In America Latina è cambiato lo scenario politico, egemonizzato da governi progressisti da più di un decennio. Nella controffensiva in atto da tempo per riconquistare il loro “cortile di casa”, alla fine dello scorso anno gli Stati Uniti hanno portato a casa risultati importanti. In Argentina la vittoria elettorale di Mauricio Macri, il “Berlusconi gaucho” figlio di un buon amico degli Agnelli e di Licio Gelli. In Venezuela la pesante sconfitta delle forze che si richiamano al socialismo nelle elezioni legislative del 6 dicembre, con la perdita della maggioranza parlamentare ma non del governo. E in Brasile, una fase politica caratterizzata dalla richiesta dell’opposizione di “impeachment” contro la presidente Dilma Rousseff. Inoltre, per quanto riguarda la Colombia, è in corso a Cuba il negoziato per chiudere mezzo secolo di sanguinoso conflitto (più di 220mila morti e 6 milioni di rifugiati) e raggiungere la firma di accordi di pace in questo 2016.

In Argentina, la stretta vittoria (51,4%) alle urne di Macri, insediatosi lo scorso 10 dicembre, ha colto molti di sorpresa. Approfittando della “luna di miele” dei primi mesi, e della chiusura del parlamento in vacanza, Macri non ha perso tempo. Alcune delle misure prese a suon di “decreto presidenziale” hanno suscitato dure critiche e preoccupazioni per la legittimità democratica. Ad esempio la nomina di due nuovi membri della Corte suprema di giustizia, senza passare per il voto del Senato. Una decisione che ha causato così tante resistenze da obbligare Macri a ritardarla. O la liquidazione, anch’essa con decreti esecutivi, di leggi importanti come quella sui mezzi di comunicazione, che metteva in discussione poteri forti, consolidati all’ombra della passata dittatura. Così come un attacco frontale agli organismi a difesa dei diritti umani, come le “Madres de Plaza de Mayo”.

Sul versante economico e sociale, l’abbassamento delle tasse ai latifondisti e ai ricchi allevatori, e la svalutazione del peso argentino, con l’inevitabile contraccolpo su prezzi e salari. A fine febbraio, con la chiusura dell’estate e il consolidamento delle politiche neo-liberiste stile anni ’90, è molto probabile uno scenario di alta conflittualità sociale e di scarsa governabilità. Specie se il governo Macri continuerà ad attaccare i diritti sociali conquistati negli ultimi dodici anni, prima con Néstor Kichner e poi con Cristina Fernández de Kirchner. Un modello produttivo che ha garantito crescita e inclusione sociale all’interno e sovranità in politica estera, già sotto attacco con misure anti-popolari che a dicembre hanno provocato le prime reazioni di piazza.

In Brasile, la richiesta di giudizio politico contro la presidente Dilma Rousseff è la punta dell’iceberg di una significativa crisi istituzionale. Non c’è dubbio che il 2016 sarà marcato dalle tensioni per questa discussione, che si riapre a febbraio, e dalle accuse di corruzione a dirigenti dell’opposizione. Nonostante lo scarso successo delle mobilitazioni dello scorso dicembre contro Dilma, e la buona risposta delle manifestazioni dei movimenti sociali e sindacali a difesa del governo e contro il tentativo di “golpismo istituzionale”, è difficile fare una previsione su un anno politicamente rischioso. Il governo Dilma deve fare i conti con il parlamento più conservatore dalla fine della dittatura, dove le forze progressiste sono in minoranza. E l’opposizione cercherà di trasformare le elezioni municipali di ottobre in un plebiscito contro il governo.

In una fase di stagnazione e crisi economica, i margini di manovra sono stretti per il governo della prima potenza latino-americana, che attraverso i Brics gioca un ruolo importante sullo scacchiere mondiale. I recenti tagli al bilancio hanno ridotto gli investimenti in educazione e sanità, la disoccupazione è tornata a crescere, l’inflazione supera il 10%, e c’è il rischio che i settori beneficiati dalle politiche pubbliche ritornino nei ranghi della povertà.

Oltre al rallentamento dell’economia cinese che si ripercuote sul continente, ad accompagnare il ritorno delle destre c’è la firma del trattato Trans-Pacific Partnership (TPP) e il rafforzamento dell’Alleanza del Pacifico, voluti da Washington. La primavera latino-americana si tinge di autunno.

altervista.org 

©2024 Sinistra Sindacale Cgil. Tutti i diritti riservati. Realizzazione: mirko bozzato

Search