Sulla tutela dei diritti umani universali, l’intera Europa sta offrendo una visione politica altrettanto miserevole di quella dei singoli Stati. Le ultime riunioni del Consiglio europeo, nato dieci anni fa con il Trattato di Lisbona per definire “le priorità e gli orientamenti politici generali”, in altre parole per dare l’indirizzo politico dell’Ue, ne sono una dimostrazione evidente.

Mentre gli sbarchi e le richieste di asilo nel vecchio continente hanno raggiunto i livelli più bassi degli ultimi anni - 172mila nel 2017, a fronte di 71,4 milioni di richiedenti asilo nel mondo nello stesso 2017 – i paesi dell’Unione hanno deciso di vigilare ancor di più le mura della Fortezza Europa. In primo luogo confermando gli accordi con i paesi di transito extra Ue (fra questi i principali sono Niger, Libia e Tunisia) per creare “centri controllati” - cioè campi di concentramento – all’interno dei quali esaminare le richieste di protezione internazionale prima dell’arrivo in Europa. In parallelo, cercando di attuare pienamente il costosissimo accordo fra Unione e Turchia, per fermare i flussi. Infine progettando di adottare lo stesso meccanismo dei “centri controllati” anche sul territorio europeo, per bloccare, identificare e valutare le richieste di chi sia riuscito comunque a raggiungere le sponde continentali.

In definitiva, in tutta l’Unione europea la priorità della tutela dei diritti umani appare sempre più subordinata alla riaffermazione dei confini. Siano essi quelli nazionali, cari alla destra cosiddetta “sovranista” che così cerca di attaccare l’attuale governance dell’Ue, oppure continentali, come dimostrano le decisioni prese dal Consiglio europeo, all’interno del quale prevalgono la forze politiche della “grande coalizione” formata dalle famiglie dei Popolari e dei Socialisti e Democratici. 

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