Referendum: perché non si vuole dare la parola ai cittadini su fine vita e depenalizzazione della cannabis? - di Sinistra Sindacale

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Lasciano perplessi e amareggiati le decisioni della Corte Costituzionale che ha dichiarato inammissibili i quesiti relativi al fine vita e alla depenalizzazione della cannabis.

Pur in attesa delle motivazioni delle sentenze, dalle dichiarazioni del presidente della Consulta, Giuliano Amato – puntualmente contestate dai comitati promotori – è difficile sfuggire alla sensazione che si sia trattato di motivazioni politiche, non legate al reale merito dei quesiti, dietro ai quali si è voluto vedere intenti e conseguenze ben diverse da quelle dei promotori e dei milioni di firmatari, e soprattutto da quello che sarebbe stato il testo legislativo frutto delle abrogazioni.

Non va dimenticato infatti che il nostro ordinamento consente solo referendum abrogativi e che, sulle materie sulle quali cittadini e cittadine chiedevano di esprimersi col voto, da troppo tempo manca una capacità legislativa del Parlamento, nuovamente e inutilmente – temiamo – invocata dalla stessa Corte.

Il probabile risultato questo stato delle cose è l’ulteriore aumento della lontananza delle persone dalla partecipazione politica. Già le recenti elezioni in diverse grandi città – per non parlare delle suppletive romane – hanno riscontrato tassi di partecipazione al voto a malapena del 50%, con una diserzione delle urne soprattutto da parte dei ceti popolari e delle periferie cittadine.

Dopo la decisione della Corte Costituzionale di dichiarare inammissibile il quesito sul fine vita perché non preservava “la tutela della vita umana”, non si è fatta attendere la reazione del comitato promotore, che non crede che la difesa delle persone deboli o fragili – evocate dalla Consulta - possa consistere nell’imporre una sofferenza contro la loro volontà. Per Sinistra Italiana “di inammissibile c’è la sofferenza di moltissime persone, prive di una norma che consenta di scegliere come dare dignità alla propria vita e alla fine della propria vita”, così come c’è un problema che riguarda “quel milione e mezzo di italiani che hanno firmato per il referendum per dire alla politica di sbrigarsi, di fare presto, di svegliarsi”.

Dopo quello sull’eutanasia, la Corte Costituzionale ha ritenuto inammissibile anche il referendum sulla depenalizzazione della detenzione di cannabis legale. Il quesito referendario toccava tre punti del testo unico sugli stupefacenti, l’articolo 73 al comma 1 (che rimuoveva la parola “coltiva”), l’articolo 73 al comma 4 (che rimuoveva le pene detentive da 2 a 6 anni oggi previste per le condotte legate alla cannabis) e l’articolo 75 al comma 1.

Il presidente della Consulta ha spiegato le motivazioni alla base della bocciatura in una conferenza stampa. Secondo l’interpretazione di Giuliano Amato e dei giudici costituzionali, il referendum sarebbe stato viziato da un errore di formulazione, dato che “non era sulla cannabis, ma sulle sostanze stupefacenti”. Amato ha poi aggiunto che il quesito “è articolato in tre sotto-quesiti e il primo prevede che scompaia tra le attività penalmente punite la coltivazione delle sostanze stupefacenti di cui alle tabelle 1 e 3, che non includono neppure la cannabis ma il papavero, la coca, le cosiddette droghe pesanti. Già questo sarebbe sufficiente a farci violare obblighi internazionali”.

Il comitato promotore del referendum ha pubblicato tempestivamente sul proprio sito un’approfondita risposta alle argomentazioni della Corte, contestando punto per punto i rilievi del suo presidente e respingendo, soprattutto, la valutazione su possibili errori di formulazione del quesito.

Solo Matteo Salvini ha potuto “esultare” per la decisione della Corte di ammettere cinque dei sei referendum sulla Giustizia richiesti non dalle firme raccolte (?) dalla Lega e dai Radicali, ma dai Consigli regionali di centrodestra. Ma non si può nemmeno del tutto escludere che i discutibili giudizi di inammissibilità dei due referendum – cannabis e fine vita –, che avevano sicuramente un maggior seguito e interesse popolare, non mirassero anche a depotenziare la scadenza referendaria nel suo insieme, lasciando sul campo solo materie di scarso appeal per un elettorato già così disaffezionato. In altre parole, al di là del merito non sarà facile raggiungere il quorum – la metà degli aventi diritto più uno – necessario per la validità del referendum abrogativo, prima ancora del conteggio dei Sì e dei No.

Invece per le organizzazioni che hanno promosso i referendum su fine vita e cannabis, tra cui la Cgil, al di là della delusione e delle valutazioni di merito all’uscita delle motivazioni sulle decisioni della Corte, la battaglia continua, richiamando innanzitutto il Parlamento finalmente a legiferare in materia, facendosi carico della spinta di quei milioni di cittadine e cittadini che chiedevano i referendum per supplire a lunghissimi e drammatici vuoti legislativi, che impattano pesantemente sulle condizioni di vita di migliaia di persone e, potenzialmente, di tutte e tutti.

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