La Bolivia riprende il cammino - di Marco Consolo

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La Bolivia ha appena dato una lezione esemplare al mondo. Con un’alta partecipazione popolare (87%), la schiacciante vittoria del Movimento al Socialismo - Strumento politico per la sovranità del popolo (Mas-Ipsp) con il 55,1% segna una secca sconfitta dei piani statunitensi nella regione, della screditata Organizzazione degli Stati Americani (Oea) usata come ariete contro i governi che non seguono i diktat a stelle e strisce, e dei latifondi mediatici globali. Una vittoria di importanza strategica per la Bolivia, per l’America Latina, e per il mondo intero.

Per rispondere all’ondata “progressista” degli anni passati, la Casa Bianca di Obama aveva ribattezzato la controffensiva “soft power, smart power”, per riconquistare il controllo del “cortile di casa” con golpe di nuovo tipo: parlamentari, mediatici, con la guerra giudiziaria (Lawfare) e una guerra multi-dimensionale. Iniziarono proprio in Bolivia, nel 2008, con il tentativo fallito di balcanizzazione e secessione delle regioni ricche della “media-luna”. Poi in Honduras, in Ecuador e in Venezuela (senza riuscirci), in Paraguay, e in Brasile con Dilma Rousseff.

L’ultimo golpe riuscito è stato quello in Bolivia del 2019, quando il governo Morales, nonostante la limpida vittoria elettorale, fu accusato strumentalmente di brogli e spodestato. Il golpe ebbe l’appoggio delle multinazionali dell’energia per impadronirsi di gas e litio (a partire dall’“ecologico” Elon Musk e dalla sua Tesla) e dell’ Oea con il suo etero-diretto segretario Luis Almagro.

In questi mesi i golpisti hanno fatto di tutto per disfarsi di Evo Morales e del Mas. Hanno tentato di illegalizzare il partito e i suoi principali candidati, in primis Evo, costretto all’esilio e impossibilitato a presentarsi al Senato. Hanno assassinato e incarcerato dirigenti sociali e politici, chiuso le radio comunitarie filo-Mas, minacciato ed arrestato i giornalisti, etc. L’ultimo vile omicidio (post elezioni) è quello di Orlando Gutierrez, dirigente sindacale e Segretario esecutivo della potente Federazione dei Minatori.

A ciò si aggiunge una gestione economica disastrosa, scandali di corruzione ai più alti livelli, una politica suprematista, un linguaggio razzista e di odio verso i popoli nativi, i loro simboli e la loro cultura. Parliamo di un Paese in cui la minoranza bianca detiene la ricchezza e le leve del potere, sin dai tempi della Colonia. E una drammatica incapacità di gestione della pandemia del Covid-19 che ha colpito il Paese.

In questo contesto, la società tutta (compresi i settori di ceto medio che avevano voltato le spalle al Mas) ha messo a confronto i 14 anni di stabilità: un progetto di Paese con al centro i bisogni della maggioranza esclusa, che ha nazionalizzato le risorse naturali, iniziato a industrializzare il litio, ridistribuito ricchezza, e portato i popoli originari ad occupare il Palacio Quemado, ridando loro la dignità dopo secoli di sottomissione e abusi.

Per finire, la campagna del Mas ha saputo parlare dei problemi del presente, come crisi sanitaria, disoccupazione, riattivazione economica. Contro la geopolitica “dell’odio e della paura”, dall’opposizione quel blocco sociale campesino-operaio-popolare ha resistito al golpe, si è riorganizzato dal basso, e ha vinto il braccio di ferro politico-elettorale, grazie alla “densità sociale” di un’organizzazione capillare, anche nelle estese zone rurali del Paese. In quel blocco sociale hanno giocato un ruolo chiave i popoli originari, vera e propria spina dorsale del Mas, che hanno resistito con coscienza e organizzazione, risultato dell’accumulazione politica di anni di lotte.

Come in tutti i veri processi di trasformazione, anche nei governi del Mas ci sono stati contraddizioni ed errori, oggetto di critiche feroci da parte di alcuni settori “neutrali”, che oggi tacciono con un silenzio assordante. Ma al di là degli attacchi strumentali, è evidente la necessità di riflessioni autocritiche, per non commettere gli stessi errori, recuperare il consenso eroso, e ampliare la partecipazione popolare democratica.

In definitiva, quel sanguinoso colpo di Stato non è servito a mettere a tacere la volontà di cambiamento del popolo boliviano. Né è servita la campagna dei latifondi mediatici internazionali in appoggio ai golpisti, con il supporto delle cosiddette “reti sociali”. Ma da domani inizia la parte più difficile, e il nuovo governo ha molte sfide davanti a sé. Oggi comunque il popolo boliviano ha iniziato a recuperare la democrazia, e i movimenti popolari riprendono il cammino della contro-offensiva.

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