Il governo continua a proporre riforme strutturali a favore di impresa e finanza, opposte alla Carta dei diritti universali.

L’Italia non è ripartita, purtroppo. La disoccupazione, soprattutto giovanile, è ancora al doppio del livello pre-crisi; così come le persone in povertà assoluta. La deflazione e il peggioramento del contesto internazionale ridimensionano le previsioni di crescita, dell’Italia e dell’Europa. Le debolezze strutturali del nostro paese (anche dal lato dell’offerta) accentuano la caduta della produzione e degli investimenti.

Eppure la politica economica del governo, definita dal Documento di economia e finanza (Def), assieme al Programma di stabilità (Ps), al Piano nazionale di riforma (Pnr) e a tutti gli altri allegati tecnici, risulta sempre la stessa. A dispetto di tutte le polemiche con le istituzioni europee sulla governance economica e sulla linea di austerità, nel Def non c’è traccia di una politica economica alternativa, o almeno diversa, e di un nuovo modello di sviluppo sostenibile. Non c’è alcuna coerenza con le dichiarazioni dei mesi precedenti.

Nel Def 2016 si conferma una strategia di graduale consolidamento delle finanze pubbliche (da -2,6% di deficit/Pil del 2015 al -1,8% del 2017, fino al +0,1% del 2019), che si limita a rallentare l’austerità predefinita dall’agenda Monti, rinviando al 2019 il cosiddetto pareggio di bilancio strutturale, ma stabilendo comunque una progressiva e deleteria crescita dell’avanzo primario (dall’1,6% del 2015 al 3,6% del 2019), per ridurre il debito pubblico. Non si prevede alcuna politica espansiva, e nemmeno l’utilizzo di tutti i margini possibili di deficit spending entro il famigerato 3% stabilito dai trattati europei (compresi quelli derivanti dalla graduale riduzione degli interessi passivi, dal 4,2% del 2015 al 3,5% nel 2019).

Il governo continua a immaginare riforme strutturali in favore del capitale e della finanza – non certamente nella direzione della Carta dei diritti universali avanzata dalla Cgil – e scommette tutto su un improbabile aumento dei consumi e degli investimenti privati. Il tutto senza aumentare in modo significativo il welfare e gli investimenti pubblici – come proposto dalla Cgil con il Piano del lavoro – tanto meno nel Mezzogiorno. Anzi si continua per il terzo anno a programmare tagli di spesa e privatizzazioni, immaginando solo nuove riduzioni inique e generalizzate delle tasse, ancora una volta, prevalentemente a vantaggio delle imprese (basti pensare alla riduzione dell’Ires, la tassa sui profitti, prevista con l’ultima legge di stabilità), peraltro senza neanche una vera lotta all’evasione e all’elusione fiscale.

Nel quadro macroeconomico programmatico 2017-19 è prevista anche la riduzione dei salari reali (-0,1%) e della quota di reddito nazionale da redistribuire al lavoro dipendente (-1,5%). Nel contempo, malgrado gli onerosi incentivi fiscali per le nuove assunzioni (solo nel 2015 oltre 6 miliardi di euro tra sgravi contributivi e deduzioni Irap), si mantiene come obiettivo un tasso di disoccupazione sopra il 10% fino al 2018. Il che, con l’attuale sistema previdenziale – per il quale si allude solamente a una maggiore flessibilità – vuol dire attorno al 40% di disoccupazione giovanile. D’altra parte, nel Pnr sono annunciati interventi legislativi sulla contrattazione collettiva con l’obiettivo principale di indebolire i Ccnl (nonostante la proposta unitaria per un moderno sistema di relazioni industriali, con compiti definiti per i diversi livelli di contrattazione), su cui Cgil, Cisl e Uil hanno espresso la loro contrarietà, anche in audizione parlamentare.

In questo contesto, le previsioni di crescita del Pil realizzate dal ministro dell’economia e delle finanze (+1,2 per quest’anno, e +1,4 punti per l’anno prossimo), ancorché molto poco ambiziose data la gravità della situazione, appaiono persino troppo ottimistiche. Di queste e altre osservazioni non vi è traccia nelle risoluzioni parlamentari sul Def 2016, anche se il Def rappresenta ancora lo strumento principale di programmazione economica del paese.

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