Ipercoop Catania, ciao ciao di Alleanza 3.0 all’isola e alle lavoratrici - di Frida Nacinovich

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Nell’isola bella sono rimaste solo le insegne. La Coop sei tu? Non in Sicilia, dopo che Alleanza 3.0 ha ceduto i suoi dodici punti vendita al gruppo Radenza, ben radicato sul territorio con il marchio Crai.

Non è stato un addio indolore, soprattutto per i quasi novecento addetti catapultati dal peculiare macrocosmo Coop a una dimensione più zoppicante, non solo sul piano dei diritti e delle tutele ma anche sul fronte delle filiere produttive. Perché, detto in due parole, tutti gli apprezzati prodotti a marchio Coop, a partire dal brand di qualità Fior Fiore, sono scomparsi dagli scaffali dei dodici supermercati. La riduzione degli assortimenti è andata a braccetto con un taglio degli spazi vendita, calibrato sulle dimensioni industriali del gruppo siciliano che sono, va da sé, inferiori a quelle del colosso cooperativo della grande distribuzione organizzata, nato sei anni fa sulle ceneri di Coop Adriatica, Coop Estense e Coop Nord-Est.

Non è la prima volta che i tentativi di espansione delle aziende a marchio Coop si risolvono con ritirate più o meno precipitose, al riguardo l’esempio di Unicoop Tirreno in Campania parla abbastanza chiaro. Lo sa bene Valentina Ruffino, cassiera di quella che sulla carta, pardon sull’insegna, resta l’Ipercoop Katané di Gravina di Catania. “Lavoro qui da dodici anni - racconta - da ancor prima che nell’isola arrivasse Alleanza 3.0”. Quello che poteva apparire un progetto ambizioso, si è presto sgonfiato come un soufflé venuto male. “Gli affari non sono andati come previsto, c’è stata una cattiva gestione complessiva, scaricata al solito solo sulle spalle di lavoratrici e lavoratori”.

Traduzione: ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali, con cassa integrazione a go-go, e con la ciliegina amara sulla torta acida di ferie forzate nel periodo ponte tra vecchia e nuova proprietà. Giornate che sono state scaricate sul tfr di chi, e non erano pochi, le ferie le aveva già esaurite. “Lavorare per la Coop significava anche avere qualche garanzia in più e maggior rispetto per il nostro impegno quotidiano, con l’addio di Alleanza 3.0 abbiamo perso tutto questo - riflette Ruffino - per giunta la nostra abituale clientela è rimasta disorientata, dopo aver visto diminuire e progressivamente sparire i prodotti a marchio Coop che caratterizzavano i nostri punti vendita. Come se non bastasse, non tutti i negozi sono rimasti aperti, ad esempio i lavoratori dell’ipermercato di Ragusa sono a casa, in cassa integrazione a zero ore”. Piove sul bagnato.

La guerra di trincea nella grande distribuzione organizzata è un altro fattore decisivo per la sorte di questa o quella iniziativa imprenditoriale. “La deregolamentazione delle aperture dei supermercati e degli ipermercati ha fatto sì che Catania e tutte le cittadine limitrofe si riempissero di centri commerciali e ipermercati, talvolta l’uno a poche centinaia di metri dall’altro. Perdonami il termine forte, ma qui abbiamo un territorio che è stato letteralmente violentato. I negozi sono troppi, una saturazione che non ha fatto bene al settore”.

Nell’Ipercoop di Gravina di Catania sono impiegati un centinaio di addetti. “Eravamo ancora di più, l’azienda ha incentivato le dimissioni volontarie e usufruito di due anni di cassa integrazione. Vecchie storie, che invariabilmente penalizzano chi per vivere deve lavorare”. Ruffino ha un contratto part-time da ventiquattro ore settimanali, lavora in cassa e al box informazioni. I tempi pieni sono pochi, l’azienda preferisce questa organizzazione di lavoro. “Siamo tutti inquadrati come addetti alle vendite, non ci fermiamo mai. Se ci sono pochi clienti in cassa ti sposti nel reparto dove c’è più bisogno. Spesso capita di ricevere i turni con un preavviso di sole ventiquattr’ore, oggi per domani. Per chi come me è una mamma lavoratrice, è un problema”.

L’eredità Coop si fa sentire sul versante della sindacalizzazione, un fronte che vede la Filcams Cgil molto presente. “Siamo abituate a lottare per i nostri diritti. Nei mesi più drammatici della pandemia abbiamo animato una campagna di sensibilizzazione per evidenziare condizioni di lavoro sempre più difficili. Uno dei nostri slogan era ‘indispensabili per la pandemia, invisibili per i vaccini’. Abbiamo animato anche una vivacissima pagina Facebook. Ci è sempre sembrato incredibile non essere considerati nelle categorie dei lavori ‘sensibili’, da vaccinare prima di altri. Tanti miei colleghi si sono contagiati. Ci sono nostri compagni di lavoro di soli quarant’anni che hanno dovuto far ricorso ai caschi per l’ossigeno”.

Il primo novembre scorso, per ‘salutare’ Alleanza 3.0 che li stava cedendo, hanno scioperato in massa, con un’astensione dal lavoro al 70%. “Coop ci abbandonava al nostro destino, noi in risposta abbiamo ribadito che non si lavora in certe giornate di festa. Io personalmente quando è festa sto a casa, ho delle idee e coerentemente le seguo”. Perché la Coop sono anche loro, soprattutto loro.

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