di illegalità diffusa, di potere mafioso, di collusioni e corruzioni.

Si tratta di enormi risorse per ora messe a disposizione solo sulla carta, ma il loro ottenimento non è dato. Dipenderà da come e in quali tempi si faranno le riforme e gli interventi richiesti dalla UE e contenuti nel piano.
Meglio dirlo subito: questa è un'occasione irrepetibile, da non perdere, da non sprecare, e richiede alla CGIL, a noi tutti, rinnovate capacità di rappresentanza e di mobilitazione e un salto di qualità nel nostro essere e fare sindacato. Siamo dinanzi a una sfida enorme di ordine generale.
Di epocale non c’è nulla, ma in questi anni si giocheranno e si riscriveranno i rapporti sociali, si scontreranno gli interessi in campo e si ridisegneranno i rapporti tra capitale e lavoro e tra le classi nel nostro paese. La destra politica e sociale, le lobby, quelle in chiaro e quelle in scuro, gli interessi particolari e corporativi sono in campo da tempo e hanno operato alla caduta del governo Conte e al formarsi del governo delle “larghe intese” che, ribadiamo, è economicamente e socialmente spostato a destra. 

La CGIL ieri, nella sua assemblea nazionale, ha proseguito il confronto collettivo, non concluso perché molto ancora abbiamo da approfondire e da decidere coinvolgendo tutto il corpo dirigente diffuso, le delegate e i delegati, le lavoratrici e i lavoratori, i pensionati, i giovani, i cittadini. L’assemblea si è conclusa con un ordine del giorno che abbiamo giudicato positivamente.  
Abbiamo la possibilità di contribuire a cambiare il paese, di risalire la china della crisi sanitaria, sociale, economica e democratica esplosa con la pandemia ma presente da tempo in un paese segnato da diseguaglianze sociali, di genere e di generazione, nuove povertà, precarietà di lavoro e di vita, disoccupazione di massa. Da questa realtà viva del paese occorre ripartire, e ad essa dobbiamo riferirci nell’approccio e nel giudizio sul piano.
Come usciremo da questa crisi di sistema non lo sappiamo e nulla è scontato. Molto, non tutto, dipende da noi, da come sapremo mantenere la nostra autonomia, da come sapremo creare adeguati rapporti di forza e raccogliere consenso e partecipazione diffusa del mondo del lavoro di ieri e di oggi, dei pensionati, da come riusciremo a conquistare le nostre rivendicazioni, le nostre richieste particolari e generali.
L’obiettivo primario è di generare lavoro. Sappiamo dei dati sull’occupazione e la disoccupazione e che siamo il paese dove si lavora di più con un salario più basso. Una anomalia da superare, un problema strutturale di sistema da sconfiggere. È ora di ridurre gli orari e tornare a controllarli per ridistribuire il lavoro e lavorare meno per lavorare tutti. 

Dobbiamo intervenire sui singoli aspetti del piano, ma con una visione confederale e generale, pretendere, conquistare tutti i tavoli necessari al confronto preventivo, reale e vertenziale, rifuggendo l’idea di realizzare patti consociativi o nazionali o di seguire le strade concertative che abbiamo conosciuto in passato. 
Non si ricostruisce, non si cambia se non partiamo dalla realtà sociale del paese, dalle diseguaglianze e dalle povertà diffuse, dalle condizioni di vita e di lavoro dei cittadini e dei lavoratori, dal disagio sociale che investe il lavoro precario e chi un lavoro non ce l'ha, e in particolare le nuove generazioni e le donne che più di ogni altro stanno pagando il prezzo della crisi. E i tanti disoccupati che stanno crescendo e cresceranno tra breve con lo sblocco dei licenziamenti.
Le ingenti risorse messe a disposizione dall’Unione europea possono e devono essere un’occasione per imprimere quel cambiamento radicale che la CGIL ha indicato nelle sue elaborazioni strategiche, dal Piano del Lavoro alla Carta dei Diritti, dal documento del 18° Congresso alle piattaforme unitarie. Per il lavoro, cuore della nostra azione, per un nuovo modello basato su riconversione ecologica e pieni diritti sociali e del lavoro. Per l’eguaglianza nei diritti fondamentali e nelle opportunità. 

Rimango dell’idea che, per formulare un giudizio compiuto e articolato sui contenuti del piano, non dovremmo tecnicizzarlo, affrontarlo settore per settore, per singole missioni ma penso che il nostro giudizio debba essere di ordine generale confederale. Distinguere ciò che è primario da ciò che è secondario. Ovviamente la nostra valutazione deve essere ponderata sul merito, ma ci deve pur essere una valutazione di ordine politico, costruita sulla prospettiva, se traguarda quella trasformazione e quel cambiamento radicale del modello sociale e di sviluppo da noi indicato e richiesto, se affronta alla radice le vecchie e le nuove diseguaglianze territoriali, generazionali e di genere.
È fuor di dubbio che alcuni capitoli inseriti nel piano siano il frutto anche dell’iniziativa del sindacato, e che ci siano aspetti innovativi, interventi mirati e condivisibili che vogliamo seguire e veder mettere in opera.
Ma ci sono anche gravi omissioni, non casuali, su temi per noi centrali come il lavoro, i diritti universali, il salario minimo, la legge Fornero e la riforma delle pensioni e della previdenza, oggi resa più che mai necessaria dalla prossima conclusione di “quota 100”.
La precarietà di vita e di lavoro, dovuta alla frammentazione del mercato del lavoro e a leggi come il jobs act non viene neppure accennata. Al Ministro del lavoro Orlando dovremo chiedere, oltre al rinnovo del blocco dei licenziamenti, il rinnovo dei CCNL pubblici, la riforma degli ammortizzatori sociali universali - non con le risorse della fiscalità generale -, dovremmo chiedergli di cancellare il Jobs act che ha alimentato la precarietà e le tipologie di contratti di lavoro e cancellato un pilastro del diritto dei lavoratori e dei delegati a non essere discriminati o licenziati. Dovremmo chiedergli di trasformare in legge la nostra Carta dei diritti, ridurre i 47-48 tipi di contratti di assunzione, ridurre gli oltre 800 contratti nazionali, molti dei quali pirata, e adoperarsi per una legge sulla rappresentanza. Nulla di questo è nell'agenda del governo. 

Nulla sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Nella crisi e nonostante le ore in meno di lavoro continua la strage sul lavoro, 185 infortuni mortali nei primi mesi trattati per lo più come fatti di cronaca, come incidenti a sé o quasi delle fatalità. Lacrime di coccodrillo e tanta insopportabile retorica che sentiamo da decenni. Ora basta! Occorre intervenire sulle cause e le responsabilità di queste morti. Il sindacato è tornato e ritornerà a manifestare e a scioperare, ma non basta. Occorre che la politica e il governo non girino la faccia dall’altra parte.
Le leggi ci sono ma non vengono applicate, la sicurezza per troppe imprese, la prevenzione e la salute di chi lavora sono un costo.
Mancano i controlli e la giusta repressione e si sono svuotati tutti gli organismi pubblici di prevenzione e di controllo. Il personale specializzato nello svolgimento di ispezioni in materia di salute e sicurezza si è ridotto a 222 unita in tutta Italia, un paese con milioni di aziende piccole e medie, sotto i 15 dipendenti, dove il sindacato non entra e dove la Costituzione si è fermata ai cancelli. 
Muoiono sempre più giovani anche nel manifatturiero, operaie e operai che pur di lavorare devono essere disponibili a tutto, subiscono la precarietà e orari e carichi di lavoro impossibili, turni di lavoro al limite, in condizioni di non sicurezza e su macchine senza le adeguate protezioni.  Questa è la realtà rimossa non a caso anche nel piano.

Il nodo politico e l’articolazione del confronto sta in questo giudizio. Il nostro giudizio, non prevenuto, non parte solo da quello che non c’è nel piano di essenziale a partire dal lavoro, ma pure da quello che c’è che indica, appunto, una continuità con il passato; in sostanza non cambia il modello di riferimento, o meglio non cambia il cosiddetto paradigma che trova base ideologica nel mercato, nell’impresa e nella centralità del profitto.
Nel suo articolato documento di merito la CGIL esprime su ogni capitolo una valutazione con gli aspetti critici e quelli positivi che dovrebbero portarci a esprimere complessivamente un giudizio politico.
Preoccupazioni e parere negativo vengono espressi sulla legge annuale per il mercato e la concorrenza, sulla delegittimazione del codice degli appalti, sul depotenziamento dei servizi pubblici a favore dell’impresa e del terzo settore, sul federalismo fiscale con la perequazione tra territori e Regioni, dando forza a quel titolo V fonte delle spinte regionaliste e di rottura dell’unità del paese, sulla liberalizzazione del mercato elettrico, con oltre 50 miliardi alle imprese senza condizionalità.
Non si parla di mercato del lavoro, dello sfruttamento e dello schiavismo, di articolo 18, dei contratti o di Jobs act; su salute e sicurezza il vuoto, nulla sull’obiettivo europeo in materia di rifiuti, di inquinamento e di riciclo, sparisce la voce bando di economia circolare per la riconversione industriale, non sono affrontati i temi della transizione energetica, manca il sostegno a scelte industriali sulle tecnologie di accumulo, insufficienti le risorse per la ricerca pura, per le borse di studio, per l’istruzione e per la sanità e la cura, scarse quelle per realizzare un rafforzamento del sistema di welfare pubblico, cioè dello Stato sociale.
Manca la politica industriale e il ruolo dello stato in economia, che non è per noi lo stato che finanzia semplicemente l’economia e le politiche industriali decise da altri.
La politica da oltre trent’anni non si occupa di politiche di strategia industriale, della qualità del nostro tessuto produttivo, affidandosi di volta in volta al libero mercato, alle privatizzazioni o ai fallimentari “capitani coraggiosi”. Il piano sorvola su queste questioni centrali che significano lavoro e prospettiva per un paese.
Si persegue la strada verso la privatizzazione del welfare e la precarizzazione del lavoro, prevedendo l'utilizzo a piene mani del terzo settore e quel principio di sussidiarietà che, inserito nella disastrosa riforma del titolo V della Costituzione, è diventato lo strumento, Formigoni insegna, per frammentare, diversificare e giustificare il regionalismo differenziato, per privatizzare con la sanità convenzionata e la scuola paritaria, costringendo gli enti locali ad appaltare i servizi al terzo settore. Pur riconoscendo che il volontariato è spesso prezioso ed esprime sentimenti nobili, il terzo settore è stato promosso negli anni ‘80 sulla base di un'analisi che considerava “oggettivamente” insostenibile il welfare universalistico a causa della presunta crisi fiscale dello Stato. La concorrenza prevista nel piano è pure prevista tra pubblico e privato, nel settore dei servizi essenziali resta e si rafforza come strumento decisivo per la ripresa, dentro una competizione di valore mercantile. Si rafforzano il partenariato, la sussidiarietà e il privato. L’impostazione è orientata verso il mercato quale principale regolatore dell’economia.

A proposito di fisco, le solite chiacchiere e poca sostanza. In un Paese con un forte debito pubblico la questione delle entrate è dirimente rispetto a chi paga la crisi in corso e a come si finanziano in futuro lo Stato sociale e i beni e i servizi pubblici. La riforma dev'essere improntata non solo alla progressività e all’equità, con il recupero dell’evasione, ma anche alla redistribuzione della ricchezza con la tassazione sui grandi patrimoni e sui profitti delle multinazionali, come sta provando a fare il Presidente statunitense Joe Biden. Il conto si ripresenterà e non possiamo farlo pagare ancora alle generazioni future. Pagare tutti per pagare meno.

Le risorse destinate al SSN e alla medicina territoriale si sono dimezzate rispetto al progetto iniziale, come se la pandemia, con le inefficienze di sistema, il poco personale, le dequalificazioni della sanità pubblica, le responsabilità gravi rispetto agli oltre 120.000 morti di Covid 19 (oltre l'80% over 80, una generazione preziosa lasciata sola), non ci fossero mai stati.
E non basta, seppure è importante, la manciata di soldi per la non autosufficienza per pareggiare il conto. La scelta del governo sulla sanità pubblica è in linea con le previsioni del DEF del mese scorso: alla fine del triennio 2022-2024 la spesa sanitaria dovrà calare in rapporto al PIL di un punto percentuale, dal 7,3% al 6,3%. In sostanza finita la sbornia delle risorse europee, l’Italia tornerà a essere tra i paesi europei che spendono meno in salute e prevenzione.
Qui entra in gioco il ruolo del privato, del partenariato, del terzo settore e della sussidiarietà. 

La cultura e l’ideologia di mercato non cambiano neppure sulla scuola, la ricerca e l’istruzione lasciate nello scorso ventennio senza risorse e dequalificate per scelta politica in favore del privato. Altro che diritto alla scuola sino a 18 anni, siamo un paese in cui il fenomeno dell'abbandono scolastico è preoccupante. Il capitolo dedicato è impregnato dell'ideologia e della centralità del mercato. La scuola è asservita, funzionale al mondo del lavoro per formare non il cittadino ma il “capitale umano”. Il curriculum dello studente, voluto dal nuovo ministro Bianchi, è la forma più discriminante, selettiva e classista degli ultimi decenni. La scala sociale bloccata da anni diviene strutturale, quasi biologicamente e geneticamente determinata. Cosi denunciano centinaia di insegnanti e docenti. È indubbio che i figli dei ricchi avranno un curriculum più pieno e interessante, più ricco di sport, di esperienze all’estero, di attività istruttive, di corsi privati di quello dei figli dei poveri e dei proletari, dei lavoratori dipendenti.
E quali sono le abilità, le caratteristiche richieste agli studenti, alle persone, indicate con il solito inglese come “character skills”? Coscienziosità, capacità di collaborare, apertura alle esperienze, percezione della propria responsabilità, spirito di iniziativa. In sostanza lo studente bravo e meritevole, futuro “capitale umano” deve avere le qualità e le caratteristiche richiamate in qualsiasi questionario aziendale per assumere un dipendente.
Non è questa la scuola pubblica, democratica e di emancipazione civile e sociale che vogliamo e di cui parla la nostra Costituzione.

Mentre sulla transizione ecologica il piano è lacunoso e contraddittorio. La transizione non la si fa con il petrolio, le trivelle, il gas fossile o con il rispolverato ponte di Messina (non nel piano). Su questo fronte le contraddizioni e gli interessi in campo, pubblici e privati, rischiano di frenare le scelte in direzione dell’energia rinnovabile, del non utilizzo delle fonti fossili e del contenimento delle emissioni, della decarbonizzazione che dev'essere realizzata dentro un piano industriale di riconversione produttiva e di salvaguardia dell’occupazione. I tempi sono stretti.
Nel piano è invece più la convenienza economica che non quella ecologica a guidare la transizione, nel paese della terra dei fuochi, delle discariche abusive, dei fiumi e dei territori inquinati e devastati, delle mancate bonifiche, delle cementificazioni selvagge. Nel paese che non riesce a liberare le strutture pubbliche, le scuole, le aziende dall'amianto, in cui mancano discariche adeguate dove mettere a riposo per decenni le scorie radioattive provenienti dalle ex centrali atomiche e dalla medicina nucleare. Il paese delle morti per inquinamento dell’aria e dell’acqua. Questo è il paese reale.

 È in base al merito, alla sua impostazione “ideologica”, alla mancata visione “progressista” del piano che affermiamo che per noi la filosofia di fondo rimane quella liberista, di mercato e tecnocratica, priva di coraggio nell’affrontare la crisi del sistema di accumulazione capitalistico, nell’indicare un’economia diversa fondata sul cambiamento radicale di un modello di sviluppo e di consumo che sta portando alla rovina il pianeta. L’approccio alla grave crisi strutturale rimane figlio della cultura d’impresa e del profitto, per la quale solo la crescita e il mercato sarebbero in grado di risolvere i problemi del paese. Ma la crescita in sé, senza uno sviluppo sociale equo, compatibile e indirizzato verso la qualità della vita e del lavoro, non produce alcun cambiamento ed è una falsa soluzione, come dimostrano i fallimenti del passato.

Mancano la politica industriale, la riqualificazione di un sistema produttivo arretrato che richiede investimenti pubblici e privati e l’esercizio di un ruolo dello stato nell’economia sui settori strategici e i beni comuni.

Manca l’impegno sulla legalità e il contrasto allo sfruttamento e allo schiavismo, sul dramma delle morti sul lavoro, sulla salute e la sicurezza.
Lo svuotamento del Codice degli appalti, una delle richieste degli industriali e della destra politica, è un ritorno al massimo ribasso, lascia liberi l’economia e il mercato e l’impresa dai controlli, e dai quei cosiddetti “lacci e lacciuoli” ancora indicati come cause del declino del paese. Per noi le ragioni di tanti morti sul lavoro.
Intanto, come nella crisi del 2008, le imprese beneficeranno di una fetta consistente delle risorse, senza garanzie e condizionamenti sulla qualità del loro utilizzo.

Il piano, che fa riferimento alle raccomandazioni dettate dalla Commissione europea nel 2019, prima della pandemia, è più rivolto alla modernizzazione e all’aggiustamento dell’esistente che non alla trasformazione del paese.
Basta con la retorica stantia del bene del paese e del popolo. Il popolo non è un’entità indistinta, bensì un insieme di interessi, di ceti, di classi, di donne e uomini con condizioni sociali e materiali e con bisogni differenti. Il popolo italiano è segnato da forti diseguaglianze, prima di tutto tra ricchi e poveri e tra nord e sud, da una forte disoccupazione che riguarda in particolare le donne, i giovani e il Mezzogiorno, dall’impoverimento diffuso e dalla sofferenza che la pandemia portato con sé.

Come si uscirà da questa crisi dipenderà anche da noi, dalla CGIL e dal sindacato unitario confederale che, forte della sua rappresentatività e delle sue proposte, deve pretendere rispetto, deve conquistare con la mobilitazione un tavolo di reale confronto e di trattativa, oltre il perimetro di questo Pnrr, facendo pesare gli interessi generali della sua rappresentanza sociale.
La vecchia strada dei patti di “salvezza nazionale”, delle pratiche concertative “neocorporative” del passato non sono oggi percorribili. Si apre un decennio di grandi cambiamenti sociali e di trasformazione e innovazione del lavoro e dei sistemi produttivi.
Abbiamo bisogno subito di un altro piano per la piena e buona occupazione. È la sfida strategica che dobbiamo vincere. 
Dobbiamo alzare lo sguardo, non perdere la nostra visione di Paese e di futuro, dare risposte, rappresentare bisogni e conquistare diritti universali, combattere le diseguaglianze e le precarietà di lavoro e di vita. Non possiamo rischiare di perdere credibilità, di mettere in discussione anche a livello di immagine la forza e l’autonomia del sindacato confederale.
Di una CGIL che, forte delle sue radici, vive e si alimenta della contrattazione, di una democrazia plurale, e della partecipazione consapevole e militante dei suoi iscritti e delle sue iscritte.
E che, nel mare burrascoso della crisi anche culturale e valoriale, continua ad avere come faro la nostra Costituzione repubblicana.

 

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