La svolta “green” della Flai - di Pietro Ruffolo

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Sostenibilità ambientale e sostenibilità sociale sono un vincolo inscindibile. Con queste parole Giovanni Mininni, segretario generale della Flai Cgil, ha dato il via alla svolta green nella discussione del Direttivo nazionale Flai del 30 giugno e primo luglio scorsi. Le tematiche ambientali sono sempre state un patrimonio della Flai, ma adesso si imprime una svolta, che passa anche attraverso una solida alleanza con le associazioni ambientaliste.

Le recenti vicende della Germania e del Belgio impongono a tutti di non sottovalutare gli effetti disastrosi del cambiamento climatico. Sono la conferma che gli ecosistemi mondiali sono in grande pericolo. Circa un milione di specie animali e vegetali risulta a rischio di estinzione. Diversi studi stimavano già che tra il 20% e il 50% degli ecosistemi oceanici e costieri fosse danneggiato. Ma un nuovo studio, pubblicato sulla rivista “Frontiers in Forests and Global Change”, ha rivelato uno scenario ancor più tragico: solo il 3% delle terre emerse sarebbe ecologicamente intatto, con una popolazione sana di tutti i suoi animali originali e un habitat non violato.

Altra priorità per la Flai è quella della sovranità alimentare, che in molti Paesi in via di sviluppo dipende dai Paesi industrializzati che forniscono loro risorse strategiche, come i cereali, in una logica improntata al massimo profitto, priva di ogni elemento solidaristico. L’approccio dell’Europa sembra ricalcare lo stesso schema: la produzione di generi alimentari in sovrabbondanza da destinare all’esportazione, grazie a fattori produttivi a basso costo, primo fra tutti il lavoro, spesso oggetto di sfruttamento. Eppure le scelte commerciali europee non dovrebbero discostarsi dallo spirito delle norme che qualificano il ruolo dell’Ue, a iniziare dai valori richiamati nel Trattato di Lisbona che la impegnano a “favorire lo sviluppo sostenibile dei paesi in via di sviluppo sul piano economico, sociale e ambientale, con l’obiettivo primo di eliminare la povertà”.

Uno dei principali obiettivi internazionali è combattere il land grabbing, ovvero l’accaparramento, l’espropriazione e lo sfruttamento delle terre agricole nei Paesi del sud del mondo. In 18 anni nel mondo sono stati acquistati o affittati 88 milioni di ettari di terra fertile, un’estensione pari a otto volte il Portogallo. Fra i primi dieci Paesi investitori ci sono Stati Uniti, Gran Bretagna e Olanda, ma anche Cina, India, Brasile ed Emirati Arabi Uniti. Anche l’Italia ha acquistato un milione e 100mila ettari di terreno fertile, la maggior parte in alcuni paesi africani (Gabon, Liberia, Etiopia, Senegal) e in Romania.

In generale le imprese italiane investono principalmente nell’agroindustria e nel settore energetico, in particolare biocombustibili. I primi dieci Paesi oggetto dell’accaparramento delle terre sono quelli impoveriti dell’Africa, come la Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan, Mozambico, Liberia, e dell’Asia (Papua Nuova Guinea). Ma, come succede con altre materie prime e prodotti, chi ci guadagna, oltre ai compratori, sono i governi locali, che cedono intere regioni a prezzi irrisori (un ettaro di terreno, in alcune aree, può costare 1-2 dollari all’anno) e si disinteressano dell’uso che ne viene fatto: non esiste tutela sociale o ambientale, e il terreno può essere inquinato, inaridito ed esaurito di qualsiasi risorsa, con conseguenze umane ed ambientali disastrose.

Lo scenario internazionale rende il tema dell’accesso a un cibo sano, sostenibile ed equo ancor più complesso, a causa degli strumenti di politiche commerciali, e non solo, in fase di discussione a livello mondiale. Ttip, Mercosur, Ceta non riguardano solo la circolazione e i flussi commerciali di alimenti e materie prime, ma hanno forti ricadute sulla sicurezza alimentare in termini di salubrità dei prodotti. Inoltre chiamano in causa il rapporto tra Paesi che hanno diverse legislazioni, tutele e diritti in materia di lavoro.

Se analizziamo quanto contenuto in questi trattati rileviamo alcuni elementi comuni che destano forte preoccupazione: dall’utilizzo di pesticidi come il glifosato – i cui effetti negativi sulla salute umana sono da tempo noti - all’uso di antibiotici nelle carni, o all’importazione di Ogm. Si tratta complessivamente di accordi che in primo luogo minano fortemente le nostre tipicità, (produzioni Dop, Doc, Igp), definendo elenchi parziali di prodotti ammessi all’esportazione che ne ridimensionano moltissimo i confini. Ancor più allarmante è il carattere di forte permissività che permea questi trattati, assai lontani dalle norme più stringenti dell’Ue in termini di salubrità dei cibi, di tutela dei consumatori, di rispetto dei diritti dei lavoratori, di salvaguardia dell’ambiente.

Una grande opportunità per il futuro europeo ed internazionale potrebbe essere rappresentata dal Green Deal, un piano d’azione basato sulla transizione ecologica e volto a promuovere l’uso efficiente delle risorse, nel quadro di un’economia pulita e sostenibile e nel rispetto della biodiversità.

Dentro il Green Deal assume un ruolo rilevante la strategia Farm to Fork (F2F), imperniata sulla promozione di prodotti alimentari sani, nutrienti e di alta qualità, sulla riduzione netta della dipendenza da prodotti chimici, concimi e antibiotici, sullo sviluppo di metodi innovativi nell’agricoltura e nella pesca per proteggere i raccolti da organismi nocivi e malattie, sulla tracciabilità sociale dei prodotti alimentari, in una visione della società del futuro più attenta a coniugare salute del cittadino, tutela ambientale e sviluppo economico.

Per la condizione sociale dei lavoratori, F2F può essere un’opportunità per costruire in Europa un sistema agroalimentare più sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale. Ma il suo successo a lungo termine dipenderà da quanto efficace sarà l’impatto, anche indiretto, che la sua attuazione avrà sui lavoratori del settore.

La Flai ritiene che sarebbe indispensabile rivendicare che la strategia F2F preveda la revisione della legislazione Ue sull’informazione alimentare ai consumatori, includendo la tracciabilità nell’etichettatura della sostenibilità sociale dei prodotti, per garantire la trasparenza dei processi di produzione, avere consumatori consapevoli, e una produzione veramente sostenibile anche dal punto di vista sociale.

Le manifestazioni per il clima dei giovani e degli studenti su iniziativa di Greta Thunberg hanno avuto il merito di riproporre il tema della tutela dell’ambiente come urgente e non più derubricabile dall’agenda politica nazionale e sovranazionale, stimolando un dibattito che ha portato a definire dentro il Green Deal l’obiettivo di rendere l’Europa climaticamente neutra entro il 2050, riducendo le emissioni di Co2 e sviluppando un’economia circolare fondata sull’utilizzo di fonti rinnovabili.

Anche la Strategia dell’Ue sulla biodiversità per il 2030 rappresenta, insieme alla F2F, il documento di riferimento per l’implementazione operativa del Green Deal nei settori agricolo e forestale. La recente presentazione, da parte della Commissione europea, della “Fit for 55”, cioè la messa in pratica della strategia del Green Deal con atti legislativi concreti, porta a prendere la decisione di tagliare il 55% delle emissioni di Co2 già entro il 2030.

La Flai si trova di fronte a queste sfide e non può presentarsi con un approccio ordinario: abbiamo bisogno di una svolta epocale. Che non può rimanere sul piano teorico ma deve porsi subito obiettivi concreti. La vicenda della Pac e quella del glifosato dimostrano che è possibile costruire una politica di alleanze strategiche con le associazioni ambientaliste. Infatti sulla Pac, pur se da posizioni differenti, abbiamo definito un orientamento convergente. L’inclusione della condizionalità sociale rappresenta una grande vittoria sindacale, ma il bilancio della nuova Pac presenta ancora aspetti insoddisfacenti. Infatti, se per la prima volta nella storia le istituzioni europee si sono accordate su una riforma della Pac che tiene conto delle condizioni di milioni di lavoratori agricoli in Europa, esprimiamo però forti perplessità per l’assenza di un legame tra la Pac e gli obiettivi ambientali del Green Deal e della strategia Farm to Fork.

Quindi, per quanto riguarda la cosiddetta architettura verde della Pac, il risultato finale riflette per lo più la posizione del Consiglio d’Europa che continua a favorire una agricoltura industriale inquinante e la monocoltura, a scapito dell’agro-biodiversità. Il rischio è quello di aver perso una occasione per realizzare una reale transizione verso un sistema alimentare sostenibile.

Infine, la mobilitazione della Flai contro il rinnovo da parte della Unione europea dell’uso del glifosato rappresenta un terreno completamente nuovo. Persone, piante e animali possono essere esposte in molti modi al glifosato e ai prodotti commerciali che lo contengono, sia per esposizione diretta durante le applicazioni in agricoltura e nel giardino, che attraverso l’acqua, le bevande e gli alimenti di origine vegetale (pane, pasta, cereali, legumi, nei quali viene spesso usato come disseccante prima del raccolto), la carne e i trasformati, in particolare laddove gli animali vengano nutriti con derivati da piante Ogm. Ma anche le bevande alcoliche, come birra, vino e spumanti.

Ad accendere i riflettori sull’erbicida più venduto al mondo è stata la valutazione di cancerogenicità espressa nel 2017 dall’International Agency for Research on Cancer, organo dell’Organizzazione mondiale della sanità, ritenuto la massima autorità in campo oncologico. Ora l’Europa si accinge a valutare se rinnovare o no l’uso del glifosato. Nel frattempo alcuni studi indipendenti confermano che è possibile dimostrare la cancerogenicità dell’erbicida. In questo senso la Flai nazionale, insieme alle associazioni ambientaliste, ha ritenuto doveroso iniziare la campagna per impedire il rinnovo, da parte della Commissione europea e degli Stati membri, dell’uso del glifosato a partire dal 15 dicembre 2022.

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