“La Lega di Salvini. Estrema destra di governo” di Gianluca Passarelli e Dario Tuorto (Il Mulino, pagine 168, euro 15). Ambizioni e contraddizioni della Lega “nazionale”.  

Ancorché inscritta in un contesto internazionale segnato dall’avanzata delle forze reazionarie e di destra, a fronte dell’annichilimento di quanto prima si connotava come “sinistra” in tutte le sue varianti, l’affermazione della Lega di Salvini il 4 marzo scorso all’interno dello schieramento del centro-destra, ed ora come forza trainante dell’esecutivo giallo-verde, merita di essere studiata nei minimi dettagli.

La Lega Nord è infatti il partito più longevo del Parlamento, e nelle sue oscillazioni elettorali ha di volta in volta rappresentato l’insofferenza, il risentimento e le aspirazioni dell’area più ricca del paese nei confronti dello Stato, e soprattutto di “Roma ladrona”. Ora che il suo bacino di influenza è andato ben oltre le regioni “rosse”, e, nei proclami, la Lega si dichiara un partito a vocazione nazionale, non più animato da pulsioni secessioniste, si tratta di comprendere se questa ambizione è realisticamente così lineare, oppure potrà incontrare qualche ostacolo o contraddizione, a partire dall’attuazione del programma di governo.

Il libro “La Lega di Salvini. Estrema destra di governo”, di Gianluca Passarelli e Dario Tuorto, ha il pregio di indicare i limiti che si prospettano al discorso propagandistico della Lega, analizzando il passaggio cruciale del testimone intervenuto fra il “carismatico” Umberto Bossi e il “popolare” Matteo Salvini, eclissatasi nello spazio di un mattino la figura più governativa e paludata di Roberto Maroni, a fronte anche del declino di Forza Italia.

Se il terremoto giudiziario che ha investito la Lega – con la conseguente scelta di privilegiare la comunicazione via social - ha determinato la riduzione del numero delle sezioni del 69%, passando da 1.451 a 437, la reazione del nuovo corso si è fondata sulla costruzione di una egemonia culturale volta a criminalizzare il fenomeno migratorio e l’accoglienza “buonista”, a partire dal netto ripudio dello ius soli. Una battaglia spregiudicata, condotta all’insegna dell’apparente buon senso, con messaggi banali ma efficaci perché assertivi, studiati per un paese fondamentalmente poco istruito e popolato - Tullio De Mauro docet - da una massa di analfabeti funzionali. A tal punto che brilliamo come la nazione dove la percezione delle cose è la più lontana dai fatti.

Questo spiega, paradossalmente, perché un partito di sistema come la Lega, che è stato al governo più volte in questi ultimi decenni e governa alcune importanti regioni, “possa presentarsi come una forza anti-sistema”, cavalcando uno specioso antieuropeismo e proponendo una misura anticostituzionale e generatrice di diseguaglianze come la flat tax, combinata con l’ennesimo condono fiscale. Una misura quella della flat tax, sottolineano Passarelli e Tuorto, che risponde agli interessi rapaci di una borghesia del nord da sempre violentemente “mercatista e protezionista, antistatalista, individualista e antisolidale”, e quindi disponibile a tutto, in una chiave decisionista, per conservare quella rendita di posizione messa a repentaglio da una competizione internazionale che vede purtroppo il nostro paese arrancare.

Una borghesia disponibile anche ad allearsi con quel ceto politico trasformista che nel centro-sud d’Italia vede già sotto la lente della magistratura alcuni nuovi presunti pezzi da novanta della Lega, provenienti dalla destra di Alleanza Nazionale, tra i quali spicca l’ex sindaco di Reggio Calabria, Peppe Scopelliti, recentemente condannato da una sentenza della Cassazione. A riprova, il sostegno esplicito accordato da Confindustria alla Lega è la plateale conferma di come l’opportunismo costituisca uno dei tratti dominanti dell’antropologia del nostro paese.

In questa logica Matteo Salvini, che fin da giovane ha fatto della politica la sua professione, è la testa d’ariete di un progetto sciovinista e retrogrado sul piano sociale e civile. In nome dell’antipolitica come delegittimazione di tutto e di tutti, Salvini appare per una bizzarria della storia come “il castigatore della vecchia classe politica”.

Nella realtà concreta, però, la Lega non ha uno straccio di proposta per affrontare la storica divaricazione nord-sud del paese. Pertanto, la “nazionalizzazione del suo messaggio” è solo una mossa tattica. Una mossa che risulta in palese contraddizione con la proposta dell’autonomia differenziata per dieci Regioni a statuto ordinario. Un progetto che, sulla scia dei vittoriosi referendum consultivi promossi nel 2017 dalla Regione Lombardia e dalla Regione Veneto, costituisce una minaccia per l’uniformità nazionale della legislazione sui diritti civili e sociali.

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