Sull’autonomia regionale risulta evidente una preoccupante accelerazione politica sui tempi e le forme dell’iter procedurale, come sul merito dalle pre-intese di febbraio. Con il mutato scenario politico, sono aumentate le Regioni che vogliono attivare percorsi di maggiore autonomia, e si sono “radicalizzati” i contenuti e i percorsi istituzionali ipotizzati. In particolare questo riguarda la nuova proposta di legge delega della Regione Veneto.

Sui contenuti, nella proposta di legge si passa da una delimitazione delle materie e delle funzioni definite nella pre-intesa di febbraio, alla riproposizione dell’impianto della delibera approvata dal Consiglio regionale del Veneto a novembre 2017. Torna la richiesta di maggiore autonomia su tutte e 23 le materie possibili, e di titolarità su funzioni e competenze particolarmente importanti per la salvaguardia degli assetti della contrattazione e della rappresentanza sindacale, dell’omogeneità delle normative e delle prestazioni, e dell’unitarietà del paese.

Nel dettaglio, si va dalla regionalizzazione del personale della scuola e dei fondi statali per il diritto allo studio, all’attivazione di un livello di contrattazione regionale per il personale della sanità e la formazione specialistica dei medici; dalla gestione degli ammortizzatori sociali, all’istituzione di un fondo regionale di previdenza integrativa; dalle concessioni e autorizzazioni in campo idroelettrico, elettrico e stoccaggio del gas, alla gestione delle strade nazionali e delle tratte autostradali; dalla progettazione delle infrastrutture portuali e aeroportuali, alla regionalizzazione delle soprintendenze archeologiche, archivistiche, bibliografiche e del demanio.

Per quanto riguarda le risorse, viene richiesto il trasferimento non solo di quelle economiche, ma anche di quelle umane e strumentali. Non viene riproposta in modo esplicito la richiesta dei 9/10 di tutto il gettito tributario, ma si continua a rivendicarla politicamente, e si richiede il passaggio dalla spesa storica ai fabbisogni standard e il vincolo del mantenimento dell’aggancio delle risorse trasferite alla dinamica del Pil regionale. Non si prevede alcun meccanismo di compartecipazione al finanziamento dei fondi di perequazione e solidarietà nazionali.

L’evoluzione più pericolosa riguarda l’iter procedurale: dal percorso negoziato-intesa-legge approvata da entrambe le camere, si passa al percorso intesa-legge delega del parlamento-decreti legislativi del governo, sulla base dei contenuti definiti da una commissione paritetica tra Stato e Regione. Si tratta di un iter che renderebbe marginale il ruolo del parlamento, e attribuirebbe una titolarità piena e discrezionale al governo, al rapporto con ogni singola regione, affidando addirittura a “commissioni paritetiche” la definizione dei criteri e delle modalità di attribuzione delle risorse, l’individuazione della spesa storica e dei fabbisogni standard, le successive modifiche e integrazioni agli stessi decreti legislativi.

Il risultato sarebbe quello di un assetto a geometria variabile da regione a regione su competenze, risorse e prestazioni, mettendo in discussione l’universalità, l’esigibilità e l’omogeneità dei diritti fondamentali e dei livelli delle prestazioni essenziali in tutto il territorio nazionale, incrementando le già tante differenze e diseguaglianze.

La Cgil richiede, prima della prosecuzione e conclusione del previsto iter istituzionale, la necessaria definizione dei livelli essenziali delle prestazioni per tutti gli ambiti di attribuzione di competenze; l’approvazione delle leggi di principio sulle materie a legislazione concorrente, e in particolare la definizione di una legge quadro di riferimento per la concreta attuazione dell’art. 116 della Costituzione, valevole in modo omogeneo per tutti i negoziati e per tutte le possibili intese.

Più in dettaglio una legge quadro che delimiti il perimetro delle funzioni legislative e amministrative attribuibili alle Regioni; dei beni patrimoniali e strumentali trasferibili; che definisca i criteri e le modalità di calcolo e assegnazione delle risorse e della contribuzione ai fondi perequativi nazionali; che garantisca ovunque i livelli essenziali delle prestazioni; che salvaguardi gli ordinamenti e la contrattazione nazionale.

Da tempo sosteniamo la necessità di una più chiara ripartizione delle competenze tra Stato, Regioni e amministrazioni locali; di una distinzione precisa tra la definizione dei principi, dei diritti fondamentali, dei vincoli normativi e le funzioni di programmazione, organizzazione e gestione delle materie e dei servizi attribuiti; di un percorso di maggiore responsabilizzazione delle amministrazioni territoriali. Il tutto nell’ambito, però, del pieno rispetto della Costituzione, coniugando unità del paese e decentramento istituzionale, e salvaguardando gli indispensabili elementi di solidarietà, di universalità e di omogeneità dei diritti sociali e del lavoro.

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