Ilaria Salis: gravi violazioni dei principi europei su processo e detenzione - di Aurora d’Agostino

La vicenda di Ilaria Salis, balzata all’onore delle cronache, vien da dire finalmente, dopo quasi un anno di silenzio sulla sua pesantissima detenzione in Ungheria, ha catturato l’attenzione generale dopo l’udienza del 29 gennaio scorso, a cui come osservatrice internazionale ero presente, insieme al collega Giuseppe Romano, per i Giuristi Democratici.

Difficili da descrivere le emozioni che l’ingresso in aula di Ilaria Salis, ammanettata, con catene ai piedi e in vita, al guinzaglio di agenti di polizia penitenziaria al pari del coimputato tedesco, ha suscitato in tutti i presenti. Ancor più difficile spiegare come una persona che si proclama innocente, accusata di aver aggredito due appartenenti all’ultra destra che hanno riportato lesioni con prognosi di cinque e sette giorni e che non hanno neppure sporto denuncia querela, abbia già subito quasi un anno di detenzione in regime di massima sicurezza, e rischi una condanna ad una pena spropositata, 24 anni nel massimo, vale a dire una condanna da omicidio in una delle nostre aule di giustizia.

In sostanza ciò è reso possibile dalla contestazione di due aggravanti: l’una di tipo associativo, essendo contestato alla Salis (ed ai suoi due coimputati tedeschi, che sono a giudizio solo per questo) di aver agito nell’ambito associativo della cosiddetta “Hammerband” (gruppo tedesco, peraltro perseguito in Germania in un procedimento in cui Ilaria Salis non è neppure nominata), e di aver inflitto lesioni “potenzialmente mortali”.

Sulla prima aggravante ovviamente nulla risulta a carico di Ilaria Salis, che è stata arrestata a Budapest dove si trovava per partecipare alle contestazioni del raduno neonazista dell’11 febbraio (“giornata dell’onore” per l’ultra destra europea, in memoria della “resistenza delle SS all’invasione dell’11 febbraio 1944 da parte dell’Armata Rossa”, ndr). Sulla seconda, la contestazione lascia veramente interdetti. È come dire: tu volevi solo causare lesioni, e questo è pacifico, ma in astratto la tua azione poteva portare alla morte degli aggrediti, e quindi, indipendentemente dalla tua volontà (dolo, si chiama da noi) e dal fatto oggettivo che nessuno è morto e nessuno ha subito lesioni gravi, la richiesta di pena diventa pesantissima.

Insomma una richiesta di pena elevatissima, non giustificata né dal dolo (la volontà dell’accusata) né dall’evento (nessuno è morto e le lesioni sono state in realtà molto limitate). Anche gli strumenti usati, in ipotesi accusatoria, sono di limitata offensività: si parla di manganelli retrattili. Pensiamo solo al loro largo impiego, nel nostro paese, nel corso degli interventi di polizia (le cosiddette “cariche di alleggerimento”) … quid juris?

Nell’udienza preliminare le è stato proposto di “dichiararsi colpevole e rinunciare al processo”; in tal caso la pena richiesta dall’accusa sarebbe stata ridotta a 11 anni (sic!). Un “patteggiamento” cui Ilaria Salis non ha voluto accedere, chiedendo di avere a disposizione gli atti a suo carico tradotti e i materiali video che ancora - dopo quasi un anno di detenzione - non ha ricevuto, se non in parte.

Il processo è stato rinviato al 24 maggio, e poi in autunno, mentre tutte le richieste di attenuazione delle misure cautelari sono state respinte. Il coimputato tedesco, accusato solo dei reati associativi, è stato condannato a tre anni di detenzione in regime speciale (l’accusa ne aveva chiesti tre e mezzo ed ha appellato), con la possibilità di accedere alla liberazione condizionale non prima di aver scontato due terzi della pena.

In questo quadro, Ilaria Salis rischia comunque di aver scontato quasi due anni di detenzione speciale in Ungheria prima della sentenza.

Troppe sono le violazioni dei principi in materia di processi e detenzione vigenti nell’Unione europea perché si possa tacere, come chiedono di fare in questi giorni i nostri ministri (e ci silenziamo rispetto alle boutade forcaiole di soggetti purtroppo al governo).

Torneremo a Budapest a seguire il processo, nella speranza che si possa ottenere prima possibile che Ilaria Salis possa rientrare in Italia e affrontare il dibattimento senza catene e senza ceppi, in condizioni dignitose e nel rispetto del diritto alla difesa come i trattati internazionali e le carte fondative dell’Ue impongono a tutti i Paesi che ne fanno parte, Ungheria inclusa.

Qui il nostro primo report: https://www.giuristidemocratici.it/Comunicati/post/20240129203002

 

 
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