Emiliano Brancaccio: “La ragione capitalistica genera i mostri della guerra” - di Frida Nacinovich

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Professore di Politica economica e docente di Economia politica ed Economia internazionale all’Università del Sannio a Benevento, Emiliano Brancaccio è diventato negli ultimi vent’anni uno dei più influenti studiosi del pensiero economico cosiddetto critico, o meglio eterodosso. Lo stesso, confindustriale Sole24ore lo fotografa come un economista di “impostazione marxista, ma aperto a innovazioni ispirate dai contributi di John Maynard Keynes e Piero Sraffa”. Sulla guerra, sul conflitto armato fra Russia e Ucraina (più Occidente), in corso da un anno e mezzo, Brancaccio ha un’idea chiara: “Questo non è uno scontro di civiltà. È uno scontro fra capitalismi. È necessario esaminare le basi economiche di questi conflitti per comprenderli e per cercare di interromperli. Se non ci soffermiamo sui fattori economici, non ci capiremo niente dei venti di guerra di questo tempo”. Nel secolo del finanz-capitalismo, dominante sul pianeta da quarant’anni e passa, anche i conflitti armati devono essere letti con le lenti del pensiero economico. Altrimenti c’è il rischio di perdersi nella propaganda di un’informazione a senso unico, da entrambe le parti, o di riflessioni antropologiche incapaci di cogliere le ragioni alla base non solo di questa guerra ma delle guerre in generale. Allora ringraziamo il professor Brancaccio per avere risposto ad alcune nostre domande.

 

Il suo ultimo libro si intitola ‘La guerra capitalista’, scritto assieme ai colleghi Stefano Lucarelli e Raffaele Giammetti (Mimesis 2022). Può spiegarcene la genesi?

Nel dibattito prevalente sulla guerra c’è una grave lacuna: manca un’interpretazione economica dei conflitti militari. I commentatori di grido assecondano le narrazioni dei comandanti in capo, che richiamano alti valori e nobili principii per tentare di giustificare i massacri in corso. Da un lato, gli atlantisti insistono sull’esigenza di difendere la libertà dell’Ucraina aggredita. Dall’altro lato, gli avversari dell’imperialismo occidentale avallano l’interpretazione putiniana, secondo cui la guerra si è resa necessaria per tutelare la sicurezza territoriale della Russia contro l’avanzata della Nato a est. In questo tipo di spiegazioni c’è qualcosa di vero, beninteso. Ma nel complesso tali narrazioni sono essenzialmente “idealistiche”, perché non prendono in considerazione le basi economiche, “materiali”, dello scontro in atto. La conseguenza è un dibattito sulla guerra assolutamente ingenuo e fuorviante. Il nostro libro nasce dall’urgenza di rilanciare un’interpretazione più smaliziata, diciamo pure “materialista”, della guerra moderna.  

 

Alla luce della vostra interpretazione “materialista”, quali sono le basi economiche degli attuali venti di guerra?

Un innesco cruciale sta nel grande ribaltamento nella politica economica americana. Gli Stati Uniti, afflitti da un pesante debito verso l’estero, hanno abbandonato la vecchia apologia della globalizzazione per abbracciare il cosiddetto “friend shoring”: una politica protezionista unilaterale e molto aggressiva, secondo cui da ora in poi gli americani e i loro alleati europei dovranno fare affari solo con gli “amici”. Il risultato è che la Cina, la Russia e gli altri creditori esteri non possono più esportare i loro capitali in occidente. E la cosa non gli piace affatto. Le attuali tensioni militari nascono da questa colossale controversia economica. Non è certo la prima volta, nella storia del capitalismo, che un conflitto economico diventa poi anche militare.

 

Generali ed esperti di geopolitica sono convinti che una vittoria sul campo, dall’una o dall’altra parte, è irrealistica. Un’analisi calzante di quanto sta avvenendo sembra essere addirittura quella del Pentagono. Il capo di stato maggiore Mark Milley è stato esplicito: ‘Devono riconoscere entrambi che probabilmente non ci sarà una vittoria militare, nel senso stretto del termine. E quindi è necessario volgersi verso altre opzioni’. Perché allora non negoziare?

La guerra in Ucraina non è solo una disputa su un territorio conteso. Come è stato più volte ammesso dagli stessi vertici diplomatici dei paesi coinvolti, quel conflitto è uno dei fattori che stanno ridisegnando i rapporti di forza dai quali potrebbe scaturire il futuro ordine economico mondiale, nel quale bisognerà capire se gli americani manterranno un ruolo egemone oppure no. La partita è più grande di quanto comunemente si dica, ed è di ordine economico più che territoriale.

 

Il vostro libro ha anche ispirato un appello internazionale: nel febbraio scorso, con un corposo gruppo di studiosi, avete redatto una lettera che è stata pubblicata da Financial Times, Sole24ore e Le Monde. L’appello ha per titolo “The economic conditions for the peace”, le condizioni economiche per la pace. La vostra tesi è che, per avviare un realistico processo di pacificazione, è necessaria una nuova iniziativa di politica economica internazionale. Può spiegarci quale?

La globalizzazione capitalista ci ha lasciato in eredità un enorme squilibrio nei rapporti internazionali di credito e debito. Questo squilibrio non può essere gestito né dal vecchio libero mercato né dal nuovo protezionismo unilaterale americano. Serve una regolazione politica coordinata degli scambi globali. Il riferimento storico è il cosiddetto “piano Keynes”, in parte applicato con i controlli sui movimenti di capitali istituiti con gli accordi di Bretton Woods del 1944. Ma per avviare una tale regolazione, è necessario fare il primo passo: bisogna partire da una critica del “friend shoring” americano.

 

Alla fine dell’appello scrivete nero su bianco: “Siamo consapevoli di evocare una soluzione di ‘capitalismo illuminato’ che venne delineata solo dopo lo scoppio di due guerre mondiali e sotto il pungolo dell’alternativa sovietica”. In altre parole, solo se messi all’angolo i potenti dell’Occidente del pianeta potrebbero cambiare le loro strategie di fondo?

Come spieghiamo nel nostro libro, dentro il meccanismo capitalistico sussiste una tendenza oggettiva al conflitto, prima economico e poi anche militare. Parafrasando Goya, potremmo dire che proprio “la ragione capitalistica genera i mostri della guerra”. Questo significa che gli episodi di capitalismo “illuminato” sono fenomeni rari, che si verificano solo in circostanze eccezionali, come ad esempio avvenne con i controlli internazionali sui capitali istituiti a Bretton Woods, ma solo dopo le devastazioni delle due guerre mondiali e soltanto sotto la minaccia dell’alternativa sovietica. Dunque, la grande domanda del nostro tempo è: si possono creare condizioni favorevoli a una nuova soluzione di “capitalismo illuminato” in una fase in cui non si intravede una concreta alternativa “rossa” all’orizzonte? E soprattutto, una tale soluzione “illuminata” può sopraggiungere prima che scoppi una nuova grande guerra? Nel secolo scorso Keynes avrebbe forse risposto sì, mentre Lenin avrebbe detto di no. Oggi questa domanda aperta è improvvisamente tornata d’attualità, ed è urgente rimetterla al centro del dibattito internazionale.

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