Liste d’attesa in Veneto. Un’indagine dei sindacati pensionati - di Aida Brusaporco

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I sindacati regionali dei pensionati del Veneto Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp, attraverso la loro capillare presenza nel territorio, hanno accolto le segnalazioni che molti anziani bisognosi di cure esprimono con rassegnazione. Hanno deciso unitariamente di fare un sondaggio che, inaspettatamente, ha trovato un grande riscontro fra iscritti e non (https://www.spi.veneto.it/liste-dattesa-per-il-70-dei-veneti-prenotare-visite-ed-esami-e-unimpresa-quasi-impossibile/). Hanno partecipato 3.296 persone, 52% uomini e 48% donne, per circa il 68% di età superiore ai 65 anni. Sono state coinvolte tutte le Ulss del Veneto con un riscontro maggiore per quelle che sono più popolate, quindi si va dal 20% delle risposte dalla Ulss 2 della Marca Trevigiana al 4% pervenute dalla Ulss 1 Dolomiti.

Riassumendo i dati più significativi del sondaggio, emerge che solo il 31% è riuscito a prenotare attraverso il Cup, di questi ben il 75% è stato posto in lista d’attesa e tra questi il 57% non aveva ancora ricevuto una risposta. Se questo riguarda per lo più sia prestazioni diagnostiche per immagini che visite specialistiche non urgenti, tre utenti su quattro con prestazione urgente hanno ricevuto la rassicurazione che sono in lista d’attesa e saranno ricontattati. La conseguenza è che, per le persone che sono in lista d’attesa o con appuntamenti datati, il 41% si è avvalso di prestazioni a pagamento da parte una struttura pubblica (14%) e privata (27%). Quota che sale al 55% per le persone che, nemmeno inserite nelle liste d’attesa, hanno optato per il pagamento della prestazione, il 38% verso il privato e solo il 17% verso il pubblico.

Come vediamo, cresce la sfiducia verso il Servizio sanitario nazionale. Ancora più grave l’incertezza delle persone che non sanno dove rivolgersi per essere curate, certamente molte non si cureranno. La conferma arriva da un altro studio realizzato dalla Cgil del Veneto che raffronta i dati sui decessi, dai quali risulta che nel 2021 ci sono stati tremila decessi in più tra gli over65 rispetto alla media dei cinque anni pre-pandemia.

Di fronte a questa situazione, del resto, il Covesap - Coordinamento sanità pubblica veneta - promuove molte iniziative come incontri con la Regione e manifestazioni e mobilitazioni pubbliche. Dal canto loro, Spi Cgil, Fp Cgil e Confederazione, che pure aderiscono al Covesap, incontrano i cittadini nel territorio e raccolgono adesioni sul documento-piattaforma da presentare alla Regione.

Riusciremo a salvare il Servizio sanitario pubblico? Nel nostro territorio c’è la presenza capillare di strutture private polispecialistiche che offrono, a pochi metri dalle abitazioni, anche il medico di fiducia, di base. Perché nel Veneto tutti i cittadini non si ribellano? La risposta è semplice: per molti di essi in età lavorativa c’è una risposta, sono infatti coperti dai fondi bilaterali dell’artigianato e delle categorie, dal welfare aziendale, da fondi assicurativi, che sottraggono alla collettività gettito Irpef e ai lavoratori interessati contributi previdenziali, con l’effetto per la loro pensione della riduzione del montante contributivo.

Se la spesa sanitaria vale 120 miliardi, una cinquantina di questi finisce ai privati, in primis quelli convenzionati. Una quarantina sono spesi direttamente dai cittadini per farmaci, prestazioni ed altro. Dunque, per la sanità pubblica si spendono 70 miliardi, mentre la spesa privata arriva a 90 miliardi. Tutto ciò è fonte di diseguaglianza che ricade sui pensionati, sulle persone fragili e disagiate.

Nel Veneto, grazie anche a Tina Anselmi e a Margherita Miotto, avevamo la migliore sanità territoriale, con la presenza di 35 Ulss, passate con la presidenza Zaia a 21 ed ora a 9. I centri di salute mentale sono quasi inesistenti. Nel vicentino, i Distretti sociosanitari di base sono passati da 17 a 2. Erano il fulcro della riforma sanitaria, la struttura tecnico-funzionale di primo livello rivolta a singoli, famiglie, comunità che, attraverso i servizi erogati nel luogo di vita e di lavoro, entravano in relazione con il Servizio sanitario pubblico. La loro attività era di prevenzione, consulenza e vigilanza igienico-sanitaria durante tutto l’arco della vita, dal concepimento alla morte (dai nidi, al domicilio, alle Rsa). Il tutto con la partecipazione dei cittadini e delle loro rappresentanze locali che costituiscono “il sociale”, la comunità. Tutto andato in fumo!

Il Pnrr prevede la costruzione delle case della salute, ma, scusate, con quale personale? E i padovani facciano attenzione al progetto di Zaia che vuole costruire il più grande ospedale del Veneto con un “progetto di finanza”; noi vicentini viviamo questa esperienza fallimentare con l’ospedale di Santorso, con enormi costi per la collettività.

Dobbiamo essere in grado di cambiare rotta, di rivedere radicalmente quanto è stato fatto negli ultimi anni. Se veramente crediamo che il diritto alla salute e quindi alla sanità sia un diritto universale, non è possibile lasciarne l’accesso sulla base delle proprie, profondamente diseguali, possibilità finanziarie.

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