PER LA CGIL DEL FUTURO - Assemblea nazionale verso il XVIII congresso

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L’auditorium che porta il nome di Giuseppe Di Vittorio è stracolmo di delegate e delegati, a tal punto che deve essere attivato l’impianto a circuito chiuso della vicina sala Simone Weil. L’assemblea nazionale di Lavoro Società -Per una Cgil unita e plurale, l’area confederale di sinistra della Cgil, ha portato in Corso d’Italia donne e uomini arrivati da ogni parte della penisola. Un buon viatico all’imminente Congresso nazionale di Bari, atteso e non temuto dal coordinatore nazionale Giacinto Botti e dall’ufficio di presidenza – Lorella Brusa, Elena Petrosino, Susan Moser e Maurizio Brotini – che ha assicurato il rispetto dei necessari tempi tecnici per lo svolgimento della giornata, permettendo a tutte e tutti di intervenire.

La notizia, lanciata dalle principali agenzie di stampa (Ansa, Adn Kronos) ma già conosciuta (e apprezzata) dai partecipanti all’assemblea, non desta quindi particolari stupori: Lavoro Società appoggerà la candidatura di Maurizio Landini a nuovo segretario generale della Cgil, e il documento conclusivo della giornata certifica anche l’unanimità della decisione: “Sosteniamo collettivamente, per ragioni di linea, di merito sindacale e di prospettiva, la candidatura di Maurizio Landini a prossimo segretario generale della Cgil”.

L’assemblea dunque si è riconosciuta nella proposta avanzata dalla segreteria nazionale. “Una proposta – ricorda Susanna Camusso – che pensa al ‘noi’, a un intero gruppo dirigente, e non all’ ‘io’. E che pensa al futuro della Cgil”. Al tempo stesso viene segnalato che, nel lungo percorso congressuale che ha portato il documento “Il lavoro è” a conquistare il 98% dei voti, c’è stato a un certo punto qualcosa che stona con le procedure democratiche della Cgil: “Consideriamo un’anomalia, rispetto alla nostra storia, una autocandidatura alternativa espressa alla fine dei percorsi congressuali, e senza chiarezza sulle ragioni politiche e di merito sindacale”. Chiaro il riferimento a Vincenzo Colla.

Nelle parole degli intervenuti l’argomento è stato affrontato a più riprese. In proposito, Andrea Montagni ha osservato: “Per noi, per la nostra storia e la nostra cultura politica, il terreno del confronto delle idee è rappresentato dai congressi di base. La piattaforma del confronto, della discussione, del posizionamento di merito, è quella dei documenti congressuali. Invece la destra dell’organizzazione ha scelto il terreno a lei più congeniale, quello della manovra burocratica”.

Sia Landini che Susanna Camusso, molto applauditi, hanno voluto far sentire la loro voce in assemblea. Entrambi hanno puntualmente criticato, nel merito, il governo M5S-Lega, che nulla investe in ricerca e innovazione, e che crea con la flat tax nuove sperequazioni. Morale: “La crisi ha fatto danni evidenti. Ma non ha creato la crisi di valori e di solidarietà che questo governo crea di giorno in giorno”.

Quanto alla Cgil, “in questi anni siamo andati in direzione ostinata e contraria – ha ricordato Camusso – e mentre si plaudiva alla ‘liquidità’ noi abbiamo scelto di rimanere solidi, e radicati. Abbiamo poi cercato di ampliare la partecipazione, e lo abbiamo fatto con la Carta dei diritti e i referendum. Abbiamo anche continuato a pensare che la coerenza sia una virtù, e siamo stati coerenti. Perché la democrazia è faticosa: non esiste una democrazia semplice, e ogni scorciatoia è una forma di riduzione della democrazia. Infine attenzione al pericolo delle pulsioni corporative, che attraversano anche noi”.

Anche Landini ha incentrato il suo intervento sul tema della partecipazione: “Dopo la Carta dei diritti e i referendum, abbiamo continuato a coinvolgere tutto il quadro attivo, più di 20mila persone che il sindacato lo vivono e lo fanno giorno per giorno,  nella stesura del documento congressuale, che infatti ha preso il 98% dei voti. Ora dobbiamo andare avanti con questo metodo partecipativo, anche nella contrattazione inclusiva. Perché noi siamo al servizio di un interesse generale: quello delle persone che per vivere devono lavorare. E nel ‘governo del cambiamento’ in realtà non ci sono cambiamenti: lo stesso ‘reddito di cittadinanza’ non è diverso dal jobs act, quando prevede incentivi alle imprese, e perfino il pensionamento a quota 100 crea iniquità, oltre a non riformare la legge Fornero se non in minima parte”.   

 

Introduzione di Giacinto Botti - Referente nazionale di Lavoro Società

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“Indifferenza è abulia, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti [.…]. L’indifferenza è il peso morto della storia, è parassitismo. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro che apparenza illusoria di questa indifferenza. Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia, il loro piagnisteo di eterni innocenti [….] E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime […] Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”. 

 

Questi, come avrete capito, sono stralci di un articolo a firma Antonio Gramsci apparso nel febbraio del 1917 sul numero unico del giornale “La città futura”. 

Nel 1935, con la guerra in Etiopia, l’Italia fascista diventa razzista. Nel 1938 le leggi razziali. Da qui in poi la storia ci narra della violenza nazifascista contro ebrei, omosessuali, zingari, oppositori politici, sindacalisti, lavoratori, partigiani, con la pagina spaventosa dei campi di sterminio e dell’olocausto di cui il 27 gennaio si celebrerà la memoria, che va tenuta sempre viva. Occorre ripartire dalla storia per capire il presente. E‘ una lezione di attualità, perché anche oggi sono profondi il disagio, l’inadeguatezza individuale e collettiva nel trovare risposte, che pure insieme alle associazioni e ai movimenti non manchiamo di dare, rispetto a quanto sta accadendo nel nostro paese “civile e democratico”. Nessun paragone con il passato, nessun superficiale richiamo al fascismo, ma quando le resistenze civili, valoriali e democratiche vengono meno, ogni approdo, anche il più improbabile, può diventare possibile.

Siamo dentro a una deriva valoriale, una parte del paese è sotto l’egemonia culturale non solo della Lega ma di una destra politica ed economica individualista, nazionalista, reazionaria e razzista. Siamo un paese smemorato che non ha mai fatto i conti con il ventennio fascista e le sue leggi razziali. Non tutti i populismi sono fascismi, ma ogni dittatura è stata caratterizzata dal populismo, dal nazionalismo, da un’esaltazione strumentale e aclassista della nazione e del popolo indistinto. Penso che il capitalismo coloniale, provinciale, conservatore e avulso dalla responsabilità sociale e civile sia all’origine della grave patologia collettiva contemporanea. Il paese sta precipitando nel buco nero della barbarie, dell’odio e del rancore, dell’individualismo radicale che offusca le coscienze. Di questo dovremmo sentirci tutti moralmente responsabili. Abbiamo superato la linea rossa. Non basta l’indignazione, che è il primo passo, ma occorre la lotta politica, l’azione collettiva intelligente, motivata culturalmente e politicamente da protagonisti che non si rassegnino all’inciviltà e alla disumanità. 

L’onda nera può travolgerci. Mai come oggi si deve rivendicare che “ribellarsi è giusto”. Una ribellione etica, democratica, valoriale e classista contro chi, destra politica, borghesia reazionaria, capitalisti senza scrupoli, associazioni padronali, pensa solo al lato economico e al profitto, rendendosi complice, con la propria indifferenza, della macelleria sociale e valoriale messa in campo dal governo. Primo Levi, già oltre trent’anni fa indicava con lungimiranza il pericolo della zona grigia, la terra di mezzo tra carnefici e vittime, un mondo composto di tanti cittadini, persone disposte a girare la testa dinanzi all’imbarbarimento, alla violenza della società e della politica, in cambio di piccoli vantaggi e di privilegi personali. Un pezzo di società civile assuefatta all’illegalità diffusa. Una zona grigia che comprende gli indifferenti, chi non ha voglia o strumenti per capire ciò che sta avvenendo alla nostra democrazia, alla nostra cultura dell’accoglienza e della solidarietà, ai nostri valori Costituzionali. 

La zona grigia costringe a decidere da che parte stare. La ribellione, la disobbedienza civile di alcuni sindaci, definiti con la consueta volgarità “traditori” da un Ministro degli Interni indegno che usa parole, gesti e modalità fascistoidi e di mussoliniana memoria, è un segnale importante, va colto e amplificato da noi e da tutta la nostra organizzazione. Perché la CGIL è anche un presidio antifascista, di democrazia, di valori, di cultura solidale, di umanità. Un soggetto politico di rappresentanza generale che ha come riferimento la Costituzione repubblicana.

Ai sindaci ribelli che si oppongono a un decreto disumano e anticostituzionale va la nostra solidarietà e il nostro ringraziamento. Al sindaco di Riace, il compagno Mimmo Lucano, indagato e mandato in esilio per il suo anticonformismo e il suo coraggio politico, per il modello di accoglienza e di integrazione che ha saputo costruire, vanno il nostro riconoscimento, il nostro sostegno militante, la nostra vicinanza. La disobbedienza civile dinanzi a leggi incostituzionali e discriminanti non è una virtù ma una scelta politica, una risposta civile, una lotta democratica che ogni cittadino, ogni politico di sinistra dovrebbe abbracciare. E’ un esempio di illegalità giusta quando la cosiddetta legalità è ingiusta e perversa. Ribellarsi, disubbidire alle leggi sbagliate e discriminatorie, lottare per cambiarle è una scelta che molti di noi hanno fatto e praticato in anni passati nei luoghi di lavoro e nelle piazze, pagandone anche il prezzo con licenziamenti, rappresaglie e isolamento, in alcuni casi anche con la vita di compagni a noi cari. Noi abbiamo deciso da tempo dove e con chi stare senza recidere le nostre radici e i nostri valori.   

Ribellarsi è giusto. L’uomo più pericoloso oggi come ieri è colui che tende a obbedire, a servire il potere in cambio della tutela di se stesso, dei propri affari. La storia di oggi, i diritti civili, economici e valoriali conquistati sono il frutto di lotte generose, di ribellioni, disobbedienze clamorose di generazioni di donne e di uomini che hanno permesso a noi di vivere con dignità in una democrazia. Le donne, che hanno conquistato il diritto di voto pagando con il carcere, gli antifascisti, i partigiani che si sono ribellati alle leggi fasciste e hanno pagato con il sangue la loro scelta, i democratici che hanno nascosto migliaia di ebrei salvandoli dai forni crematori, i sindacalisti, i lavoratori comunisti e socialisti che hanno pagato con i licenziamenti e la repressione la loro militanza contro lo sfruttamento e i salari da fame, per avere lo Stato sociale che conosciamo. E che hanno lottato per far entrare nei luoghi di lavoro la nostra Costituzione attraverso lo Statuto dei lavoratori.

Ho iniziato questa introduzione in modo anomalo e non tradizionale, seguendo il mio sentire. Ho voluto rimarcare che noi siamo donne e uomini carichi di passioni e di valori, di umanità e di cultura solidale. Non ci spinge la bontà ma la coscienza, la responsabilità, il bisogno di affermare i valori di civiltà e di umanità; perché siamo militanti di una CGIL che affonda le sue radici nella migliore storia della sinistra politica nazionale e internazionale, e vogliamo costruire un mondo migliore e una società più giusta. Ci sono battaglie urgenti,  di principio, di valore, di cultura solidale, di libertà e di giustizia che bisogna riportare con più forza all’interno del nostro quadrato rosso. Non sono altra cosa ma tutt’uno rispetto alla alle battaglie per l’emancipazione e per i diritti universali, per l’inclusione e l’uguaglianza, per la difesa del lavoro e della sua condizione economica e sociale. La critica marxista risulta ancor oggi la migliore risposta al populismo, una scienza, un punto di vista, un pensiero pratico rispetto alle tendenze in atto da parte del capitale e le relative conseguenze, che mostra come siano le diseguaglianze  economiche e sociali a creare conflitti, divisioni, rotture sociali e pulsioni razziste, non il colore della pelle o i fenomeni migratori. Vi ricordate i cartelli a Torino e a Milano dei primi anni ‘70 con la scritta “qui non si affitta ai meridionali”?   

 

Care compagne, cari compagni 

grazie per la vostra presenza, grazie per essere qui in tante e tanti, per quest’’assemblea nazionale della sinistra sindacale confederale della CGIL. 

Siamo ormai a pochi giorni dal nostro Congresso nazionale, e non vi sfuggiranno le motivazioni che ci hanno portato a questo nostro importante appuntamento. Dedicherò la parte finale della mia relazione ai temi del futuro della CGIL, di noi e delle diverse prospettive che si possono aprire a conclusione di un congresso “complicato” e neppure scontato nel suo esito finale, dopo l’autocandidatura alternativa a quella avanzata dalla maggioranza della segreteria nazionale CGIL, del compagno Vincenzo Colla a Segretario generale. 

Farò solo un accenno alla situazione economica e sociale italiana ed europea e alle tendenze globali, perché saranno affrontate dal compagno Maurizio Brotini nella sessione pomeridiana e sicuramente anche dal contributo che porterà il compagno Maurizio Landini, che ringrazio per la sua disponibilità. Così come ringrazio la compagna Susanna Camusso per il saluto che ha voluto comunque portare alla nostra assemblea, nonostante la contemporaneità con la riunione della segreteria nazionale CGIL.  

Ho scelto di focalizzare l’attenzione sull’onda nera che sta attraversando l’Italia e l’Europa. Un’Europa rigorosa sui numeri quando si tratta di deficit o del Pil, ma sprezzante, disumana dinanzi al tragico numero di trentamila esseri umani morti nel Mediterraneo. Un’Europa che ha tollerato le scorribande di gruppi neonazisti e le deviazioni antidemocratiche di paesi come l’Ungheria e la Polonia, ma che ha massacrato economicamente un paese come la Grecia. Non avremmo mai creduto che l’Europa potesse essere, a 70 anni dalla firma a Parigi della Carta che garantisce la dignità e la libertà degli esseri umani, così indifferente e cinica, incapace di far aprire i porti agli stati membri. Che si potessero lasciare per giorni e giorni in mezzo al mare 49 naufraghi tratti in salvo dalle navi - definite con spregio “taxi del mare” - di quelle Ong criminalizzate e ostacolate nel loro impegno umanitario. Donne, uomini, bambini ormai con poco cibo e acqua, senza medicinali e assistenza adeguata. Non ci riconosciamo in questa Europa, incapace di affrontare fenomeni migratori epocali che non si fermeranno, perché interi popoli scappano dalle guerre, dalle violenze, dalla miseria, dalla fame e dai cambiamenti climatici. Per governare questi fenomeni ci vorrebbero politiche e scelte socio economiche strutturali e lungimiranti. Abbiamo bisogno, nel contesto globale, di più Europa, ma non di questa. Avremmo bisogno anche di un’altra Italia e di un’altra classe politica.  

Una deriva valoriale si è ormai diffusa in modo trasversale nel corpo sociale, anche nei luoghi di lavoro e tra i nostri iscritti. Odio, insofferenza verso il diverso, un oscurantismo becero e maschilista di ritorno, una diffusa xenofobia ignorante verso il nero e l’immigrato alimentata dagli spacciatori di illusioni e untori di paure che oggi governano il paese e sostengono un decreto sicurezza immorale e anticostituzionale. Da Riace a Mineo sono già stati messi sulla strada e resi invisibili gli oltre 39.000 richiedenti asilo che l’avevano ottenuto nei due anni precedenti. E non pensi, il trasformista Di Maio, quello dei taxi del mare, di salvarsi la faccia e la coscienza dando disponibilità ad accogliere una quindicina  di bambini e di donne, dividendo le famiglie, per poi votare il Decreto sicurezza e dare sostegno alla licenza di uccidere che ha in mente Salvini concedendo libertà all’uso delle armi. 

Non si salva nessuno se continuiamo a dimenticare che in cinque anni sono oltre 18.000 le persone annegate nel Mediterraneo, e che nel 2018, nonostante il drastico crollo delle traversate, sono ben oltre 2.000 gli esseri umani scomparsi e di cui non si parla; se dimentichiamo le immagini di quel barcone affondato il 18 aprile 2015 a largo di Lampedusa con 1000 persone a bordo, il più grande disastro del Mediterraneo, intrappolate come topi e rimaste per anni nello scafo recuperato dalla Marina Italiana. Non ci sarà umanità nei nostri pensieri finché non penseremo che i loro morti sono come i nostri.  

 

“La pacchia è finita” è la miseria razzista che riesce a esprimere un Ministro indegno.      

Ecco, pensando a tutto questo sorge legittimo il dubbio che la sola crescita economica, in assenza di una crescita culturale e valoriale, possa farci uscire dalle diseguaglianze, dalla crisi di sistema e preparare, come nella nostra ambizione, la società migliore del futuro.  Se non incrociamo la lotta politica ed economica con quella valoriale e culturale dei diritti universali, della solidarietà e dell’uguaglianza nel lavoro e nella società, non usciremo vincenti ma saremo presi nello scontro corporativo tra ceti, tra fasce di età, tra generazioni, tra lotte parziali e di convenienza materiale immediata.

Così saremmo stritolati. Non è lotta di classe, di emancipazione per una società migliore, è rabbia, malessere sociale trasversale, come quello dei gilet gialli. E’ la frustrazione, il “tutti contro tutti”, perché in quella protesta, come in altre, non c’è valore condiviso, pensiero alto, coscienza collettiva e solidale, e non c’è una direzione politica. Il populismo non scomparirà appena l’economia andrà meglio. 

E’ necessario, con intelligenza e radicalità, ripoliticizzare l’antica dialettica tra capitale e lavoro nella quale si rinnova il moderno scontro di classe. Dobbiamo rialzare lo sguardo sul mondo, sull’Europa, su ciò che avviene, sui profondi cambiamenti che non sono solo climatici ma riguardano i dati macroeconomici in peggioramento, lo scontro tra le superpotenze su futuri assetti geopolitici, la conquista dei mercati e il controllo delle materie prime e delle vie energetiche. 

La deriva del paese arriva da lontano; la sinistra, quella che ha governato per anni, porta responsabilità che non vanno rimosse. Troppe accondiscendenze e sottovalutazioni. L’errore politico fatale, imperdonabile, è stato il cedimento sui valori costituzionali, la rincorsa della destra più becera, dei populisti, dei razzisti sul loro terreno. Non posso dimenticare che il primo a parlare di chiusura dei porti, a mettere in discussione l’operato delle Ong, a parlare dell’immigrazione come problema di sicurezza e di tenuta democratica è stato il Ministro Marco Minniti, che con il presidente Gentiloni, il 2 febbraio del 2017, firmò l’accordo di collaborazione per il contrasto all’immigrazione clandestina con il presidente libico Fayez Al-Sarrāj. Oggi gli immigrati, fermati a tutti i costi e con il denaro italiano, scappano dalle carceri libiche, divenute luoghi di tortura, di violenze, di stupri e di morte. Li abbiamo aiutati a trovare la morte nei centri di tortura e di detenzione libici e non nel mare Nostrum. Abbiamo acquietato la nostra coscienza, forse, ma non la nostra responsabilità.  Si è scelto di affossare, per un calcolo elettorale sbagliato, la legge sulla cittadinanza, lo “ius soli”, e di abbandonare la battaglia per l’abolizione della legge Bossi-Fini, mentre l’ipocrisia dell’“aiutiamoli a casa loro” si sta traducendo nel prezzo umano e politico che vediamo. Su questo governo e sulla manovra il giudizio è netto, lo abbiamo scritto nei documenti, in ogni articolo pubblicato su “Sinistra Sindacale”, il nostro periodico, bello ed efficace. C’è una posizione netta espressa dal Segretario generale sugli organi di informazione e non mi dilungo. E’ un governo di destra, senza giustificazione alcuna, con un programma economico e sociale demagogico e falsamente aclassista, che ha svuotato il ruolo del Parlamento seguendo, nell’indirizzo generale, le orme dei passati governi, che propone una flat-tax a favore dei ricchi e non scalfisce il neoliberismo e le politiche di austerità, taglia e sposta risorse, riduce gli investimenti pubblici, non investe nel futuro. 

Un governo a trazione leghista con i 5stelle irresponsabilmente accondiscendenti e complici, che agita il sovranismo inseguendo o mettendosi alla testa della peggiore destra europea. 

Siamo convinti di scendere in piazza, e impegnati nel sostenere la piattaforma unitaria di CGIL CISL UIL e nello sforzo di spiegare alle lavoratrici e ai lavoratori le ragioni di merito sindacale della mobilitazione.  

Noi della CGIL abbiamo le carte in regola per farlo, per chiedere alle nostre iscritte e ai nostri iscritti, ai lavoratori, a chi non ha un lavoro, ai pensionati e agli studenti di scendere in piazza con noi. Possiamo farlo forti della nostra autonomia, delle nostre scelte e delle nostre mobilitazioni contro le politiche economiche sociali dei precedenti governi, passando da Monti e Renzi, per arrivare sino a Gentiloni. 

E’ bene dirlo, se non vogliamo che in piazza ci siano solo i sindacalisti e pochi delegati: noi non ci mobilitiamo con il PD e per il PD, non sosteniamo le ragioni liberiste, non ci riconosciamo nei parametri dell’Europa finanziaria e nel pareggio di bilancio. Siamo per un’altra Europa, per un altro sviluppo economico, per un altro progetto di paese e di società. I lavoratori, i pensionati, i cittadini non dimenticano. Le ragioni del disastroso esito elettorale del PD di governo risiedono proprio nell’identificazione del governo di centrosinistra con le politiche di austerità, dal voto alla Fornero al nefasto jobs act, che con il contratto a tutele crescenti ha aumentato la precarietà e cancellato illegittimamente l’art.18 - come ha riconosciuto anche la sentenza n.194 della Corte Costituzionale - dalla “buona scuola” sino all’attacco ai servizi e ai permessi sindacali, al sindacato confederale, alla CGIL. Altrimenti non si capirebbe perché questo governo di dilettanti allo sbaraglio, di sfascisti delle istituzioni, sorretto da un accordo di potere tra due uomini al comando, a cento giorni dal suo insediamento continui a far registrare un inedito 60% dei consensi. La loro forza, dispiace dirlo, sta nella mancanza di un’alternativa credibile a sinistra e di una seria opposizione parlamentare. Se la sinistra, tutta, non si misura senza autoassoluzioni sulla frattura sociale intervenuta con il mondo del lavoro, non recupererà il consenso e non troverà le ragioni della sua esistenza; non potrà ricostruirsi e rinnovarsi, come sarebbe necessario per la democrazia e per la stessa CGIL che non ha riferimenti politici in Parlamento. Noi ci mobilitiamo per un paese più giusto, per mettere al centro il lavoro e la condizione lavorativa, i diritti universali, le pensioni, la difesa della sanità e della scuola pubblica. Non siamo stati subalterni al quadro politico precedente e non lo saremo certo a questo governo inumano che alimenta la guerra tra poveri e cancella la democrazia rappresentativa. La logica dei penultimi contro gli ultimi nega alla radice la nostra stessa esistenza di sindacato generale. E’ dunque necessario mobilitarsi, costruire il consenso sulle nostre proposte, dando forza e credibilità alle nostre critiche, smascherando la propaganda e le falsità sui contenuti, sul merito della finanziaria, senza nasconderci le difficoltà che troveremo con i lavoratori e anche con i nostri delegati e le nostre delegate. Il problema oggi non è come la pensiamo noi, ma cosa pensa e percepisce la gente, anche la “nostra” gente, e che giudizio ancora dà nei confronti di un governo che è stato voluto e votato da molti come una speranza, un’alternativa. 

“Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno”, dicevano, e l’hanno chiuso come un bunker calpestando l’unica democrazia di cui disponiamo, quella rappresentativa.  Ma è da tempo, purtroppo, che la centralità del Parlamento e la democrazia rappresentativa hanno perso ruolo e funzione designati dalla Costituzione con l’accentramento dei poteri nelle mani dell’esecutivo, con il ricorso continuo al voto di fiducia persino sulla legge elettorale, che se fosse passata avrebbe attribuito a un solo partito, (il 40% degli elettori) - in altre parole alla Lega di Salvini - un potere assoluto sulle istituzioni del paese. 

Voglio ricordare che siamo scesi in piazza in difesa della democrazia, contro lo scippo dei nostri referendum. E come non chiederci cosa ne sarebbe oggi del nostro paese se fosse passato il Si al referendum Costituzionale del 4 dicembre promosso dal PD, con la centralizzazione delle competenze legislative e dei poteri decisionali in mano all’esecutivo. Non dimentichiamo che la CGIL, insieme a giuristi e costituzionalisti, all’Anpi e ad altri movimenti, espresse il suo giudizio con un No a quella controriforma: una decisione sulla quale ancora oggi ci sono differenze di valutazione al nostro interno. Quella riforma fu sonoramente bocciata dai cittadini, ma l’allora Presidente del consiglio non prese mai politicamente atto della sua sconfitta. Oggi bisogna ricostruire quel fronte ampio in difesa della Costituzione e della civiltà sociale e giuridica. La democrazia rappresentativa e partecipata non è mai stata così fragile.

Siamo un paese senza memoria, e l’indignazione dura i giorni della cronaca. Questo vale per i morti sul lavoro, non per fatalità ma per responsabilità, incuria, mancanza di prevenzione. Vale per i femminicidi, che ancora segnano quotidianamente la cronaca: donne assassinate da uomini, una lunga lista che si riduce a statistica e non fa quasi più notizia. La sopraffazione sulla donna è un fatto culturale e non bastano le leggi, che vanno applicate a partire dalla protezione di chi denuncia e dal sostegno ai centri antiviolenza; per estirpare alla radice la questa piaga della violenza maschile contro le donne occorre anche qui agire con forza sul piano culturale, educativo e valoriale.

Bisognerebbe insegnare, a partire dalla scuola, l’educazione sentimentale, il rispetto, il valore dell’uguaglianza nelle differenze, e accompagnare a questo una lotta costante, una mobilitazione di donne e di uomini contro i tentativi di questo governo, di un ministro della famiglia xenofobo, conservatore e lefevriano, di un maschilista come Pillon, di spostare indietro le lancette della storia.

 

Il nostro 18° Congresso 

In un contesto economico e sociale complicato, siamo arrivati alla vigilia del nostro Congresso nazionale. Come tutti i congressi è il momento più alto della vita e della prospettiva dell’organizzazione. Ci siamo arrivati con un percorso innovativo. Il risultato, almeno per quanto riguarda il documento “Il lavoro è” ha rappresentato un’assunzione delle scelte compiute in questi anni dalla CGIL e un avanzamento delle nostre analisi e proposte. Arriviamo al Congresso forti di una stagione impegnativa e difficile che ha visto la CGIL protagonista di mobilitazioni su vari fronti, spesso da sola a reggere l’urto di uno scontro con le scelte dei governi Monti, Renzi e Gentiloni che si ponevano contro il mondo del lavoro e i suoi diritti. Abbiamo portato in piazza la protesta e la proposta su quelli che erano e sono i nostri riferimenti strategici: il Piano del lavoro, la Carta dei diritti. Con le nostre scelte autonome e radicali, dal voto del 4 dicembre sul referendum costituzionale fino alle assemblee e alla raccolta di milioni di firme contro il jobs-act, abbiamo ritrovato consenso e partecipazione, recuperando la credibilità in parte perduta sulla legge Fornero, che continua a essere una bomba a orologeria sul futuro delle nuove generazioni. Abbiamo contribuito alla definizione e al rafforzamento a sinistra del documento congressuale attraverso un ricco documento firmato da oltre 800 iscritte e iscritti e inviando, dopo la prima stesura, 23 emendamenti, in gran parte accolti dalla commissione politica. Siamo gli eredi di un pezzo di storia importante del movimento operaio, nata alla fine degli anni ’70 e ancora attuale, una storia che è parte e risorsa di ciò che è oggi la CGIL. Siamo una sinistra sindacale confederale di maggioranza: non una cordata o un gruppo di potere, ma una ricchezza di pensiero, un pluralismo riconosciuto nelle nostre regole di convivenza democratica. Un pluralismo che dev’essere però ancora adeguatamente riconosciuto e rappresentato negli esecutivi e negli organismi dirigenti, al fine di allargare e qualificare sul merito la composizione plurale della CGIL.

 Un pluralismo che non può essere messo in discussione da nessuno, e il riconoscimento del quale non si può subordinare alla risposta alla domanda “con chi stai”, da tempo presente nella nostra organizzazione. Già…con chi stai? Da pochi giorni ufficialmente sappiamo che arriviamo all’assise nazionale con due candidature a Segretario generale.              

Il compagno Colla, nell’ultimo Direttivo nazionale, ha dato la sua disponibilità alla propria candidatura alternativa a quella avanzata dal Segretario generale Susanna Camusso sul nome di Maurizio Landini. Abbiamo ascoltato, letto, la sua dichiarazione nella quale sosteneva le ragioni della sua scelta non usuale. Siamo tra quelli che salutano positivamente l’ufficializzazione di questa candidatura che, pur essendo in campo da parecchio tempo ed essendo sostenuta da un gruppo indefinito di dirigenti di strutture e di categorie dell’organizzazione, non era mai stata finora correttamente esplicitata. Tuttavia le modalità, i tempi, la mancanza di chiarezza politica sul merito e le vere ragioni di questa autocandidatura ci confermano nell’esprimere un giudizio critico. Crediamo che una scelta così drastica rispetto alla storia dell’organizzazione avrebbe dovuto essere esplicitata prima e durante il percorso congressuale, misurandosi sul merito nella costruzione del documento congressuale e nel confronto con le iscritte gli iscritti. Argomentare poi che tale scelta si sarebbe resa necessaria “per rafforzare la nostra unità, la nostra progettualità, la nostra forza organizzativa” sembra presupporre che, al contrario, la candidatura della maggioranza della segreteria non offrisse tali garanzie sul piano politico e su quello personale. Ci chiediamo, anche se possiamo intuirne le ragioni, che cosa abbia mosso la volontà di aprire di fatto ufficialmente una competizione sul nome del Segretario generale CGIL, contro la proposta avanzata dalla maggioranza della segreteria. 

Trovo imbarazzante e non accettabile che si dichiari che, pur avendo gli stessi obiettivi strategici, il documento congressuale votato nelle assemblee di base e da noi sostenuto, sia sì un punto di partenza, ma che esisterebbero “molte possibili declinazioni, priorità, modalità attuative”. Che vuol dire? Siamo preoccupati, perché in assenza dell’esplicitazione di valide ragioni sindacali che la motivino, un’autocandidatura che, per quanto legittima, comporta comunque tensioni e una serrata competizione nel congresso nazionale, potrebbe essere vissuta come una contrapposizione personale, o peggio come uno scontro squisitamente di potere. Con tutto il danno che questo produrrebbe nell’immaginario collettivo e tra le iscritte e gli iscritti. Il nostro giudizio si basa anche sulle critiche rivolte alla legittima e statutariamente corretta candidatura del compagno Landini avanzata dal Segretario  generale. Portiamo questa critica forti della nostra storia e coerenza. Usciamo dalle personalizzazioni e dalle cose non dette: al centro del confronto non ci sono due nomi ma due idee di CGIL e due prospettive strategiche, due concezioni dell’autonomia dal quadro politico, qualsiasi esso sia, persino due diverse valutazioni rispetto alle scelte assunte dalla CGIL in questi anni e, infine, anche giudizi diversi sull’operato della segreteria e del Segretario generale.  Per me ogni Segretario generale della CGIL ha un valore per ciò che ha rappresentato nella fase che ha segnato la sua direzione politica.  Questi ultimi anni per il mondo del lavoro, per il paese sono stati anni difficili, complicati, e va riconosciuto il merito al gruppo dirigente attuale, al Segretario generale, la compagna Susanna Camusso, di averci traghettato fuori dalla tempesta uscendo dalla difensiva, recuperando credibilità con le scelte autonome e le battaglie radicali messe in campo. E io vorrei rivolgere un grazie personale a una compagna, a una dirigente che conosco da sempre, con la quale ho condiviso battaglie e mi sono anche misurato e scontrato sul merito sindacale, sempre con lealtà e rispetto nei confronti della prima donna che ha ricoperto il ruolo più alto, difficile e di massima responsabilità della nostra organizzazione. Una dirigente che ha dovuto guidare con mille difficoltà la CGIL senza riferimenti politici e con grande autonomia, subendo attacchi personali di natura maschilista provenienti anche da nostri dirigenti. 

Un maschilismo che si annida in ognuno di noi, duro da combattere e da sconfiggere, e sul quale la CGIL del futuro non può permettersi nessun passo indietro.  Noi, anche in questo congresso, abbiamo esplicitato le nostre differenze e le nostre opinioni con coerenza e forte senso di appartenenza alla nostra organizzazione. Siamo sostenitori convinti e coerenti della linea intrapresa dalla Confederazione e pensiamo, come affermato da Susanna Camusso nella sua relazione al Direttivo, che “la pluralità della nostra organizzazione non è riconducibile alle sole mozioni congressuali”.  Oggi va aperto il confronto su come ridefinire, riconoscere il pluralismo delle idee e delle pratiche nella costituzione e nella scelta dei gruppi dirigenti, degli esecutivi, mentre va contrastata con determinazione l’idea che si possa tornare ai pluralismi su cordate e sulla fedeltà, o peggio sull’appartenenza partitica. Nel documento di contributo al lavoro della commissione che ha steso il documento congressuale, abbiamo detto che era nostra intenzione affrontare la sfida del sindacato del futuro navigando in mare aperto. Intendiamoci, non sono cambiati i valori, i riferimenti strategici: la lotta di classe, la democrazia partecipata, la lotta per una società di liberi e uguali che abbia a fondamento il lavoro. E’ cambiato il quadro internazionale, è cambiata la composizione del capitale con il predominio di quello finanziario e la composizione di classe su scala mondiale, ma anche e soprattutto nei paesi dell’Occidente, Italia compresa. E’ cambiato il quadro politico di riferimento, con la scomparsa dei partiti di massa che hanno fatto la Repubblica, e l’intermediazione dei corpi sociali è messa in discussione. E’ cambiato, inevitabilmente, il rapporto tra lavoratori e sindacato.  Non è nostra intenzione ripetere il passato come se nulla fosse successo negli ultimi anni. Dopo il Congresso ci confronteremo su cosa fare di questa esperienza collettiva, nella consapevolezza che non sarà possibile riproporre la forma di area organizzata che sinora abbiamo conosciuto e condiviso con passione militante. Dall’esito del Congresso dipenderanno tante cose, compreso il percorso da intraprendere per non disperdere, ridefinendolo, il patrimonio rappresentato da questo nostro collettivo. Quello che posso garantirvi, nel ruolo di referente nazionale di Lavoro Società che mi è stato consegnato e che ho assunto con l’impegno di portare l’esperienza organizzata sino al congresso, è che nessuno deciderà per voi e in nome vostro com’è successo in passato. Il futuro lo decideremo insieme, e questo è un impegno che posso prendere anche a nome del compagno Maurizio Brotini, con il quale, in rappresentanza dell’esperienza collettiva della sinistra sindacale toscana, stiamo misurando e sperimentando un rinnovato percorso collettivo. La sfida è quella di mantenere forte e unito un sindacato confederale, soggetto autonomo dal quadro politico e dal padronato, capace di organizzare i settori “forti” del mondo del lavoro e la massa del lavoro precario subordinato. E nel sindacato dissodare il terreno anche per una nuova leva di una sinistra del XXI secolo, che raccolga la bandiera della Costituzione della Repubblica fondata sul lavoro.  Fare il sindacalista, il delegato, ieri come oggi, non è un mestiere come gli altri, è una scelta di vita, richiede passione e uno sforzo di realismo nell’esercizio della contrattazione che è altra cosa dall’accettazione o dalla rassegnazione alla realtà che ci circonda. Occorre ripartire dai luoghi di lavoro per riunificare un mondo del lavoro frantumato, diviso e riconoscere le RSU come espressione democratica del voto delle lavoratrici  e dei  lavoratori.  E occorre  valorizzare, formare e riconoscere, senza strumentalizzazioni,  le delegate e i delegati sindacali, come dirigenti  a tutti gli effetti della CGIL, perché  ricoprono un ruolo di straordinaria importanza e svolgono un compito difficile. Il gruppo dirigente futuro e rinnovato deve vedere la presenza di compagne e di compagni provenienti dai luoghi di lavoro  e non solo dipendenti della CGIL. In CGIL non si rincorre il fatuo giovanilismo, perché le generazioni si incontrano, si riconoscono, si sostengono nel rinnovamento necessario. Il patrimonio di sapere e di esperienza non si rottama. 

Essere giovani è una grande risorsa, una ricchezza anche per il nostro indispensabile rinnovamento, ma non è sufficiente, perché fare il sindacalista è una scelta impegnativa. Farlo in CGIL presuppone un agire verso gli altri carico di esperienza e di responsabilità, nel rispetto dei valori, della democrazia e dei pluralismi, capisaldi della nostra Confederazione. Occorre valorizzare, riconoscere quanto la CGIL, tutti noi, con passione e militanza siamo riusciti a fare.   Il confronto politico, anche il più aspro, nella storia della CGIL non è mai stato fattore di rotture permanenti né di divisioni strutturali, ma di ricchezza e di rinnovamento. Mai nemici ma sempre dirigenti coesi, solidali e responsabili. Chiunque sia il prossimo Segretario generale che uscirà dalla competizione non sarà l’uomo solo al comando, ma il Segretario di tutte e di tutti, a garanzia della collegialità, del nostro pluralismo e della nostra identità confederale. Noi, Lavoro Società-Per una CGIL unita e plurale, nel nostro Coordinamento nazionale del 7 novembre, dopo la candidatura avanzata dal Segretario generale CGIL, abbiamo deciso di stare con chi meglio può rappresentare la continuità delle scelte strategiche assunte e indicate nel documento congressuale; abbiamo deciso collettivamente di stare con la CGIL del futuro che vogliamo. Coerentemente con la nostra storia di sinistra sindacale abbiamo scelto di conseguenza di sostenere, per ragioni di linea e merito sindacale e di prospettiva strategica, la candidatura del compagno Maurizio Landini. Una decisione che posso pensare sia in sintonia con voi che partecipate a questa bella assemblea nazionale. Permettetemi oggi una considerazione umana e personale. Vi ringrazio per la vostra presenza, la vostra passione, la vostra militanza. Oggi ho la conferma della giustezza della scelta fatta all’ultimo Congresso, non facile per le rotture personali che ha comportato, di non considerare chiusa l’esperienza collettiva di Lavoro Società. La vostra presenza mi ripaga delle difficoltà incontrate, delle delusioni vissute per le scelte di alcune compagne e compagni. Questa assemblea mi inorgoglisce e mi fa sentire parte di un collettivo di persone e di compagni che sento molto vicini e che spero di non aver deluso nel ruolo di referente nazionale. Comunque, sappiate che ho cercato di fare del mio meglio nei limiti che so di avere. Se siamo qui in tanti è perché c’è un filo rosso che non si è mai spezzato e che ci unisce perché non abbiamo mollato, e la passione e l’entusiasmo sono stati e rimangono la nostra storia. Noi non siamo le sentinelle della linea, siamo stati e siamo protagonisti della sua affermazione e della sua coerente realizzazione. Siamo orgogliosamente parte di una CGIL capace di dire e di fare cose di sinistra, di parlare alla sua gente senza scadere nel populismo, di difendere gli interessi del mondo del lavoro senza scadere nel corporativismo e nell’aziendalismo. Siamo un presidio di valori, di solidarietà.   La CGIL del futuro dovrà essere più militante, inclusiva, rappresentativa e confederale, un collettivo che vive di partecipazione e di contrattazione, della ricchezza dei suoi valori e della sapienza della collegialità, dei suoi pluralismi e del confronto democratico.  C’è bisogno di un pensiero alto, di scelte che ripropongano ideali, di lotta politica e valoriale costante per far avanzare chi e indietro, senza voce e diritti, senza un futuro degno. Per rendere tutti e tutte uguali nei diritti e nelle possibilità. Per ricostruire un orizzonte del cambiamento reale, dell’utopia del possibile. Il sogno che si fa concretezza. C’è bisogno per questo di tutti noi, di tutti voi. C’è bisogno di una CGIL unita e plurale. 

Grazie dell’ascolto, compagne e compagni 

Introduzione della sessione pomeridiana di Maurizio Brotini - Direttivo nazionale Cgil, Segreteria Cgil Toscana

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Il confronto sul prossimo Segretario della Cgil vede contrapporsi due candidati: Maurizio Landini come indicazione ufficiale della Segreteria uscente e Vincenzo Colla, disponibile ad essere candidato in alternativa.

Un primo elemento di riflessione è cosa possa e debba motivare la presentazione di una candidatura alternativa a fronte della condivisione dello stesso documento congressuale, ovvero quali siano le diverse possibili declinazioni concrete del documento che supportino un atto sicuramente legittimo, probabilmente anche utile, ma che proprio per la sua oggettiva rilevanza merita una robusta motivazione politica che sostanzi la scelta, oltre ai riferimenti ad una diversità inerente la cultura politico-sindacale dei due candidati.

Entrambi hanno sostenuto lo stesso documento congressuale, ma sono in effetti espressione di due diverse analisi e proposte per la Cgil del futuro.

In verità, le differenze – più chiare ed evidenti alla luce dei rispettivi sostenitori - sono anche sulla condivisione o meno delle scelte che la Cgil ha compiuto negli ultimi anni, con particolare riferimento al No al referendum costituzionale, la decisione di invitare al voto al referendum sulle trivelle che rimandava ad una idea di sviluppo ambientalmente sostenibile ed all’importanza di avviare con più decisione la transizione energetica ed all’aver deciso di accompagnare la legge di iniziativa popolare sulla Carta dei diritti universali del lavoro con tre referendum abrogativi.

Anche sul tema delle grandi opere – non necessariamente sempre utili- e sull’importanza di interrogarsi sulla qualità dello sviluppo vi sono indubbiamente sfumature significative.

Vi è da parte della maggioranza che propone Landini la consapevolezza che un ciclo sociale e politico si è definitivamente chiuso con le posizioni assunte dal PD – e non solo per il ruolo di Matteo Renzi – che avevano incrudelito sui lavoratori e sul Sindacato facendosi attardato e feroce interprete delle politiche di austerità dell’Europa neoliberista.

Per questo era un dato obbligato porsi come soggetto direttamente politico: se in Parlamento nessuno rappresenta organicamente il Lavoro, il Lavoro si appropria di strumenti come i referendum storicamente non appannaggio dell’azione sindacale.

La CGIL non aveva più un problema di autonomia o di indipendenza, ma di solitudine.

Una solitudine che andava affrontata ricostruendo una connessione sentimentale e morale primariamente con un mondo del lavoro segmentato e stratificato.

L’iniziativa confederale svolta in questi ultimi anni costituisce la precondizione per una credibile ricomposizione del lavoro, anche di quello autonomo economicamente dipendente, nel rinnovato perimetro di rappresentanza della CGIL.

In verità vi è un altro punto di diversità ed analisi, forse ancor più rilevante: la rottura verificatasi tra il mondo del lavoro e tutte le varie forze definite ed autodefinitasi di sinistra con il voto delle ultime elezioni politiche ed amministrative può costituire l’anticipazione di una rottura ancor più profonda tra la Cgil ed il mondo del lavoro nelle sue stratificazioni e culture di riferimento.

Dietro il consenso numerico e la mantenuta rilevanza - derivante da un profilo confederale autonomo - la Cgil corre tuttavia il rischio di maturare un distacco molto profondo con i lavoratori e le lavoratrici e di trasformarsi in una federazione di categorie molto più simile al modello Cisl, organizzando e rappresentando verticalmente solo i settori forti che tendono a farsi corporativi.

Perché la Cgil, oggi, è come un pattinatore che volteggia su una lastra di ghiaccio sempre più sottile.

Le stesse trasformazioni del mondo del lavoro derivanti dall’innovazione tecnologica e dalla piena diffusione dell’informatizzazione e digitalizzazione non sono né un fattore neutro né dispiegano naturalmente un processo di liberazione dell’uomo-lavoratore, che si ritroverebbe spontaneamente nuovamente al centro dei processi produttivi attraverso il recupero di una dimensione “artigianale” derivante dalla quantità e qualità del sapere sociale necessario ai nuovi tecnologici lavori.

In realtà il quadro è ben più mosso ed articolato, e niente affatto rassicurante.

Perché il lavoro si è articolato in due grandi segmenti frutto dell’offensiva neoliberista:

il lavoro precario subordinato destrutturato, sia esso dipendente che autonomo, a tempo determinato permanente, a part-time involontario, a progetto e a chiamata, flessibile, a rimborso di scontrini, povero, gratuito;

il lavoro “stabile” a tempo indeterminato, spesso disperso nella polverizzazione delle unità produttive, quello della fabbrica-comunità dove sono esclusi il conflitto e la rappresentanza autonoma del Lavoro, dove vige il principio di collaborazione, di fedeltà, di condivisione dei valori, dove tendenzialmente i rappresentanti dei lavoratori possono essere solo espressione di un sindacalismo aziendale.

Una fase dove prevale l’ideologia dell’imprenditore di sé stesso, della società della prestazione, della società che non esiste ma solo gli individui, dell’individualismo proprietario anche in assenza di proprietà e del non ci sono alternative di tatcheriana memoria.

Riunificare le lavoratrici e i lavoratori precari del “popolo dell’Abisso” con i lavoratori occupati dentro il “primo cerchio” delle aziende toyotiste, quello del contratto a tempo indeterminato e dei diritti: questa è la sfida che la CGIL ha davanti.

Elementi comuni, punti di contatto tra questi mondi altrimenti opposti possono essere riscontrati andando a scavare al fondo della produzione e degli attuali meccanismi di dominio.

L’alienazione in primo luogo, che pone la merce prodotta dal lavoratore, sia esso un ingegnere stabile o un precario della gig economy, al di sopra del lavoratore stesso, rendendo la merce stessa unico elemento realmente vivo e carico di valori positivi in una società consumista, non più oggetto ma soggetto del ciclo produttivo in cui chi produce viene a sua volta ridotto a oggetto, a parte integrante della produzione stessa.

In secondo luogo l’assenza di libertà. I meccanismi di comando possono essere evidenti e diretti, attraverso la presenza di una gerarchia, di capireparto, oppure possono essere nascosti attraverso la costruzione di meccanismi di fedeltà e un senso dell’autodisciplina indotta. Ma in ogni caso chi lavora non può essere libero di contestare il meccanismo che lo domina, non deve potersi organizzare per portare avanti la propria visione collettiva e alternativa del lavoro.

In terzo luogo ai lavoratori viene rubato il tempo libero. Per Marx liberare il tempo dal lavoro, avere il tempo per la propria autorealizzazione, era un passaggio essenziale nella lotta di classe contro lo sfruttamento. Oggi più che mai chi lavora vede tempo di vita e tempo di lavoro confondersi in modi multiformi. Con il lavoro a chiamata e l’intermittenza della prestazione lavorativa, con l’uso di beni aziendali, quali computer e smartphone, con una disponibilità pressoché continua. Oltre a questo nuove forme di produzione di ricchezza si avvinghiano alla nostra vita quotidiana: nella società della comunicazione le informazioni (i big data) sono merci preziose e i sistemi contemporanei hanno trovato ogni strada possibile per estrarli continuamente.

I due mondi nei quali si articola in questa fase il lavoro – come già accennato - sono entrambi frutto dell’offensiva neoliberista, che ha definito un modello di governo legato alla destrutturazione del tradizionale sistema di regolazione sociale dell’economia ed alla diffusione della competitività come criterio fondamentale di giudizio di valore.

Tali processi, uniti alla crescente individualizzazione delle carriere di vita, stanno delineando i contorni di un nuovo tipo di configurazione economica e sociale che potremmo definire come società della prestazione, dove risulta centrale la retorica manageriale d’impresa e dove si prefigura la nascita di una nuova antropologia e di un nuovo discorso sociale basato sulla centralità della performance come imperativo sociale.

Tutti noi possiamo e dobbiamo affrancarci, individualmente e collettivamente, dalla comune ideologia prestazionale avendo come orizzonte immanente quello di una società altra: con la misura, da contrapporre alla dismisura del mercato, strumento di un nuovo e rinnovato umanesimo che rimetta al centro della dimensione sociale e politica gli uomini e le donne nella loro materialità; con il desiderio, come recupero della relazione tra individui, a fronte della dimensione patologicamente schizofrenica della società della prestazione; con l’arte, ovvero con la riappropriazione di atti effettivamente creativi e con il godimento del bello.

La forza della Cgil non è un dato stabile, acquisito per sempre, da spendere in un gioco di riconoscimenti tattici e diplomatici rispetto all’unità sindacale, al sistema datoriale e politico-istituzionale.

Il mondo del Lavoro, in questa fase, si ricostruisce attraverso il conflitto e la mobilitazione: perché ha bisogno di riconoscersi e ritrovarsi nello smarrimento della coscienza di sé.

Perché è il conflitto il motore dello sviluppo – come sosteneva anche Togliatti proprio in Ceti medi ed Emilia rossa - e la Cgil deve far rinascere lo scontro nei luoghi di lavoro estendendolo all’intera società: per il salario, la sicurezza, l’organizzazione del lavoro, la qualità del lavoro, per la riappropriazione del tempo di vita.

Perché parlare di Lavoro significa frattura di classe, l’asse politicizzato che deve innervare e definire l’intero sistema sociale.

Perché la Cgil deve mettersi in mare aperto, non attardarsi a contemplare le vestigia di un mondo che ormai più non è.

E questo è ciò che il Congresso dovrà decidere.

 

Si dice – è possibile sostenere - che a causa dei tempi lunghi del Congresso potrebbe essersi verificata una sfasatura tra Documento congressuale e nuova fase sociale e politica, con particolare riferimento al quadro politico-istituzionale.

Al netto che il Documento voleva esplicitamente caratterizzarsi per pensieri lunghi – oserei dire strategici - non riconducibili al mutare della superficie della rappresentanza istituzionale, la domanda da porsi è se i mutamenti rafforzino e radicalizzino il documento accentuandone l’animo vertenziale e di movimento oppure impongano una sostanziosa e robusta modifica della linea, così rilevante da giustificare politicamente proprio il fatto che sia un gruppo dirigente diverso da quello degli ultimi anni a gestire tale operazione.

Ed è questa, a mio avviso, la discussione vera che abbiamo di fronte a noi.

Il Governo giallo-verde-nero Salvini-Di Maio è senza alcun dubbio liberista in economia, illiberale sul fronte dei diritti civili, xenofobo razzista e securitario.

Un Governo sostenuto dalle forze che hanno capitalizzato sul piano elettorale le insicurezze sociali prodotte dall’attacco al lavoro ed allo stato sociale dei Governi tecnici sostenuti dal Pd e da governi dal Pd direttamente guidati, attacco che ha avuto il suo punto più alto con Matteo Renzi e le sue scelte come il Jobs Act, la Buona Scuola, l’attacco al Sindacato ed il tentativo – fallito – di riscrittura costituzionale.

Un Governo con una forte investitura nelle classi popolari e nel mondo del lavoro, se come afferma una ricerca della Fondazione Di Vittorio il 33% degli iscritti della stessa Cgil ha votato M5Stelle ed un 10% Lega, con un travaso costante di consensi dal M5Stelle alla Lega arrivando ai nostri giorni ma senza nessuna significativa riduzione del consenso complessivo.

Precipitano in questo risultato processi di fondo e precise scelte da parte delle forze politiche.

Il Pd e Matteo Renzi ha scientemente spinto il M5Stelle verso la Lega, non aprendo neppure una interlocuzione parlamentare che avrebbe potuto condurre ad un esito ben diverso sul piano del governo del Paese.

Una scelta politicamente grave, di cui si vedono oggi chiaramente gli effetti, ovvero la saldatura definitiva sia sul piano elettorale che sociale del blocco giallo-verde ad egemonia leghista.

Le scelte di ieri rimandano al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed alla sua precisa responsabilità nel non aver permesso che il Paese andasse immediatamente al voto dopo l’implosione del governo Berlusconi – alimentando e subendo il terrorismo dello spread e dei mercati – lavorando per la costruzione del cosiddetto Governo tecnico di Mario Monti, quello della controriforma Fornero sulle pensioni e della sostanziale manomissione dell’articolo 18.

La Sinistra larga – PD compreso-, se si fosse votato allora, avrebbe archiviato per sempre la stagione del Centrodestra, Lega inclusa, e non avremmo avuto nello scenario politico né l’assalto vittorioso di Matteo Renzi al Pd di Bersani né l’esplodere della creatura della Casaleggio associati e di Beppe Grillo.

I processi di lungo periodo e di livello strutturale rimandano alla profondità della faglia rappresentata dal voto del 4 di marzo. Le politiche di austerità e di limitazione delle sovranità costituzionali portate avanti dai conservatori e dalla maggioranza delle forze appartenenti all’Internazionale Socialista hanno consegnato a livello di massa i cosiddetti sconfitti della globalizzazione alle forze reazionarie e xenofobe, che ripropongono nella propaganda e nell’agitazione politica elementi che hanno caratterizzato il fascismo “sansepolcrista” e tutte le destre sociali.

Temi che parlano e fanno presa su un mondo del lavoro non più rappresentato da tempo sul piano politico, impoverito e precarizzato, sfibrato dalla sfiducia nell’azione collettiva, individualizzato dal capitalismo post-fordista, annichilito dalla nuova ragione del mondo della retorica manageriale e della società della prestazione.

Un processo di privatizzazione e gestione privatistica ed aziendale della società e dei rapporti sociali che trova sul piano politico-istituzionale una ulteriore affermazione con il cosiddetto “contratto del Governo del cambiamento”, sanzione formale della vittoria dell’azienda sul lavoro e della aziendalizzazione della vita quotidiana – resa possibile anche dallo sfarinamento dei partiti di massa.

Il totale svuotamento del Parlamento e delle Commissioni parlamentari rispetto alla Legge finanziaria di questi giorni è un vulnus gravissimo per la democrazia, una accelerazione quali-quantitativa di processi e scelte di medio periodo.

Ci siamo battuti perché le modifiche costituzionali promosse dal Governo Renzi non venissero confermate nel referendum impegnandoci per il NO e ci battiamo oggi per riaffermare la centralità del Parlamento.

Nella lunga traversata nel deserto che ci aspetta non sarà inutile fissare dei punti fermi.

Bisogna dare risposte concrete e materiali al bisogno di lavoro e di liberazione dal lavoro, di salario, di pensioni, di sanità e di scuola pubblica.

Chi pensa di opporsi al Governo Salvini-Di Maio in nome dell’austerità e del “non ci sono alternative” all’ordoliberismo tedesco consegnerà il nostro Paese alle forze della Destra Sociale più radicale.

Chi pensa di opporsi soltanto sul piano dei diritti civili senza legarli e farli marciare assieme ai diritti sociali spingerà ancor più le classi popolari verso la reazione.

Il giudizio sul Governo deve essere netto, valoriale e politico.

La nostra deve essere una dura e credibile iniziativa che si basi sul valore e la dignità del lavoro, non sul rispetto dei parametri dell’Europa dell’austerità e delle pressioni delle agenzie di rating al servizio della finanza globale.

Non ci divide il giudizio sul Governo giallonero, ci dividono le modalità per ricostruire una egemonia fondata sul Lavoro e non sull’egoismo proprietario tra i lavoratori e le lavoratrici in carne ed ossa: perché le necessarie mobilitazioni contro questo Governo riescano non dobbiamo neppure dare l’impressione che siano sulle parole d’ordine dei Governi tecnici o dell’austerità seppur temperata.

Io penso che proprio il Governo che abbiamo di fronte, il saldarsi a livello di massa dei disvalori della Lega che fanno egemonia sul mondo 5Stelle, il consenso di cui ancora robustamente godono per venire dopo i disastri dei Governi dell’austerità europea imperniati sul PD, confermino e rafforzino l’indicazione della Segreteria Nazionale uscente.

 

Il Congresso di una delle poche organizzazioni di massa presenti nel nostro Paese parla e deve parlare anche fuori di sé.

Il Documento congressuale lo dice esplicitamente: dobbiamo rivolgerci a quei soggetti sociali che sono stati con noi nelle nostre iniziative di carattere generale.

Che sono poi quelle centinaia di migliaia di persone in carne ed ossa che hanno riempito i nostri pullman e le nostre piazze senza essere direttamente organizzati da noi, anzi, spesso si sono mossi indipendentemente dalle nostre strutture, richiamati dal valore e dalla condivisione delle nostre proposte nette e radicali.

Ed è anche a loro che dobbiamo guardare e parlare.

A chi ha partecipato alle manifestazioni delle donne, degli studenti, dei riders e dei giovani ricercatori pecari, delle associazioni dei migranti e di quelle che i migranti concretamente aiutano e sostengono, laiche e cattoliche, contro le politiche razziali del Governo giallo verde.

A chi ha sentito assieme alla grande determinazione nella difesa dei valori costituzionali messi in discussione una voglia grande di una dimensione più ampia, che sappia fare sintesi della insoddisfazione crescente per lo stato del nostro Paese.

A chi prova un po’ di rabbia verso la sinistra politica, sempre più impegnata a discutere in maniera autoreferenziale e da puro ceto politico, ma non è passato dall’altro lato della barricata.

Il Congresso della CGIL, i contenuti del Documento congressuale unitario, hanno suscitato una qualche speranza che una nuova e più avanzata fase di lotta sia possibile, caricandoci di una responsabilità di ordine più vasto.

Nella nostra discussione e nella nostra autonoma scelta dobbiamo considerare e mettere a valore anche questo elemento.

 

Non essersi resi subalterni al quadro politico ci permette di avanzare credibilmente proposte che danno concreta risposta alla nostra posizione di critica al neoliberismo e di rilancio di politiche neokeneisiane e programmatorie.

E’ proprio quello che abbiamo fatto – e meno male che lo abbiamo fatto - che ci rende credibili nell’opposizione alle politiche di questo Governo.

La stagione che come CGIL abbiamo alle spalle non è una parentesi, seppur gloriosa, ma la premessa per rilanciare un ruolo del Sindacato Confederale nella fase che abbiamo di fronte, nella quale sono necessari unità dell’Organizzazione e valorizzazione dei pluralismi.

Approfondendo l’analisi in alcuni punti, come cosa significhi concretamente fare Sindacato Confederale al tempo del Jobs Act – provvedimento reazionario ed anticostituzionale , assolutamente non intaccato dal cosiddetto “Decreto dignità”-, nella lunga stagione della disoccupazione di massa e della cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale.

Rivoluzione digitale che non comporterà automaticamente la liberazione del lavoro, ma che potrebbe sommare a forme classiche di sfruttamento e sottomissione forme più sottili e pervasive, imponendoci la priorità di ricomporre i mondi del lavoro, ovvero le concrete stratificazione che caratterizzano il mondo che vogliamo e dobbiamo rappresentare, facendo uno sforzo molto più significativo di quello fatto finora per estendere il nostro perimetro di rappresentanza alle forme di lavoro autonomo economicamente “dipendenti”, all’intero lavoro povero del capitalismo delle piattaforme e delle cooperative spurie della logistica.

Dobbiamo ribadire l’importanza fondamentale della sanità pubblica ed universalistica e porre un argine al welfare aziendale e contrattuale, per sua natura accentuatore delle differenziazioni.

Dobbiamo porre con forza la questione di come siamo fatti, ovvero se il nostro modello organizzativo è coerente con quello che vogliamo fare e rispetto a come si riorganizzano le catene del valore ed i cicli produttivi: ed è questo un tema che una volta deciso politicamente deve tradursi in modifiche cogenti della nostra modalità di funzionamento e di modello organizzativo.

Non si contrasta la corporativizzazione con la verticalizzazione categoriale, ma solo con il rilancio della confederalità e con la centralità della ricomposizione orizzontale del lavoro nella dimensione delle Camere del Lavoro territoriali.

E’ necessaria una mobilitazione che assuma le forme di una vertenza diffusa, con parole d’ordine e proposte chiare, nette e radicali da sostenere con la lotta.

E’ necessario interrogarci sul tema della troppe volte mancata continuità nella nostra iniziativa e del troppe volte mancato coordinamento dell’insieme delle nostre strutture rispetto all’iniziativa confederale: quale senso politico dobbiamo dare all’inerzia ed alle resistenze che il documento congressuale ci stimola ad analizzare?

Pensioni, sanità pubblica, scuola pubblica, articolo 18, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e questione salariale, rilancio del perimetro pubblico e qualità ambientalmente sostenibile dello sviluppo assieme ad un nuovo e rinnovato intervento pubblico in economia: questi gli assi d’intervento per la nostra CGIL.

Un intervento che veda convergere sia le categorie che l’intero sistema dei servizi nell’iniziativa generale, coinvolgendo anche il mondo organizzato dei consumatori e dei cittadini nelle grandi scelte di sviluppo infrastrutturale, partendo dai beni comuni e dall’intero sistema dei servizi pubblici locali.

Quello che ci preme è la riflessione su come siamo fatti e organizzati attualmente e se sia proprio questo a renderci difficile la ricomposizione orizzontale, camerale, confederale del Lavoro, unica possibilità di ricomporre nella dignità ed autonomia di classe i due blocchi sociali nei quali si articola la vita lavorativa.

Il tutto navigando in mare aperto, in un ambiente esterno totalmente ostile.

Ben prima di essere autonomi, siamo soli.

 

La CGIL è un grande sindacato anche perché promuove la partecipazione a tutti i livelli e rifiuta un leaderismo basato su un consenso da espletarsi sporadicamente in primarie o in semplici referendum che chiamino i lavoratori ad esprimersi su singole questioni o a restare altrimenti passivi.

Collegialità e militanza attiva sono due concetti che ci sono cari e devono rappresentare il modo di agire di una rinnovata pratica sindacale che voglia diffondersi in tutta l’organizzazione.

Una organizzazione con la nostra storia dovrebbe avere la forza e i mezzi per evitare scontri tra strutture e/o derive personalistiche, mentre va difesa e valorizzata la dialettica interna, perché la linea politica generale si costruisce in base al confronto e all’apporto di tutti sull’analisi della realtà esterna con la quale siamo chiamati a misurarci e alla capacità collettiva di individuare una linea e soprattutto un’iniziativa e una pratica sindacale chiara e coerente con essa e capace, mobilitando attivamente il mondo che vogliamo rappresentare, di ottenere i risultati e gli obiettivi prefissati. Le scelte organizzative e politiche, una dialettica interna ricca e feconda camminano di pari passo al ruolo centrale che il sindacato del XXI secolo dovrà riconoscere ai delegati sindacali (RSU o RSA).

In una situazione di rapide trasformazioni, in cui a cambiare sono non solo le condizioni di lavoro, ma la stessa natura dei lavoratori, i delegati (come sempre nella nostra storia sindacale) ricoprono un ruolo di primo piano, essenziale per capire le trasformazioni, intercettare i nuovi bisogni, dare rappresentanza vera e profonda.

I delegati sindacali sono dirigenti a tutti gli effetti della CGIL e questo comporta responsabilità importanti. Occorre che i delegati siano sempre messi nelle condizioni di partecipare attivamente e consapevolmente al dibattito interno, e occorre pensare al potenziamento della formazione per i delegati di prima nomina in modo da non disperdere il nostro patrimonio di ideali e a valori che deve essere trasmesso di generazione in generazione.

 

L’unità sulla linea confederale e nei rapporti interni alla vita dell’Organizzazione è un bene primario. Unità basata sulla stima ed il rispetto reciproci. L’Unità ed il Pluralismo (i pluralismi e le aree anzi) sono la premessa per poter svolgere liberamente le riflessioni su questi temi e per regolare in maniera organizzata, trasparente e riconoscibile la nostra vita interna.

I pluralismi di maggioranza sono un elemento fisiologico ed ordinario, virtuoso e progressivo da far vivere dentro i regolamenti e lo Statuto della CGIL.

Le nuove sfide che abbiamo di fronte rendono necessaria una discussione profonda sui modi di pensare e di fare sindacato che abbiamo avuto negli ultimi anni. È indispensabile, anche al nostro interno, rompere gli steccati, favorire il confronto aperto delle idee e delle esperienze, produrre una cultura nell’agire sindacale in grado di coinvolgere e far crescere le delegate e i delegati.

Come sappiamo non basta definire il pluralismo in linea di principio.

Una grande organizzazione democratica deve dotarsi di strumenti, di regole per governare la sua vita interna, per garantire il suo pluralismo e l’articolazione dialettica tra le diverse “sensibilità” e tendenze, tra le diverse culture che convivono e si riconoscono nella CGIL, soprattutto nella stessa dimensione di maggioranza.

Nella lunga storia della CGIL, nella quale tutti ci riconosciamo, ci sono pagine tra loro diverse, ci sono culture diverse, rivoluzionarie e riformiste, tradunioniste e classiste, comuniste e socialiste.

Riconoscere che le aree e i pluralismi organizzati sono lo strumento ordinario per regolare la dialettica interna alla CGIL non significa che questa scelta sia ripetibile in forma immodificata, che non incorra anch’essa in devianze burocratiche o tendenze all’autoreferenzialità e alla cristallizzazione.

Ne siamo consapevoli e proponiamo il confronto su come ridefinire e riconoscere il pluralismo delle idee e delle pratiche.

Su come rappresentare i pluralismi fondativi e riconosciuti statutariamente e le articolazioni e sensibilità che possono determinarsi anche in un congresso unitario – o fra un congresso e l’altro – nel quale non c’è necessariamente misurazione della rappresentatività su tesi contrapposte o su mozioni.

 

 Vogliamo per nostro conto anche contribuire a ricostruire - con tutti coloro che vorranno condividerlo - un nuovo e rinnovato pluralismo di maggioranza che riaffermi in una CGIL unita e plurale un punto di vista marxista e di classe, per una CGIL vertenziale, rivendicativa e conflittuale.

Un punto di vista che contrasti l’ideologia della fine della storia, riaffermando la storicità - e quindi la trasformabilità - delle formazioni economico-sociali, un punto di vista che riaffermi l’utilità anche per l’iniziativa sociale e sindacale di una idea di società diversa e migliore, come è nella tradizione del movimento sindacale italiano.

La Rivoluzione d’Ottobre dimostrò ad operai e contadini che quello che avevano vagheggiato sul piano utopico poteva farsi pratica reale: dura, aspra, tragica, drammatica, classe contro classe, ma finalmente entro un orizzonte politico che si apriva per la prima volta alle masse popolari ed ai lavoratori ed alle lavoratrici.

E non fu solo l’esperienza torinese dei Consigli di fabbrica animata dal gruppo dell’Ordine Nuovo capeggiato da Antonio Gramsci, fu un reinverare aspirazioni millenarie di riscatto - che dal Paese di Cuccagna arrivarono alla figura del Cristo socialista - a livello di organizzazione, lotte, manifestazioni, acculturazione diffusa, emancipazione dal degrado ed abbrutimento fisico e morale.

Un’onda lunga arrestata per vent’anni dal fascismo ma che è tornata con la lotta partigiana, la Costituzione e le lotte sindacali e sociali che nei decenni successivi hanno cercato di dar gambe a quei principi.

Perché se il perimetro che ti concedi è solo quello delle varietà di capitalismo possibili, sulla tua ruota si affaccerà sempre e solo quello più puro nella sua brutalità.

È per questo che oggi occorre recuperare il pensiero marxiano, liberandolo dalle incrostazioni e interpretazioni grossolane che ne hanno talvolta svuotato i contenuti.

Il marxismo è uno strumento eccezionale per interpretare i processi del capitalismo moderno, la loro complessità sempre in movimento e per definire un orizzonte che dia forza alle aspirazioni umane di emancipazione e liberazione dallo sfruttamento.

Le stesse dinamiche geopolitiche a livello mondiale possono utilmente essere lette con la lente di Marx e con la teoria del sistema mondo, secondo le riflessioni di Braudel, Wallerstein e Giovanni Arrighi.

Ad una prima lettura schiacciato sul presente potremmo agilmente sostenere che l’ America di Trump punta a spaccare e marginalizzare l’Europa “da destra”, ricondurre i Paesi dell’America Latina nel “cortile di casa” e nel far questo offre uno spazio enorme al ruolo geopolitico ed economico della Cina.

Cerca, sostanzialmente, di utilizzare la supremazia militare per contrastare l’ascesa della Cina a centro del nuovo assetto, ingaggiando altresì una pericolosa fase di guerra commerciale.

Siamo di fronte ad un duplice scenario: o lo scontro militare nei conflitti regionali che si acuisce e si generalizza con scenari inquietanti, oppure, e sarebbe la prima volta dal Cinquecento fatta salva la parentesi dell’esistenza dell’Urss e dei due blocchi, l’edificazione di un mondo multipolare tendenzialmente pacifico.

Forse l’Europa potrebbe avere una nuova opportunità se in autonomia dal mondo angloamericano modificasse il proprio posizionamento internazionale a favore di un mondo multipolare, riconoscendo un ruolo significativo proprio alla Cina, ridefinendo i rapporto con la Russia ormai solo potenza regionale priva di un significativo apparato produttivo ma con una significativa dotazione di materie prime e di forza militare, e soprattutto riappropriandosi di un protagonismo nell’area mediterranea, mediorientale ed nel continente africano, mettendo a valore la costituzionalizzazione del conflitto Capitale-Lavoro che ha prodotto nell’Europa del dopoguerra Stato Sociale avanzato, partiti di massa e possibile transizione democratica a forme economico-sociali non necessariamente capitalistiche.

In realtà noi siamo di fronte ad uno storico passaggio d’epoca tra i centri del sistema mondo capitalistico e globalizzato: così come si è passati a partire dal Cinquecento dalla centralità della Spagna all’Olanda, dall’Inghilterra agli Stati Uniti adesso siamo dentro la transizione derivante dalla perdita di centralità degli USA, paradossalmente successiva alla sua vittoria contro l’Urss e il Patto di Varsavia.

Storicamente tali transizioni non sono state sempre pacifiche ed hanno segnato nuovi rapporti tra Stati, Imperi, dimensione economica e dinamiche sociali, ridisegnando profondamente il mondo e lo stesso protagonismo del mondo del lavoro e di tutti i movimenti antisistema.

La Cgil del futuro deve avere lo sguardo lungo e le lenti appropriate per leggere, interpretare, modificare questo mondo in rapida trasformazione.

Ed allora il tema dell’internazionalismo, del Sindacato europeo e mondiale riacquista una sua rilevanza strategica anche per le battaglie quotidiane, visto che molto spesso le maggiori multinazionali operanti a livello globale hanno una precisa localizzazione geopolitica.

Mai come oggi è necessario pensare globalmente per poter agire localmente.

Per una CGIL corsara, capace di navigare in mare aperto, unita e plurale, che segua la via orientandosi con la sua storia ed i suoi valori, che sappia tenere assieme aderenza alla realtà e spinta al cambiamento sociale, per una società che utilizzi lo straordinario sviluppo della produttività del lavoro per porre finalmente fine allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

 

Documento conclusivo

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L’assemblea nazionale di Lavoro Società/Per una CGIL unita e plurale, riunita a Roma l’8 gennaio 2019, assume le introduzioni del compagno Giacinto Botti e del compagno Maurizio Brotini. Conferma il valore del Congresso nazionale della CGIL come il momento più alto della vita e della prospettiva dell’organizzazione.

Siamo arrivati, con un percorso innovativo e come sinistra sindacale confederale organizzata a contribuire, con un documento firmato da oltre 800 iscritte e iscritti e con diversi emendamenti, a realizzare un avanzato documento congressuale “ Il Lavoro è”, che ha rappresentato un’assunzione delle scelte compiute in questi anni dalla CGIL e un avanzamento delle nostre analisi e proposte. Abbiamo sempre rappresentato un punto di vista, una sensibilità, una storia di sinistra che sono parte integrante della ricchezza e della pluralità che sono la forza dell’organizzazione. 

Va aperto il confronto su come ridefinire, riconoscere il pluralismo delle idee e delle pratiche nella costituzione dei gruppi dirigenti, degli esecutivi, mentre va contrastata l’idea che si possa tornare ai pluralismi su cordate, sulla fedeltà burocratica o sulle appartenenze di partito. Chiediamo di essere riconosciute/i e rappresentate/i, per il valore plurale e la ricchezza che esprimiamo, con senso di responsabilità e di appartenenza. L’assemblea si riconosce nella proposta avanzata dalla Segreteria nazionale CGIL per il nome del prossimo Segretario generale, mentre consideriamo un’anomalia rispetto alla nostra storia, un’autocandidatura alternativa espressa alla fine dei percorsi congressuali e senza chiarezza sulle ragioni politiche e di merito sindacale. 

Per uscire più forti e uniti dal Congresso nazionale, occorre riportare il confronto dalle persone al merito delle cose, stando dentro le regole democratiche e i valori rappresentati dal quadrato rosso. Il prossimo Segretario generale sarà eletto nelle strutture preposte, come previsto dalle nostre regole e dalla nostra democrazia partecipata e rappresentativa, e non sarà un “uomo solo al comando” ma il Segretario di tutte di tutti, a garanzia del nostro articolato pluralismo e della nostra identità confederale e generale. 

E soprattutto, per noi dovrà mantenere solida e propositiva la nostra autonomia, e concretizzare con coerenza le scelte, i progetti, le proposte che saranno indicati dal Congresso e che sono oggi delineati nel documento congressuale, nell’impianto strategico della Carta dei diritti e nel Piano del Lavoro. La CGIL del futuro dovrà essere sempre più militante, rappresentativa e confederale, un collettivo che vive di contrattazione, di partecipazione, di mobilitazione, della ricchezza e della sapienza della collegialità, dei suoi pluralismi e del confronto democratico. 

Noi non siamo mai state/i e mai saremo dei tifosi in un’organizzazione democratica che si alimenta del suo pluralismo, nella quale non ci sono nemici ma dirigenti e militanti coesi, solidali, responsabili e di valore. Per queste ragioni l’assemblea nazionale si riconosce nella scelta assunta dal Coordinamento nazionale del 7 novembre 2018, coerentemente con la nostra storia di sinistra confederale organizzata, di sostenere collettivamente, per ragioni di linea, di merito sindacale e di prospettiva, la candidatura di Maurizio Landini a prossimo Segretario generale della CGIL. Per ricostruire un orizzonte del cambiamento reale, dell’utopia del possibile, c’è bisogno di una CGIL unita e plurale. 

L’assemblea nazionale rivolge un particolare ringraziamento alla compagna Susanna Camusso - prima donna a ricoprire la massima carica di responsabilità nella nostra organizzazione - che ha guidato la CGIL in questi anni complessi e difficili salvaguardandone l’autonomia, tenendo la barra a sinistra e aprendo con la sua disponibilità anche una battaglia per il rinnovamento del sindacato internazionale.

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