Sanare la sanatoria - di Nicola Atalmi

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Questa “sanatoria” ci insegna che bisogna consentire flussi regolari per venire in Europa in cerca di lavoro. E chi ha un lavoro qui deve poter essere regolarizzato. 

Si è chiusa la possibilità di presentare domanda di “sanatoria” come previsto dal Decreto rilancio, riservata esclusivamente al lavoro agricolo e di assistenza familiare. E si è chiusa con amarezza. Agli sportelli della Cgil trevigiana sono accorse più di 1.500 persone per chiedere informazioni, ma solo per 400 di loro abbiamo potuto predisporre la pratica. Per due terzi si è trattato di regolarizzazione di badanti e colf, solo il resto erano cittadini con permesso scaduto che hanno chiesto un permesso temporaneo per ricerca lavoro; poche infine le regolarizzazioni di braccianti agricoli, meno del 7%. Dati più o meno in linea con quelli nazionali, che parlano di 207mila domande di regolarizzazione, 87% nel lavoro domestico.

Cosa significano questi numeri? Significano che nel nostro Paese c’è una moltitudine di donne che si occupano dei nostri anziani e che sono clandestine e lavorano in nero, una parte di loro per fortuna ora sono regolarizzate con vantaggi per la salute e sicurezza di tutti e per le entrate fiscali. Ma anche che probabilmente il fenomeno è stato solo scalfito.

Significa che questa sanatoria non ha sconfitto, ma nemmeno sfiorato, il caporalato e il lavoro nero nei campi, ed evidentemente non solo al Sud, ma anche alle nostre latitudini tra le vigne del prosecco.

C’è poi una domanda alla quale questa sanatoria non ha dato risposta, corrisponde alla domanda alla quale io personalmente non sono riuscito a dare risposta, a quelle centinaia di donne e uomini che si sono rivolti ai nostri sportelli. Donne e uomini che sono arrivati qui in Italia con i barconi pagando caro (se non con la vita) i trafficanti di esseri umani. Venuti qui per cercare un lavoro e un futuro. Consapevoli di non essere profughi che fuggivano da guerre o persecuzioni, ma altrettanto consapevoli che non c’ è modo regolare per arrivare in Europa per cercare lavoro.

Donne e uomini che hanno fatto domanda di asilo affidandosi alle attese lunghe della nostra burocrazia che, seppur nel 90% dei casi si risolva poi in un diniego, dà il tempo, tra ricorsi ed appelli, di rimanere nel nostro Paese, spesso nei centri di accoglienza ma anche arrangiandosi per conto proprio.

Imparano l’italiano, “rigano dritti”, trovano lavoro, superano le diffidenze, arrivano ad avere un contratto a tempo indeterminato. Ma il loro permesso per richiesta di asilo ha ancora pochi mesi. Poi perdono tutto, anche l’agognato contratto a tempo indeterminato nelle nostre fabbriche.

Venivano ai nostri sportelli e ci domandavano disperati: “ho un contratto a tempo indeterminato e una casa in affitto, ma il mio permesso per richiesta asilo scade tra due mesi, posso fare la sanatoria?” E noi dovevamo rispondere: no. Sperando non ci chiedessero il motivo, perché avremmo potuto solo allargare le braccia.

Allora con questa sanatoria abbiamo assistito a persone come queste che si sono licenziate per fare, o fingere di fare, la colf, per poi sperare di ritrovare il lavoro, persone che hanno chiesto di diventare part time nella loro fabbrica per fare anche i giardinieri, e sperare così di rientrare nella sanatoria. Ho personalmente ricevuto telefonate allibite di imprenditori che volevano assolutamente tenersi il loro dipendente senegalese metalmeccanico, anche a costo di trasformarlo temporaneamente in un improbabile badante per qualche vecchia zia.

 

Insomma questa sanatoria, anche se può aver salvato qualcuno e questo è un bene, ci insegna che il problema è un altro. Bisogna permettere flussi regolari per venire in Europa in cerca di lavoro, e che chi ha un lavoro qui deve poter essere regolarizzato. Risparmieremmo milioni e milioni di euro, in pseudo-accoglienza, in respingimenti, in criminalità, in spese processuali, in evasione fiscale e contributiva. È semplice e banale logica, magari non buona per le nostre eterne campagne elettorali. Ma è con la legalità e il rispetto di doveri e diritti che si disarma il razzismo, si sconfiggono i trafficanti di esseri umani, si produce crescita economica e sociale.

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