“La situazione è grave, è ora che le streghe ritornino!”. Nella “Giornata internazionale della Donna”, all’indomani di un risultato elettorale che ha tramortito chiunque creda ancora ad una società caratterizzata da eguaglianza, solidarietà e giustizia sociale, questo auspicio assume il tono di un’urgente necessità. È un 8 marzo ancora più difficile questo. La Giornata della Donna è nata come giornata di rivendicazione della parità e contro ogni discriminazione. Ovunque si moltiplicano iniziative, convegni, “feste”, ogni anno sempre più numerose, ma la condizione della donna nel mondo e in Italia non migliora.

Il Global Gender Gap Report 2017, redatto dal World Economic Forum, che misura la discrepanza in opportunità, status e attitudini tra i due sessi (ai primi posti i paesi con un gender gap meno marcato, agli ultimi quelli con maggiore divario) colloca l’Italia all’82° posto su 144 posizioni. Nel 2015 eravamo al 41° posto, nel 2016 al 50°: abbiamo perso 22 posizioni in un anno.

Siamo al 126° posto per differenza salariale: gli uomini guadagnano più delle donne, e questa non è una novità. Ma dalla ricerca emerge anche che le donne lavorano di più: ogni giorno, una donna lavora 512 minuti contro i 453 di un suo collega. La disoccupazione è più alta tra le donne (12,8% contro il 10,9%), così come le persone senza lavoro scoraggiate (40,3% contro il 16,2% degli uomini). Per quanto riguarda il potere politico, il divario si sta allargando. L’Europa occidentale resta la regione al mondo con il gap più ridotto, 25% in media. L’Italia è però fanalino di coda, dopo la Grecia, e prima solo di Cipro (92°) e Malta (93°). Siamo al 90° posto come partecipazione alla forza lavoro, e al 103° per salario.

In Italia le donne continuano ad essere considerate come le prime responsabili per la cura della famiglia e della casa. Il tasso di occupazione delle donne con figli è sistematicamente più basso di quello delle donne senza figli. Nel Nordest il loro tasso di occupazione passa dall’82,5% se single al 55,6% se in coppia con figli. In Veneto il 36% delle donne lavora a tempo parziale, di cui più di un terzo per prendersi cura della famiglia; tra queste, il 23% perché i servizi di cura nel proprio territorio sono inadeguati.

In Italia ogni tre giorni una donna viene uccisa dal compagno o dall’ex. Le donne, oggetto di minacce o molestie, possono arrivare a sporgere decine di denunce senza che queste vengano considerate, salvo commuoversi a tragedia consumata, con la costante giustificazione della fragilità del maschio in perdita di ruolo, in crisi di follia o in preda a raptus.

Quando vengono violentate o uccise, l’interesse si punta immediatamente sull’abbigliamento, la professione o la promiscuità sessuale più o meno manifesta. Bambine di nove anni vendute dai genitori vengono definite dalla stampa “prostitute”. Nel caso di stupri di gruppo a opera di minorenni si è arrivati a parlare di “ragazzate”. Nel caso di una presunta violenza da parte di un rappresentante delle forze dell’ordine, alla vittima è stato chiesto dai giudici se trovava sexy gli uomini in divisa.

Eppure il tema della condizione femminile non è stato minimamente affrontato nella campagna elettorale. Non solo le questioni di genere non appaiono nell’agenda politica, ma lo stesso protagonismo femminile sembra scomparso dalla scena politica. Nelle lunghe maratone televisive post voto, la scomparsa delle donne era evidente: maschi erano i principali rappresentanti politici, maschi i conduttori e i commentatori, maschi i segretari e leader di partito. All’inclusione obbligatoria delle donne nelle liste elettorali, non corrisponde una reale presenza femminile.

La Cgil quest’anno ha scelto per l’8 marzo lo slogan “Lotto insieme, come ieri, per domani”, dedicando la giornata alla legge 194, che regola il diritto all’interruzione di gravidanza. Scelta emblematica, considerato che, a quarant’anni dall’approvazione, le donne sono ancora costrette a lottare per pretenderne la concreta applicazione. E’ davvero urgente che “le streghe ritornino”: che le donne riprendano ad impegnarsi direttamente, in tutti i settori e i luoghi dove sono presenti, per affermare il diritto delle donne a vivere e a poter scegliere come vivere.

Nella nostra società, divorata dal rancore e dalla paura della diversità, dobbiamo cercare di riportare una diversa modalità di rapporti e relazioni, quella femminile. Solo le donne lo possono e lo devono fare, perché, come disse Tina Anselmi: “Quando le donne si sono impegnate nelle battaglie le vittorie sono state vittorie per tutta la società. La politica che vede le donne in prima linea è politica d’inclusione, di rispetto della diversità, di pace”.

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