Sanità e Mes: divergenze parallele - di Leopoldo Tartaglia

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Solo in Italia si discute di Mes. Negli altri Paesi europei non solo nessuno vi ricorre – diversamente dal Sure, già attivato da 12 Stati – ma in alcuni, ad esempio Spagna e Portogallo, si discute semmai sull’opportunità o meno di accedere alla parte prestiti del Next Generation Eu.

Nel dibattito italiano ci sono, a mio parere, due equivoci, spesso alimentati ad arte: il legame inestricabile tra Mes e investimenti o spesa corrente in sanità; la presunta non condizionalità del Mes.

E’ inequivocabile che il nostro Paese debba aumentare la spesa sanitaria, dopo anni di pesanti tagli, riqualificandola su alcuni precisi assi: potenziamento delle strutture territoriali e di prevenzione, portando i medici di base all’interno del Ssn come dipendenti; integrazione socio-sanitaria; forte riequilibrio del settore pubblico, riducendo progressivamente le prestazioni e i profitti del privato; forte piano di assunzioni di medici ed infermieri nel pubblico; ridisegno della rete ospedaliera e aumento dei posti letto, soprattutto nell’immediato per quanto riguarda le terapie intensive.

Così come è fuor di dubbio che siano stati sprecati mesi importanti per attrezzare il pubblico non già ad una “seconda ondata”, ma alla convivenza con la pandemia da Covid 19. L’allarme di questi giorni su tamponi, vaccinazioni antinfluenzali, carenza strutturale di terapie intensive – per non dire, su altro versante, della situazione del trasporto pubblico locale – dimostra ancora una volta la tragica inadeguatezza del sistema. Senza contare che la necessaria priorità ai malati Covid continua a scaricarsi – con tempi di attesa insostenibili e “malasanità” – sulle persone affette da altre malattie e bisognose di cure o interventi chirurgici, a partire dagli anziani. I gravi ritardi accumulati hanno portato alle nuove, severe e discutibili, misure di semi-lockdown del Dpcm del 25 ottobre.

Ma tutto questo, oggi, dipende veramente da una mancanza di risorse? Sono stati spesi, e come, i 5,4 miliardi che, nelle varie “manovre Covid”, il governo ha stanziato per far fronte all’emergenza sanitaria? Non c’è, prima di tutto, un problema di governance del sistema, con 19 sistemi regionali (più Bolzano e Trento) diversi tra loro che investono o spendono a macchia di leopardo? Non è ancora preminente lo sbilanciamento di risorse pubbliche verso il sistema privato? Non stiamo assistendo all’ennesimo scaricabarile – così come avvenuto durante il picco della pandemia in primavera – tra governo, commissario straordinario e Regioni?

E siamo così certi che tanti degli appelli al Mes di politici e amministratori pubblici non servano come alibi per nascondere le proprie responsabilità? Come dire: “Non ci avete dato i soldi”, per non dire se, come e quando hanno utilizzato quelli già stanziati! L’obiettivo primo, allora, non dovrebbe essere mobilitarsi per imporre al governo, da un lato, alle Regioni dall’altro, di produrre piani chiari e stringenti per investire nella sanità pubblica, in vista delle risorse del Recovery Fund e ora con la spesa ordinaria e corrente?

Di risorse certamente ne servono, e qui entra in ballo la discussione, si spererebbe laica, se ricorrere al Mes o a altre forme di indebitamento. Sono ormai alle spalle – senza nessuna autocritica, come sempre – le previsioni apocalittiche della primavera scorsa di quanti dicevano che l’Italia, senza ricorso al Mes, sarebbe stata più debole nella trattativa europea sul Recovery Fund…

Stiamo parlando di soldi in prestito che vanno restituiti, seppur a tassi convenienti. E stiamo parlando di prestiti non per investimenti ma a copertura di spese già fatte (compreso l’“abbuono” di 4 miliardi di Irap alle imprese…).

Certo non possiamo fare come nella barzelletta del carabiniere e le 100 lire… (ve la racconto la prossima volta): se entrano dei soldi, se ne liberano degli altri. Ma qui veniamo alle condizionalità. Il Mes è un fondo tra gli Stati dell’Eurogruppo con sede a Lussemburgo, esterno al quadro giuridico Ue. Insomma l’opposto, in termini politici, del percorso per forme di mutualizzazione del debito degli Stati membri e di emissione di titoli europei, come avverrà invece per il Recovery Fund ed è appena avvenuto, con successo, per finanziare il Sure.

Quello nei confronti del Mes è un debito privilegiato, sovraordinato rispetto agli altri, cioè gode di priorità di risarcimento. In una eventuale situazione di difficoltà, è ragionevole pensare che chi sottoscriverà in futuro i nostri titoli di debito (ad esempio i Btp) potrebbe chiedere un tasso d’interesse maggiorato, a “indennizzo” della sua posizione meno favorevole rispetto al Mes creditore privilegiato. Così come i tassi di interesse sulle future emissioni di debito pubblico italiano potrebbero aumentare per un effetto “stigma” legato al ricorso al Mes, un fondo che determina una cessione di sovranità ai Paesi creditori, questione della quale ha parlato, pochi mesi fa, lo stesso governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco.

Pur senza pensare, per l’entità del prestito, ad esiti tragici come quello sperimentato dalla Grecia, il ricorso al Mes resta profondamente legato ad interventi di ristrutturazione del debito, e non gode di buona reputazione nell’opinione pubblica e tra gli operatori finanziari.

Le condizionalità sono oggi irrilevanti in entrata, ma da un punto di vista di diritto, e dati gli attuali trattati europei, sono suscettibili di modifiche in qualsiasi momento successivo, e c’è qualche governo europeo che spinge per un rapido ripristino del “patto di stabilità e crescita”, solo sospeso all’esplodere della pandemia. Infatti l’articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea afferma che “la concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità”.

Per modificare questo articolo sarebbe necessario modificare i trattati europei, ma per la revisione è necessario un accordo unanime di tutti gli Stati membri (articolo 48 del Trattato sull’Unione europea).

La lettera dei commissari Dombrovskis e Gentiloni all’allora presidente dell’Eurogruppo, Centeno, del 7 maggio scorso, recita testuale: “Uno Stato membro che beneficia dell’assistenza finanziaria precauzionale del Meccanismo europeo di stabilità è soggetto a una sorveglianza rafforzata da parte della Commissione quando viene concessa la linea di credito”. Viene esclusa l’applicazione dei soli articoli che richiedono programmi di aggiustamento macroeconomico. Tuttavia il resto del two-pack (regolamento n. 472/2013) rimane intatto, come ad esempio l’articolo 6 che richiede una valutazione sulla sostenibilità del debito. Soprattutto, la lettera di Dombrovskis e Gentiloni, in cui si esclude l’aggiustamento macroeconomico è solo un impegno politico. Nulla vieta che esso non venga rispettato: tanto più se il non rispetto è pienamente legittimo in virtù dei trattati vigenti.

D’altro canto, lo stesso ministro Gualtieri conferma che al momento non ci sono problemi di cassa, i tassi di interesse sul debito italiano sono i più bassi di sempre, e le ultime emissioni di Btp hanno avuto un tasso negativo, seppur non per italiche virtù, ma grazie al bazooka della Bce attraverso il suo programma Pepp di acquisto di titoli pubblici. Si affievolisce quindi anche l’unico vantaggio apparente del Mes, quello di una riduzione dei tassi sul nostro indebitamento, tanto che i sostenitori al suo ricorso parlano oggi di un risparmio di 200-250 milioni annui, contro i 500 di cui parlavano fino a pochi giorni fa.

Certo, ogni risparmio è importante. Ma siamo sicuri che valga la pena di rischiare di sottoporre il nostro Paese al condizionamento e al controllo dei paesi rigoristi dell’Eurogruppo, quando siamo in condizioni di ricorrere al mercato a tassi negativi? Per ultimo ma non ultimo, molti dei sostenitori del Mes lo rivendicano anche per “dare una lezione politica” ai 5Stelle. Niente di male, dal mio punto di vista. Farei solo notare che molti degli stessi hanno sostenuto che bisognava votare Sì al referendum per il taglio dei parlamentari, perché una vittoria del No avrebbe messo in difficoltà questa maggioranza politica.

Come è noto, noi abbiamo votato convintamente No, anche perché non si scambiano valori costituzionali con maggioranze politiche. Però ci domandiamo: dunque, ai 5Stelle (veri vincitori della battaglia referendaria), e alla stabilità di questa maggioranza, si possono sacrificare valori di rango costituzionale, ma non (presunti) 200 milioni di interessi sul debito? Meditate gente….

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