Interroghi le coscienze il tragico omicidio di don Roberto Malgesini - Matteo Mandressi

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Como, 15 settembre 2020, sette del mattino. Don Roberto Malgesini, 51 anni, parroco del quartiere comasco di San Rocco, come ogni mattina sta caricando la propria Panda delle colazioni che distribuirà ai senza fissa dimora della città. Viene avvicinato da Radhi Mahmoudi, 53 anni, tunisino, da 27 anni in Italia. Lo conosce, spesso lo ha aiutato ad affrontare le molte difficoltà vissute dall’uomo. Radhi, vittima di un disagio psichico, attribuisce a don Roberto una parte di responsabilità per i tentativi delle autorità di rimpatriarlo verso il paese di origine. Lo accoltella a morte.

Per un beffardo gioco del destino l’omicidio avviene nella stessa giornata, ventisette anni dopo, dell’assassinio di don Pino Puglisi. La stessa sorte, con dinamiche simili, toccò ad un altro prete di frontiera comasco, don Renzo Beretta, nel 1999.

Il fatto di cronaca termina qui, accompagnato dallo sgomento per una vita interrotta prematuramente. Ma questo non è un semplice fatto di cronaca nera. Ciò che è accaduto interroga l’anima più profonda di una ricca città della più ricca Lombardia. Como vive una crisi sociale e politica dalla quale pare non essere in grado di risollevarsi. A far da contraltare ad una rete di volontariato solidale (di cui don Roberto era un silente ma operoso esponente), c’è una rappresentanza istituzionale che della comunità rappresenta il lato più fosco.

Nell’ordine, ecco gli ultimi provvedimenti adottati dal Comune per arginare il problema dei senza fissa dimora: la costruzione di un filo spinato per impedire il bivacco notturno in un autosilo della periferia; la chiusura dell’unico rubinetto d’acqua potabile nello stesso autosilo; la rimozione delle panchine dal sagrato di San Rocco (la parrocchia di don Roberto), per impedire ad un gruppo di migranti di sostarci; la chiusura nel 2018 del campo di accoglienza governativo; il continuo sgombero per sanificazione dei senza fissa dimora dai portici della chiesa sconsacrata di San Francesco. In ultimo, è di pochi giorni fa la mozione della Lega per recintare con delle grate lo spazio della stessa chiesa di San Francesco.

È in questo clima che associazioni laiche e cattoliche, insieme ai partiti di sinistra ed ai tre sindacati confederali, chiedono a gran voce alla giunta cittadina di sviluppare progetti di accoglienza diffusa, di cui la città avrebbe una grandissima necessità. Dal mese di maggio, ad ogni convocazione del consiglio comunale, corrisponde un presidio promosso da un gruppo di ragazzi, “Cominciamo da Como”, che chiedono l’apertura dei bagni pubblici per dare un servizio minimo di igiene pubblica alle donne e agli uomini che vivono all’addiaccio. Neppure questa richiesta, di banale buonsenso, viene assunta dalla giunta comunale.

Lo scorso anno, a luglio, il consiglio comunale votò una mozione che impegnava sindaco ed assessori all’apertura di un dormitorio pubblico. Certo, non la risposta ideale. Ma un segnale nella direzione giusta. E la consapevolezza che di fronte alla marginalità non ci si può voltare dall’altra parte. Trascorso oltre un anno, il dormitorio resta un termine all’interno di una mozione, chiusa nei cassetti del sindaco.

Quello comasco è uno spaccato piccolo ma significativo di un Paese che non ha mutato nulla nelle odiose politiche della migrazione volute dai governi della destra. La Bossi-Fini non è stata cancellata, neppure ritoccata. Il reato di clandestinità resta quell’obbrobrio giuridico voluto dall’allora guardasigilli Alfano. La rete ‘Como Senza Frontiere’ ha emesso un comunicato sferzante dal titolo “Noi vi accusiamo”. Sono dieci domande alle istituzioni cittadine che segnalano le responsabilità politiche di ciò che è avvenuto. Sì, perché, come dicevamo all’inizio, questo non è un semplice fatto di cronaca nera. Almeno tre sono le vittime: un prete lasciato solo dalle istituzioni, uno straniero che dopo ventisette anni in Italia viene ancora definito “irregolare”, le decine di persone ai margini che, in una delle città più ricche d’Italia, si dibattono tra ricoveri di fortuna e disagio sociale. E sullo sfondo il disagio psichico, che la vita di strada fa esplodere, incontrollato, senza che ci sia alcuna presa in carico.

È nell’auspicio di alcuni che i tragici fatti di martedì facciano cambiare passo alla politica cittadina. Parlino alle coscienze ed al senso di responsabilità. Magari, come proposto dal presidente dell’Arci comasco, aprendo il dormitorio pubblico ed intitolandolo a don Roberto Malgesini. È nell’auspicio di altri che la politica mostri il suo volto più feroce, costruendo muri e chiudendo frontiere. È la vita quotidiana di una città spezzata, che vive su una faglia in movimento che rischia di inghiottirla definitivamente.

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