Le istituzioni elettive per essere rappresentative devono rispecchiare la composizione politica della pluralità degli elettori. Deformarla è contraffare il popolo detentore esclusivo della sovranità ed appropriarsene, il massimo crimine contro la democrazia. Come, in quali termini si pone rispetto a questi principi il Senato cui mira il ddl Boschi? Quale è la rappresentanza sulla quale dovrebbe basarsi?

L’articolo 1 gli riconoscerebbe quella “delle istituzioni territoriali”, una rappresentanza di enti, delle Regioni-Enti e dei Comuni-Enti. Una rappresentanza conseguente all’elezione, da parte dei consigli regionali, di consiglieri regionali e di sindaci, uno per regione, sindaci eletti al Senato non dai consigli comunali ma da quelli regionali. Rappresenterebbero questi senatori - 21 su 95 - i comuni dove sono stati eletti sindaci o i consigli regionali che li eleggono al Senato? Domanda analoga suscita il disposto del quinto comma dell’art. 2, secondo cui i consigli regionali dovrebbero eleggere i senatori di loro spettanza “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri”, in occasione del rinnovo degli organi di provenienza.

Questa è la formula adottata per soddisfare in qualche modo le aspirazioni della minoranza del Pd ad ottenere l’elezione popolare dei membri del Senato. Ma è formula quanto mai ambigua. Si può constatare la doppiezza di tale rappresentatività. Ambigua tra gli interessi della Regione - ente e regione – comunità, ingannevole per ciascuna delle due entità. Non si sfugge dalla logica delle istituzioni. La derivazione duplice della rappresentanza porterebbe ad assemblare gli interessi dei comuni con quelli delle regioni. Interessi che sono istituzionalmente distinti dalla rispettiva autonomia istituzionale e talvolta contrapposti. Non possono che conseguirne effetti perversi per la loro rappresentanza, che si spezza nei contenuti, o si disperde o è neutralizzata, e ne risulta comunque compressa. Si consideri poi che per i sindaci eletti al Senato la derivazione è addirittura triplice. Insomma è la rispettiva autonomia degli enti territoriali che preclude una rappresentanza congiunta. Prevederla normativamente è lo stesso che mistificarla.

È del tutto evidente che non è affatto la rappresentatività quella che Renzi vuole intestare ai membri del Senato. È altro, è quello che risulta dalla configurazione operata dell’organo Senato deformato, e che corrisponderà al ruolo che eserciteranno i consiglieri-senatori e i sindaci-senatori nella realtà istituzionale futura. Il ruolo di tramite politico clientelare tra governo da una parte e regioni e comuni, e questi come enti e come comunità, per l’erogazione contrattata delle risorse. Risorse in cambio di consenso. Anche l’autoritarismo ha la sua logica, quella di rovesciare, con i principi, i ruoli, le funzioni, gli status. Eletti dai consigli regionali per rappresentare al centro del potere statale le domande della comunità nazionale articolata negli enti territoriali, i membri del Senato renziano assumeranno ruoli, funzioni, e status, di agenti del governo per estrarre il consenso a chi detiene il potere statale. Ne conseguirà ineluttabilmente l’estraneazione del Senato italiano dalla categoria delle istituzioni autenticamente rappresentative, e la sua collocazione tra gli organi elettivi di uno stato post-democratico. Rectius: non democratico.

L’inventore dell’italicum, il politologo D’Alimonte, sostiene che il mostriciattolo che ha inventato realizza l’elezione diretta del premier ma non modifica la forma parlamentare di governo. Affermandolo, o finge di non sapere o ignora che la forma parlamentare di governo si identifica nella responsabilità del governo nei confronti del parlamento, organo della rappresentanza politica che esprime la sovranità popolare. Rappresentanza cui l’elezione diretta del premier sottrae tutti i poteri trasferendoli proprio al premier, e rendendolo anche dominus nelle elezioni degli organi di garanzia, Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale, Csm.

Questa radicale mutazione della forma di governo nel suo opposto, e questa oscena mistificazione di una qualche ipotesi di democrazia, si connettono quindi armoniosamente con la deformazione del Senato. Insieme vanificano l’arma indefettibile dei cittadini, il voto. Svuotano la rappresentanza politica. Asserviscono il Parlamento al governo. Soffocano la sovranità popolare. Investono di tutto il potere una persona sola. Un Senato configurato come contro potere avrebbe limitato la perversità di tale forma di governo. Ma quel vuoto di razionalità Renzi lo ha colmato con l’autoritarismo. La democrazia italiana è perciò in pericolo. I referendum che proponiamo possono salvarla.

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