Il Mes, un altro strumento per l’austerità - di Giacinto Botti, Maurizio Brotini, Leopoldo Tartaglia

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Pubblichiamo l’odg sul meccanismo europeo salva Stati presentato al Direttivo nazionale della Cgil del 19 dicembre scorso.  

Ill dibattito sul Mes-Esm è stato fortemente inquinato dalla falsa propaganda salviniana, che ha tentato di nascondere dietro toni demagogici e populisti il fatto che il governo Conte-Di Maio-Salvini aveva sostanzialmente approvato la “riforma” del cosiddetto fondo salva Stati.

Salvini, la Lega e la destra hanno prodotto una serie di notizie false, purtroppo amplificate da media consenzienti: dalla frottola secondo cui l’Italia avrebbe dovuto pagare 120 miliardi di euro per farne parte, al ritornello sui risparmi degli italiani a rischio, per passare all’Italia che pagherebbe i debiti delle banche tedesche.

Solo il 5,7% dei titoli di Stato è posseduto dalle famiglie italiane. La Banca d’Italia detiene oggi il 17,7% del debito totale. Le istituzioni finanziarie monetarie hanno il 32,8%, di cui circa il 17% è detenuto da fondi speculativi. Le istituzioni bancario-creditizie detengono una quota pari a circa il 20%. La quota di debito italiano detenuto all’estero è pari al 30%. Difficile sostenere che, anche in presenza di una (improbabile) ristrutturazione del debito italiano, l’Esm metterebbe le mani sul risparmio degli italiani, come propagandato dalle destre.

I rischi presenti nel meccanismo non riguardano il possibile “asservimento” dell’Italia agli interessi della Germania o di qualche altro paese, ma piuttosto agli interessi della speculazione finanziaria e del grande capitale.

I parametri necessari per consentire a uno Stato membro di usufruire di tale fondo in caso di eccessivo debito pubblico “sono tali da escludere a priori che l’Italia possa soddisfarli” se il saldo di bilancio strutturale sia pari o superiore al valore minimo dettato dai parametri di Maastricht: il metodo di calcolo del saldo di bilancio strutturale è da tempo contestato dal nostro paese, ed è oggetto di una campagna promossa da economisti di vari paesi che ne ha dimostrato l’assoluta inaffidabilità.

Le nuove regole dell’Esm impongono che, se l’Italia dovesse ricorrere al fondo salva Stati, sarebbe sottoposta ai giudizi sul debito (rimasti quelli di Maastricht: massimo 60% del rapporto debito/Pil, quando nel 2019 tale rapporto arriva a oltre il 136%). L’Italia non ha mai rispettato tale vincolo, e ciò non ha impedito che entrasse nell’Unione monetaria europea nel lontano 1996. Inoltre, l’Italia è l’unico paese dei cosiddetti “PIIGS” che non ha mai usato l’aiuto europeo, come è successo una volta per Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro, e tre volte per la Grecia.

In caso di giudizio negativo – qui sta la novità maggiore – viene chiesta la ristrutturazione del debito. La ristrutturazione del debito è una procedura che prevede un accordo con il quale le condizioni originarie di un prestito (tassi, scadenze, divisa, periodo di garanzia) vengono modificate per alleggerire l’onere del debitore. Nel caso di debito pubblico (Grecia docet) ciò si risolve in un allungamento forzoso della scadenza dei titoli di Stato, e/o in un dilazionamento nel pagamento degli interessi. Per la Grecia la macelleria sociale che ne è scaturita è imputabile alle condizioni poste dalla troika economica e dal Fmi per accedere alla ristrutturazione del debito, non alla sua ristrutturazione in sé, condizioni che si ripropongono con la “riforma” del Mes.

La riforma del Mes va nella direzione di facilitare una eventuale ristrutturazione del debito, e rafforza i poteri di un organismo per il quale, coerentemente con le politiche liberiste prevalenti nell’Unione, gli obiettivi essenziali della politica economica sono il consolidamento dei conti pubblici e la riduzione del debito: in altre parole la politica di austerità.

La “riforma” del Mes va ancora una volta nella direzione di ribadire che l’unica politica economica possibile è quella dell’austerity, alla quale come Cgil ci siamo sempre opposti.

 

La Cgil continua e denunciare le politiche di austerity e a battersi concretamente per un’Europa sociale, una politica fiscale comune europea, una politica creditizia che si muova nella direzione di abiura dei paradisi fiscali, e un ruolo della Banca centrale europea di prestatore di ultima istanza in una logica di parziale mutualizzazione del debito, anche attraverso l’emissione di eurobond, particolarmente dedicati a politiche di investimento pubblico sul green new deal, le infrastrutture materiali e sociali.

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