Una vittoria del campo progressista che sta creando grandi aspettative, sia in Messico che nell’America Latina, dove le destre “trumpiste” sono tornate in forze. 

Quello del biennio 2017-18, culminato in Messico con le presidenziali del 2 luglio, è stato il processo elettorale più sanguinoso della storia del paese. Ha lasciato un saldo di 152 politici assassinati, 48 dei quali erano pre-candidati o candidati. Ma né la violenza, né le frodi – caratteristiche prevalenti del sistema politico messicano – hanno potuto impedire la vittoria del campo progressista. Manuel Lopez Obrador, per tutti Amlo, è così diventato presidente, e assumerà l’incarico il primo dicembre prossimo.

Obrador è il fondatore del Movimento di Rigenerazione Nazionale (Morena), sorto nel 2011 come associazione civile e trasformatosi in partito nel 2014. Una formazione giovane, nata per marcare una discontinuità con l’intreccio di mafia e corruzione in cui sono affondati i partiti tradizionali Pri, Pan, Prd. A far vincere Amlo è stata la coalizione “Insieme faremo la storia”, formata anche dal Partito del Lavoro e dal Partito dell’Incontro Sociale. Una vittoria netta (53% dei voti), e un’elezione caratterizzata da un’altissima affluenza alle urne (63,8%).

Dopo due precedenti tentativi mancati, decine di migliaia di persone hanno potuto così riunirsi nella storica piazza dello Zocalo a Città del Messico, non per protestare contro le frodi ma per festeggiare. Una vittoria che sta creando grandi aspettative, sia all’interno del paese - “così lontano da Dio, ma così vicino agli Stati Uniti”, come disse Galeano - che nell’America Latina, dove le destre “trumpiste” sono tornate in forze.

Difficile però attendersi cambiamenti strutturali. Amlo non è Chavez, e durante la campagna elettorale ha preso le distanze sia da Cuba che dal Venezuela. Più che al socialismo bolivariano, il suo partito si rifà alla “socialdemocrazia, al progressismo e al nazionalismo di sinistra”. Uno dei suoi slogan elettorali è stato “per il bene di tutti, prima i poveri”, ovvero un pacchetto di piani sociali simili a quelli proposti nei governi di Lula in Brasile. Ma nel suo primo discorso ha lasciato intendere che governerà all’insegna della “conciliazione”, e non della polarizzazione.

Fino a quando reggerà il patto sociale che gli ha permesso di vincere in un paese squassato da insopportabili disuguaglianze? Secondo Alfonso Romo, futuro capo di gabinetto nel governo di Obrador, con gli imprenditori ci sarà una luna di miele che durerà sei anni. Un intento confermato anche dal magnate Claudio Gonzalez Laporte (che è anche presidente onorario della multinazionale Kimberly Clark México), dopo una riunione con i grandi gruppi industriali: “La conciliazione – ha detto – sarà la sfida del nuovo governo. Morena ha ricevuto un mandato per rasserenare il paese”.

Bisognerà vedere quale partita riusciranno a giocare le forze popolari a cui il partito Morena – che ha ottenuto la maggioranza nelle due camere e governa in alcuni stati economicamente importanti sia sul piano economico che politico, come Veracruz, Città del Messico, Tabasco e Chiapas – dovrà rendere conto da qui alle elezioni di medio termine, nel 2021. Un periodo in cui potrebbero esacerbarsi le contraddizioni, e le oligarchie potrebbero essere tentate da soluzioni analoghe a quelle adottate in Brasile contro Dilma Rousseff e poi con la carcerazione di Lula.

Obrador intanto ha inviato una lettera agli zapatisti dell’Ezln – che si sono astenuti dal voto - chiedendo loro un incontro, ma questi hanno smentito che vi siano stati contatti. Ha anche annunciato che il nuovo governo, con l’appoggio degli organismi internazionali e delle organizzazioni della società civile, riaprirà l’indagine sulla scomparsa, il 26 settembre del 2014, dei 43 studenti normalisti di Ayotzinapa. Le inchieste indipendenti hanno tutte chiamato in causa il ruolo delle forze armate, notoriamente subordinate alla dottrina militare Usa. Amlo ha dichiarato che l’esercito ha votato per lui. Che cosa hanno chiesto in cambio i militari addestrati a Fort Benning e alla repressione? Che cosa chiedono gli Usa alla nuova squadra di governo?

Un primo segnale positivo arriva comunque dalla nomina di Marcelo Ebrard, uno degli uomini più vicini a Obrador, al ministero degli Esteri. Le sue dichiarazioni di non ingerenza negli affari interni del Venezuela hanno suscitato commenti positivi in quella parte di America Latina che scommette sui rapporti sud-sud, sull’integrazione non asimmetrica, e sull’indipendenza dagli Usa. Un campo che si è riunito a Cuba per il Foro di San Paolo, e che ha salutato con speranza la vittoria di Amlo in Messico.

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