Pfizer Catania, manca il vaccino contro i licenziamenti - di Frida Nacinovich

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Italiani, popolo di santi, navigatori e inventori. In questa ultima categoria un posticino lo merita Franco Gorgone. Chimico e farmacista, negli anni bui della seconda guerra mondiale fece fortuna producendo un dentifricio di sua invenzione, richiesto e apprezzato dal contingente statunitense stanziato in Sicilia. Fu l’inizio di un cammino che avrebbe portato il suo laboratorio farmaceutico catanese a diventare una vera e propria industria, con centinaia di dipendenti. Nel ‘43 nasceva la Cifa, compagnia italiana farmaci ed affini, diventata due anni dopo Alfar, azienda laboratori farmaceutici, e il passo successivo fu la collaborazione con l’americana Lederle. Un passaggio decisivo, visto che Gorgone riuscì ad ottenere la rappresentanza esclusiva per l’Italia dei farmaci dell’industria statunitense, insieme alla possibilità di produrre nuovi medicinali.

Come è andata a finire è facile immaginarlo: una grande multinazionale ha comprato tutto. E che multinazionale, visto che parliamo del più importante marchio di Big Pharma, Pfizer. Con onori ed oneri, perché le multinazionali hanno il brutto vizio di dispiegare le loro strategie industriali senza troppi riguardi per i propri siti produttivi. In altre parole, se decidono che una o più fabbriche non servono più, le chiudono.

“Mentre i giornali raccontavano degli affari da capogiro di Pfizer con i vaccini per il Covid - spiega Graziella Faranna - eravamo in trincea per salvare i nostri posti di lavoro”. Catanese, trentasei anni di anzianità di servizio in una delle più importanti realtà industriali alle pendici dell’Etna, Faranna è reduce da un accordo molto sofferto con i manager della Wyeth Lederle, società di Pfizer che gestisce il suo stabilimento. “A febbraio hanno annunciato 130 esuberi - riepiloga - a cui vanno aggiunti un’ottantina di contratti a termine non riconfermati. Abbiamo protestato, scioperato, organizzato presidi. Ma, si sa, avere a che fare con una multinazionale è sempre molto difficile”.

L’accordo prevede il pagamento di 57 mensilità a chi lascia anticipatamente l’impresa. Mentre sono undici i dipendenti che hanno accettato il trasferimento in un’altra propaggine italiana di Pfizer, ad Ascoli Piceno. “Nei prossimi giorni la multinazionale offrirà incentivi all’esodo ai lavoratori prossimi alla pensione e agli assunti con contratto a tutele crescenti. Attraverso questo canale circa 80 persone lascerebbero volontariamente Pfizer Catania entro il prossimo novembre. Qualcuno nel frattempo ha trovato un altro impiego. Quanto ai dipendenti che non potranno accedere alle agevolazioni, l’azienda si impegna a ricollocarli in altri reparti. Dal canto nostro abbiamo fatto i salti mortali perché nessuno fosse lasciato indietro”.

Delegata sindacale, eletta nella Rsa per la Filctem Cgil, Faranna non nasconde le difficoltà a trattare con un colosso, abituato a pensare che i suoi siti produttivi siano come carri armati del Risiko, che si possono spostare con un semplice tocco del dito. “Quasi inutile dire che non è facile trovare colleghi disposti a trasferirsi dalla Sicilia nelle Marche, ci sono di mezzo i figli che studiano, i mariti o le mogli che lavorano, in alcuni casi come il mio, nella stessa fabbrica, i genitori da assistere, i mutui da pagare”.

Dopo quasi quarant’anni di lavoro in uno stabilimento all’avanguardia, Faranna non nasconde la preoccupazione che questi 130 esuberi siano solo la punta dell’iceberg, un rumoroso campanello di allarme. “Qui a Catania abbiamo tante produzioni, ma come tutte le multinazionali Pfizer decide cosa si fa e dove, e tu non puoi farci niente. Hanno stabilito di produrre la pillola anti Covid ad Ascoli Piceno e poi in un’altra loro fabbrica in Irlanda, così noi siamo stati tagliati fuori. In quasi un secolo di storia industriale, dagli anni pionieristici di Franco Gorgone ad oggi, questo mette un gran malinconia. Per il territorio il nostro stabilimento è importantissimo, bisogna considerare anche l’indotto. La fabbrica ha già subito più di un ridimensionamento, una volta c’era un centro ricerche che era un fiore all’occhiello dell’intera industria farmaceutica italiana. Pfizer lo ha chiuso, adesso è tutto abbandonato. Siamo arrivati ad essere 1.200 addetti diretti più gli informatori scientifici, poi hanno iniziato a tagliare divisioni su divisioni. Pensa, Wyeth aveva deciso di spostare tutto a Portorico. Siamo stati costretti a ringraziare una calamità naturale come l’uragano Jonathan se alla fine non ne hanno fatto nulla”.

Ad oggi la grande fabbrica farmaceutica catanese occupa più di seicento addetti, che verranno appunto ridotti a 520. “Va da sé che i nostri colleghi più sfortunati, quelli con contratti a termine, non saranno riconfermati”. In tutto questo la politica ha svolto, come spesso accade, un ruolo notarile. Una cura in grado di fermare i diktat delle multinazionali va ancora trovata.

 

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