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Siamo ad un passaggio delicato. Valutazioni sul documento sottoscritto tra Governo e parti sociali sullo sblocco dei licenziamenti

La nascita del Governo Draghi, con il reingresso in maggioranza della Lega e la prima crisi del Movimento 5 stelle, aveva segnato uno spostamento a destra del quadro politico che i fatti successivi hanno confermato. La presenza della sinistra di governo, ridottasi al solo Articolo1, ne rende palese la totale ininfluenza politica sia sulle scelte internazionali - completo allineamento con gli Stati uniti, sostegno al governo libico, ecc. -, che sulla gestione della pandemia, quanto sulle politiche di lotta all’evasione fiscale e del lavoro.

La situazione sociale rispetto al lavoro era e rimane grave. Un paese senza politica industriale, dove la precarietà è divenuta endemica, fattore strutturale del sistema produttivo. Nella pandemia abbiamo perso oltre 700mila posti di lavoro, contratti a termine non rinnovati, la chiusura dei rami d’azienda. In questi anni sono esplosi i contratti a termine e il part time involontario. Certi settori e tanti luoghi di lavoro sono oasi dì illegalità, di lavoro nero e di vero schiavismo. Si lavora con salari miseri e senza diritti. E’ il frutto avvelenato delle passate leggi e decreti: dalla leggi Sacconi al Jobs act renziano.

La crisi pandemica ha accentuato la disgregazione sociale del paese, le spinte egoistiche, il rinchiudersi in se stessi. I valori di solidarietà, la fiducia nella forza collettiva sono restati patrimonio di una minoranza della società, anche nel mondo del lavoro: anni di precarietà, di bassi salari, di falcidia dei diritti, di lavoro nero hanno disarmato le classi lavoratrici di fronte ad una offensiva padronale che non è mai cessata e che ha nel Parlamento del Paese un arco altissimo di forze pronte a sostenerla e nel corpo sociale strati e settori che si sentono comunque beneficiati dalla mancanza di regole, dalla evasione e dalla elusione, anche nei settori popolari.

L’indifferenza con la quale l’opinione pubblica accoglie il quotidiano stillicidio di morti nel nostro mare e la mancanza di una reazione civica allo squadrismo di Stato nelle nostre carceri, emerso proprio nell’anniversario della macelleria messicana di Genova, fanno il pari con quella con la quale si accoglie il quotidiano stillicidio di morti sul lavoro. Le lotte nei settori più marginali del mondo del lavoro, dalla logistica alle campagne, non trovano l’adeguata solidarietà e partecipazione dei settori del lavoro che si sentono più garantiti, mentre i padroni cercano di innescare una guerra tra poveri.

Oltre 700.000 persone hanno perso il lavoro, perché aziende e rami d’azienda sono stati chiusi perché i contratti a termine e dei somministrati non sono stati rinnovati, per la cessazione di partite IVA e discontinui.

In questo quadro, il sindacato si è speso per difendere il lavoro, mantenendo il blocco dei licenziamenti e i finanziamenti per la cassa integrazione, così come ad inizio pandemia si è battuto per i protocolli sulla sicurezza e per ottenere il blocco dei licenziamenti e le successive proroghe.

L’unità sindacale, come sempre accaduto nei momenti di crisi e di passaggio, in mancanza di una cultura combattiva e di tradizioni di lotta confederali di CISL e UIL, in assenza di una spinta dal basso di massa, non è in grado di dispiegare i necessari rapporti di forza.

In questa situazione, la tardiva ma determinante mobilitazione ha prodotto, con le manifestazioni di Torino, Firenze e Bari, un risultato che si è concretizzato in un avviso comune tra Governo, associazioni padronali e sindacati e, soprattutto, in un Decreto Legge che fornisce allo stesso Avviso gli strumenti e le risorse per essere operativo.

Le firme delle parti e quella del Presidente del Consiglio fanno della presa d’atto di quanto contenuto nel Decreto Legge qualcosa di politicamente impegnativo, sia per il sistema delle

imprese che anche per le istituzioni, restituendo alle prefetture e al Ministero del Lavoro la funzione di mediazione e un ruolo attivo che era stato abbandonato a partire dal primo governo Berlusconi.

A norma del Sostegni bis il blocco dei licenziamenti resta confermato fino al 31 ottobre per le aziende che utilizzano CIG in deroga, FIS o Fondi di solidarietà (terziario, artigianato, somministrazione). Lo stesso accade nel settore tessile abbigliamento calzaturiero con 17 settimane di cassa integrazione gratuita da utilizzare dal 1 luglio al 31 ottobre 2021. Negli altri settori, 13 settimane di cassa integrazione straordinaria gratuita per le aziende che hanno esaurito gli ammortizzatori di emergenza COVID (tavoli di crisi aperti al Ministero dello sviluppo economico e a livello regionale, tra cui 6 mesi di CIGS per le aziende del settore aereo) con blocco dei licenziamenti. Sono ampliati gli stanziamenti per favorire i contratti di solidarietà in alternativa alla riduzione del personale in caso di crisi.

La partita quindi non è chiusa. Non solo perché il decreto dovrà essere convertito in legge dal Parlamento e ad ottobre si dovrà tornare a discutere e nessuna soluzione sarà garantita fino a che non sarà stata fatta la riforma degli ammortizzatori sociali, ma anche perché Confindustria darà dell’avviso una interpretazione restrittiva e non abbiamo garanzie che i Ministeri competenti, Lavoro e Sviluppo economico, per i tavoli nazionali, e le Regioni per quelli locali eserciteranno la funzione che l’avviso gli attribuisce in quanto garanti dello stesso. Ma soprattutto, perché il Governo, sempre che sopravviva al processo di disfacimento del Movimento 5 stelle, sarà sempre più condizionato dalla destra politica ed economica e dai portavoce di Confindustria in quasi tutti i partiti di governo, Pd compreso.

Occorrerà dunque una forte determinazione della CGIL, quale quella che caratterizzò – pur in due quadri di riferimento differenti tra loro e con quello di oggi – le scelte che facemmo nel 2002 e nel 2014. Non c’è lotta che abbia la sua forza nei luoghi di lavoro e nelle delegate e i delegati se non si ristabilisce la democrazia nei luoghi di lavoro, ripristinando l’articolo 18 e affiancando alla lotta contro i licenziamenti economici e collettivi quella contro i licenziamenti individuali senza giusta causa o giustificato motivo. A noi, ricostruire tra le delegate e i delegati, i quadri sindacali la consapevolezza della fase e delle sue difficoltà, ma anche la necessità di un nuovo protagonismo per andare controcorrente e riportare al centro della vita politica del paese il lavoro e i suoi valori di solidarietà, uguaglianza, libertà. Riportiamo il sindacato nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle cittadine e nei paesi dove vivono e operano i lavoratori, nelle strade e nelle piazze.

Lavoro Società per una CGIL unita e plurale

1 luglio 2021

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